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Perché aiutiamo gli altri? È una domanda importante per tutti, ma specialmente per chi lavora nel counseling, nella sanità e, più in generale, in qualcuna delle cosiddette “relazioni d’aiuto”. È solo un impegno lavorativo, o una generica filantropia, oppure abbiamo anche altre motivazioni?

L’insopprimibile bisogno di senso che caratterizza l’essere umano richiede per qualsiasi tipo di lavoro, come per ogni attività umana, la ricerca di motivazioni. Il lavoro basato sulla relazione d’aiuto, come il counseling o quello socio-sanitario, ha bisogno di motivazioni e di senso, ancor più di ogni altro lavoro, per non diventare fonte eccessiva di stress. Pertanto, non bastano le motivazioni economiche e di sostentamento, ma occorrono motivazioni che abbiano un senso e un significato più ampio. Si può allora parlare di altruismo contrapponendolo all’egoismo? Le motivazioni basate sull’altruismo da sole non bastano a fornire l’energia necessaria, devono accompagnarsi alla consapevolezza che, aiutando gli altri, aiutiamo anche noi stessi a crescere come persone.

In psicologia la “motivazione” è l'espressione dei motivi che inducono un individuo a una determinata azione[1]. È definita come l'insieme dei fattori dinamici che spingono il comportamento di un individuo verso una data meta; secondo questa concezione, ogni atto che viene compiuto senza motivazioni rischia di fallire. La motivazione svolge due funzioni fondamentali: attivare e orientare i comportamenti specifici. Nel primo caso si fa riferimento alla componente energetica di attivazione della motivazione, mentre nel secondo alla componente direzionale di orientamento.

Il meccanismo della motivazione funziona come una continua interazione di almeno due elementi: motivazioni biologiche, innate, che fanno riferimento a elementi fisiologici (il corpo); motivazioni di tipo psicologico-cognitivo, formatesi durante l’esperienza.

Un'altra distinzione fondamentale è quella tra motivazione intrinseca (quando ci si impegna in un'attività perché la si trova stimolante e gratificante di per se stessa, e si prova soddisfazione nel realizzarla) e motivazione estrinseca (ci si impegna in un'attività per scopi che sono esterni all'attività stessa, come, ad esempio, ricevere lodi, riconoscimenti, gratificazioni o evitare situazioni spiacevoli, come una punizione o una brutta figura).

Sia le motivazioni intrinseche che le estrinseche possono essere in parte consce ed in parte inconsce. Possiamo dichiarare verbalmente una motivazione, mentre in realtà quella che ci spinge ad agire è un’altra. Questo avviene non tanto perché “mentiamo”, ma perché possiamo essere inconsapevoli di quello che ci motiva profondamente.

Le teorie sulla motivazioni sono varie, e non è possibile esaminarle tutte in questo contesto[2]. È importante, però, ricordare[3] :

1) La teoria pulsionale biologica, alla base della quale c’è il concetto di bisogno, che deriva soprattutto da necessità fisiologiche; tali bisogni "scattano" quando l’organismo avverte una deprivazione eccessiva di qualcosa che è necessaria per la sua sopravvivenza o il suo benessere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) La teoria freudiana delle pulsioni: Sigmund Freud ha introdotto il concetto di pulsione, definendola come un istinto, con un'origine, uno scopo e un oggetto attraverso cui avviene la sua scarica. Egli ha identificato due istinti o pulsioni di base, una legata alla sopravvivenza e alla sfera sessuale (libido), un'altra alla morte e alla distruttività (destrudo), chiamandole anche Eros e Thanatos. Gli esseri umani, non potendo disporre dell'oggetto appropriato, soddisfano le proprie pulsioni con una sostituzione di oggetto, più o meno socialmente accettata. Attraverso questo meccanismo, chiamato di sublimazione, viene spiegato il perché delle condotte sociali e relazionali, riconducendole ai due istinti fondamentali riconosciuti da Freud.

3) La teoria dei bisogni di Abraham Maslow[4]: una teoria che considera il concetto di motivazione come base dello sviluppo individuale ed ha specificato la piramide dei bisogni fondamentali. Essa identifica sei fasi di crescita, successive e consecutive, tutte incentrate su bisogni, dal più semplice (legato all'aspetto fisiologico), al più complesso (legato all’ auto-realizzazione) (FIG 1). Essi sono: i bisogni fisiologici legati agli stati fisici necessari per vivere ed evitare il disagio (respiro, idratazione, alimentazione, minzione, defecazione, igiene, sesso, sonno, omeostasi); i bisogni di sicurezza: fisica, di occupazione, morale, familiare, di salute, di proprietà, che si manifestano solo dopo aver soddisfatto i bisogni fisiologici e riguardano la ricerca di contatto e protezione; i bisogni di appartenenza quali amicizia, affetto familiare, intimità sessuale, in cui c’è il desiderio di far parte di un' unità sociale (famiglia, gruppo amicale, comunità), desiderio che nasce solo dopo aver soddisfatto i bisogni di sicurezza; i bisogni di stima: autostima, autocontrollo, realizzazione, riconoscimento, rispetto reciproco, alla cui base c’è l’esigenza di avere dai partner dell'interazione un riscontro sul proprio apporto e sul proprio contributo, che a loro volta si attivano solo dopo aver soddisfatto i bisogni interpersonali; i bisogni di indipendenza: libertà, autonomia, indipendenza, individuazione, alla cui base c’è l’esigenza di autonomia, realizzazione e completezza del proprio contributo al progetto personale di vita e si attivano solo dopo aver soddisfatto i bisogni di stima; i bisogni di autorealizzazione: moralità, creatività, spontaneità, problem solving[5], accettazione, assenza di pregiudizi, esigenza di superare i propri limiti, di collocarsi entro una prospettiva super-individuale ed essere partecipe con la società e col mondo.

FIG. 1

La scala, come ho accennato, non ammette “salti”: un bisogno insoddisfatto concentra le energie motivazionali in attività atte a soddisfare quel bisogno, per cui non ci fa accedere ai bisogni superiori nella scala. Tra le fasi sopra descritte, nel modello originale del 1954, non compare il bisogno di indipendenza che sarà aggiunto successivamente.

Alcuni autori aggiungono alla scala di Maslow un nuovo gradino, o una nuova punta della piramide: il bisogno di spiritualità, che si basa in gran parte sulle teorie di Jung, di Fromm e di Frankl.

Per C. G. Jung[6] il bisogno spirituale e quello religioso sono bisogni fondamentali dell’uomo e sono “incontestabilmente una delle prime e fondamentali espressioni dell’anima umana”. Secondo lui la nevrosi si definisce come “la sofferenza dell’anima che non ha trovato il suo significato”. L’uomo si ammala di nevrosi perché ha perduto ciò che le religioni di tutti i tempi gli davano; per guarire deve recuperare la dimensione religiosa, senza per questo necessariamente aderire a nessuna Chiesa o religione istituzionale.

Per Eric Fromm[7] il fine della psicoanalisi è “la cura delle anime”, cioè lo sviluppo ottimale delle possibilità di un uomo, la realizzazione della sua individualità e della sua integrità morale e intellettuale, nel dispiegamento di un’accettazione produttiva della vita e dell’amore. Secondo Fromm l’atteggiamento religioso, di ammirazione, commozione e unione con l’universo si riscontra anche nella psicoanalisi, che vuole rompere le barriere dell’Ego per un contatto con l’inconscio, verso un quadro di orientamento trascendente l’individuo, per un sì detto senza riserve alla vita.

Victor E. Frankl[8] , collegandosi a Maslow, ribadisce che il bisogno di senso e significato della vita è una componente fondamentale dell’uomo. Secondo lui non esiste soltanto un inconscio istintivo, ma anche un inconscio spirituale, che è fatto di libertà e responsabilità. C’è anche un bisogno “noetico” nell’essere umano (dal greco nous, intelletto, spirito), che lo spinge ad auto-trascendersi, ad uscire da sé, ad orientarsi verso il mondo in cui cerca un significato da realizzare o una persona da amare. Questa convinzione di Frankl deriva dalla sua esperienza del campo di concentramento, dove alcuni esseri umani, pur in condizioni di estrema difficoltà e privazione, sono stati in grado di andare oltre i bisogni corporei ed emotivi per dare il proprio pane o il proprio conforto ad un altro essere umano.

Fin qui le teorie. Ma è importante occuparci della pratica che riguarda più da vicino i counselor e gli operatori del sociale, riflettendo su quali sono le personali motivazioni nel lavoro.

Nel film “Quasi amici”, di Eric Toledano e Olivier Nakache, basato su una storia vera e che ha avuto un immenso successo, il senso di fondo è che la motivazione più importante alla relazione d’aiuto è la relazione tra persone. In definitiva è quello di cui hanno bisogno veramente il cliente o il paziente, al di là della compassione, della pietà, ed anche della competenza dell’operatore. Il film si intitola infatti “Quasi amici”, perché non si tratta di una vera amicizia, ma di una relazione comunque autentica che si chiama “relazione d’aiuto”. Secondo Carl Rogers[9] si tratta di una relazione in cui almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la salute, la crescita, lo sviluppo, la maturità e

 il raggiungimento di un modo di agire più adeguato ed integrato.

Per definizione, la relazione d’aiuto è circolare e secondo Balint[10] “produce un’evoluzione personale reciproca”. Nello stesso tempo è una relazione asimmetrica, che non vede cioè un’uguaglianza di ruoli[11]. Ciò non va inteso come una presunta superiorità di colui che aiuta rispetto a colui che viene aiutato, ma ha a che fare con l’intenzionalità e la responsabilità che chi aiuta ha, e deve avere, nei confronti della persona alla quale presta aiuto. Chi aiuta infatti sceglie di instaurare la relazione con l’altro e si assume quindi delle responsabilità nei suoi confronti.

Ogni relazione d’aiuto è necessariamente parziale: esistono dei limiti che circoscrivono la possibilità di intervento quali: vincoli personali (es. limitatezza del tempo che possiamo dedicare alla relazione), vincoli di contesto (ad esempio risorse economiche), vincoli istituzionali (es. obiettivi e possibilità dell’organizzazione entro cui si opera). Aver chiari limiti e potenzialità della relazione d’aiuto, permette di non cadere nel senso di impotenza (sensazione di non poter far nulla), o al contrario in quello dell’onnipotenza (idea di volere/dovere cambiare tutto).

Il rispetto è la prima condizione per l’instaurarsi di una relazione umana. Rispettare la persona significa riconoscere la sua dignità, la sua intenzionalità, l’unicità della sua integrazione nel mondo, delle sue scelte di valori e del suo progetto di vita. Il rispetto si basa su tutto questo e si configura come un insieme di atteggiamenti interiori e pratici caratterizzati dal riconoscimento dell’altro come altro e come soggetto che ha il diritto di realizzare il suo bene nella libera espressione del proprio essere.

L’accettazione invece, è la capacità di entrare in relazione senza esprimere giudizi morali, insieme al saper accettare e mantenere una disposizione positiva verso la persona cui è diretto l’aiuto.

Apprezzare e rispettare le persone per la loro individualità implica la sospensione del giudizio: accogliere l’altro come una persona unica, con la sua identità e la sua dignità, non valutandola, non giudicandola e non classificandola in maniera rigida.

Di fondamentale importanza è l’empatia, che significa la capacità di immergersi nel mondo dell’altro e partecipare alle esperienze, alle emozioni e agli stati d’animo che egli ci comunica, come se fossimo al suo posto, sospendendo ogni azione di giudizio e senza perdere la qualità del come se (cioè senza identificarsi completamente). È la focalizzazione sul mondo interiore dell’interlocutore, la capacità di intuire quale valore rivesta un evento per l’altro senza lasciarsi guidare dai propri schemi di attribuzione di significato, ma anche senza lasciarsi completamente “catturare” dal mondo dell’altro: essere empatici non significa lasciarsi sopraffare dalla sofferenza!

L’ascolto dell’altro rappresenta una condizione importante nell’ottica di aiuto: non si può pensare di aiutare qualcuno se prima non si conoscono i suoi bisogni. Nella relazione di aiuto, l’ascolto è attivo ed è finalizzato alla comprensione; richiede dunque attenzione e tempo. La persona può avere l’esigenza di comunicare, con o senza le parole, ciò che gli sta accadendo e la disponibilità all’ascolto permette all’altro di esprimere se stesso, aspetti della propria interiorità, affetti e magari di avere meno paura.

Quale è dunque la motivazione che spinge ciascuno di noi alla relazione d’aiuto? È una domanda difficile, per la quale nessuno ha risposte complete. Spesso ci muoviamo più sulla base di intuizioni che di consapevolezze precise.

Ma è una domanda che dobbiamo porci - e ripeterci spesso, perché non c’è una risposta sola e valida una volta per tutte - se vogliamo che la nostra azione sia sempre più consapevole ed efficace.

Massimo Calanca, Psicologo, Psicoterapeuta, Couselor Trainer/Formatore, Direttore scientifico della Scuola di Art-Counseling di CinemAvvenire e Presidente della FAIP Counseling.

(Articolo tratto da una lezione ai medici, agli psicologi e al personale sanitario della USL RMA)

 

[1] Cfr. Wikipedia, Enciclopedia multimediale, voce “Motivazione (psicologia)”.

[2] Cfr. Umberto Galimberti, Dizionario di psicologia, 1992, 1994, 2006.

[3] Cfr. Wikipedia, Enciclopedia multimediale, voce “Motivazione (psicologia)”, cit.

[4] A. Maslow, Motivazione e Personalità, Armando Editore, 1973.

[5] Capacità e strategie per risolvere i problemi e trasformare “in positivo” qualcosa che all’inizio si presenta come negativo o sfavorevole.

[6] C.G.Jung, Opere 11, Psicologia e religione, p.314, Bollati e Boringhieri,Torino, 1979C.Cfr. anche Jung, L’uomo e i suoi simboli, Mondadori, Milano, 1984.

[7] E. Fromm, Psicoanalisi e religione, Milano, Edizioni di comunità, 1961.

[8] V. Frankl, Dio nell’inconscio. Psicoterapia e religione, Morcelliana, Brescia, 1990 e Alla ricerca del significato della vita, Mursia, Milano, 1974.

[9] C. Rogers, La terapia centrata sul cliente, Firenze, Martinelli Editore, 1970 e Da persona a persona, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, 1987.

[10] M. Balint, Medico, paziente e malattia, Feltrinelli, Milano, 1990.

[11] Cfr. Lucia La Torre, Teoria e tecnica del colloquio d’aiuto, Dispense Corso di Alta Formazione “Tecnologie per l’Autonomia”, Fondazione Don Carlo Gnocchi.

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