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Tra i vari linguaggi dell’arte, quello letterario è uno dei più efficaci per la rielaborazione dei propri vissuti, dei contenuti profondi della nostra anima, della nostra identità di persona.
Tutti sappiamo scrivere, tutti abbiamo dimestichezza con la scrittura, anche se non l’abbiamo coltivata e nessuno ci ha incoraggiati a farlo. Perciò tutti possiamo usare lo strumento della scrittura creativa e dell’autobiografia.
Ci sono tanti metodi di scrittura creativa, tra i quali forse i più famosi sono quelli sviluppati dalla scuola surrealista e da Breton sotto la suggestione della psicoanalisi. Una scrittrice francese cui facciamo a volte riferimento, Elizabeth Bing, nel suo “Ho nuotato fino alla riga” ne descrive diversi, che noi abbiamo in parte utilizzato nell’esperienza de “Il dramma della parola”, una arte-terapia con la parola realizzata all’interno di una comunità di persone affette da disturbi mentali di vario tipo. Ma in fondo si tratta essenzialmente di lasciarsi andare alla fantasia e di far scorrere la penna sul foglio senza eccessivi  controlli del pensiero.
Una cosa che può essere utile è un esercizio di rilassamento. Nella nostra scuola suggeriamo il training autogeno, perché è facile da sperimentare ed è efficace, ma va bene qualsiasi altro cui le persone partecipanti al corso siano più abituate.

Dopo il rilassamento si iniziano gli esercizi di scrittura creativa, proponendo ai partecipanti al seminario di comporre brevi brani su alcuni semplici argomenti: due persone che si incontrano e si abbracciano, due persone che litigano, la descrizione di un sogno, en tradimento, ecc.

 

Oltre alla scrittura creativa, nei nostri seminari si sperimenta l’autobiografia, seguendo le indicazioni di vari autori, in particolare Duccio Demetrio (Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé).
L’autobiografia non va intesa come una specie di farmaco che ci aiuta a liberarci dal nostro passato prendendone le distanze. Questo può valere in parte per le situazioni traumatiche che abbiamo rimosso o dimenticato, di cui fatichiamo a prendere coscienza, e che quindi ci condizionano senza che ne siamo consapevoli. Allora, rivisitarle con il ricordo e oggettivizzarle con l’autobiografia, può servire non a liberarsi di loro, ma a liberarsi del conflitto inconscio che continuano a generare, per integrarle armoniosamente nella nostra personalità.
Il pensiero autobiografico è quell’insieme di ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si è stati e che si è fatto, che ripercorriamo in cerca di un nuovo senso.
Il pensiero autobiografico in qualche modo ci cura. Mentre ci rivediamo alla moviola (“sviluppiamo i negativi della nostra vita”, come ha detto Marcel Proust), ci riprendiamo tra le mani, “ci prendiamo in carico (in cura) e ci assumiamo la responsabilità di tutto ciò che siamo stati o abbiamo fatto e, a questo punto, non possiamo che accettare” (D. Demetrio).
Ma questo non significa rassegnazione. Da un lato significa accettazione, cioè amore per noi stessi. Dall’altro può significare decisione di cambiare o di lasciare andare qualche parte di noi, proprio alla luce dell’esperienza passata rivisitata, meglio compresa  e “metabolizzata”. Cioè è un’occasione di trasformazione esistenziale che guarda al futuro.