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Nella videoteca del Counselor non può mancare “Un’altra donna”, un film di Woody Allen del 1988 che contiene diversi spunti per lavorare in modo trasformativo su un passaggio importante della vita, la maturità, occasione di un bilancio della propria vita in cui spesso non mancano momenti di nostalgia e rimpianto.

UN’ALTRA DONNA

Regia di Woody Allen

La maturità è il momento per armonizzare gli estremi e sconfiggere l’assoluto in cui spesso sembriamo costretti a vivere. Ma anche per ritrovare l’energia di tornare là da dove eravamo scappati, per paura del confronto: una persona scomoda, un evento imprevisto. E per ricominciare a progettare.

REGIA: Woody Allen

ATTORI: Gena Rowlands, Mia Farrow, Ian Holm, Blythe Danner, Gene Hackman, Betty Buckley, Martha Plimpton, John Houseman, Sandy Dennis, Philip Bosco, Harris Yulin, Frances Conroy, David Ogden Stiers, Kenneth Welsh, Bruce Jay Friedman, Mary Laslo, Carol Schultz, Dax Munna, Heather Sullivan, Caroline Mcgee, Jacques Levy, Josh Hamilton, Kathryn Grody, Michael Kirby, Fred Sweda, Jill Whitaker

SCENEGGIATURA: Woody Allen

FOTOGRAFIA: Sven Nykvist

MONTAGGIO: Susan E. Morse

USA, 1988

Un film sulla maturità, sulla speranza e sull’ascolto

Film d’arte e d’autore, elegante e intenso, “Un’altra donna” lascia subito trasparire una stretta coincidenza tra racconto cinematografico e vissuto del regista; è infatti un film sulla maturità scritto quanto Woody Allen aveva 53 anni - più o meno la stessa età dei suoi principali attori, Gena Rowlands e Gene Hackman - e che vede nel cast anche la compagna di quel  tempo, Mia Farrow, incinta sia nel film che nella vita. Ma anche un film sulla speranza; Hope è a sorpresa il nome che nei titoli di coda si scopre porta il personaggio interpretato dalla stessa Farrow, la giovane donna dalle cui confessioni tutto ha origine. Infine un film sull’ascolto, perché proprio attraverso l’ascolto la protagonista Marion getta le fondamenta per il cambiamento radicale della sua vita.

Il film utilizza l’io narrante, una tecnica che porta lo spettatore ad identificarsi completamente con il personaggio di Marion, figura dai tratti seri e riservati, ma anche di grandi capacità riflessive e, si vedrà in seguito, introspettive e trasformative. Si è subito catturati dal suo racconto in prima persona, che inizia con una sorta di disarmante presentazione: “Se qualcuno mi chiedesse di fare un bilancio della mia vita a cinquant’anni, probabilmente direi che sono riuscita a realizzarmi e come persona e come professionista. Non andrei  oltre. Non che abbia paura di rivelare lati più oscuri di me stessa, ma ho sempre pensato che si dovrebbero lasciare le cose come stanno, se funzionano”.

Marion è dunque una donna cinquantenne; a una prima lettura sembrerebbe una persona realizzata e appagata: un nuovo matrimonio appena celebrato, una vita sociale ricca di relazioni e interessi, un lavoro interessante e creativo tra la scrittura e l’insegnamento della filosofia. Sottopelle però qualcosa è in agguato, e infatti quando il destino le si para davanti per offrirle un’occasione, Marion è pronta ad accoglierla.

Dall’appartamento attiguo al suo nuovo studio, attraverso la griglia dell’impianto di aereazione, Marion si trova ad ascoltare l’angoscia esistenziale che una giovane donna, giunta quasi al termine della gravidanza, esprime nelle sedute con il suo psicoanalista. Prima l’imbarazzo, il tentativo di scacciare questa scomoda intrusione nella quiete ovattata del suo studio; poi la curiosità, il richiamo a un ascolto che potrebbe essere portatore di scoperte ed opportunità. Attraverso le confessioni di un’altra donna, apparentemente il suo opposto, Marion si vede “costretta” ad ascoltarsi dentro, e a mettere in atto quella sorta di bilancio della vita che, a oltre metà del percorso, generalmente si presenta. Un’occasione scomoda per una donna estremamente controllata che ha sempre subordinato l’emozione al ragionamento … Ma sembra arrivato il momento per andare fino in fondo.

Tra istinto e ragione

Così, lentamente, col passare dei giorni, attraverso l’ascolto della terapia attigua, il suo studio diventa per Marion una sorta di luogo intimo e privilegiato in cui poter passare in rassegna la propria esistenza, e con questa tutte le occasioni mancate o rifiutate. Un viaggio a ritroso che parte dal rapporto, di stima ma totalmente anaffettivo, con l’attuale marito Ken, per arrivare alla relazione difficile con il padre, all’allontanamento emotivo dal fratello, considerato il perdente della famiglia, all’amore appassionato che nutriva per lei un uomo, Larry, da cui è fuggita spaventata, per arrivare a quella strana relazione con il suo professore universitario e a quella scomoda gravidanza che, senza parlarne con il compagno, rifiutò di portare a termine perché avrebbe compromesso una carriera appena agli inizi.

Piano piano prende corpo la consapevolezza di aver rinunciato alle passioni in cambio di una vita costruita sulla razionalità e il controllo, lontana da qualsiasi imprevisto avrebbe potuto sconvolgere il corso sicuro e calcolato delle sue giornate.

Guardandosi dentro, Marion è costretta a constatare che ai successi sul piano sociale e culturale si sono sempre contrapposte altrettante rinunce su quello affettivo ed esistenziale. E si chiede se dopotutto il bilancio sia così positivo come fino a quel momento riteneva che fosse.

Gravidanze interrotte, vecchi rancori, adulteri, matrimoni fallimentari, sono il doloroso controcanto di un benessere conquistato a suon di decisioni e consumato nell’ambiente borghese dell'Upper East Side di Manhattan, dove è sicuramente più sensato fare attenzione all’apparire che lasciarsi andare all’essere.

Dice infatti del suo personaggio Woody Allen, in un’intervista: “Marion non aveva fatto le scelte giuste nella vita. Aveva compiuto delle scelte sicure e fredde, ma mai quelle giuste. Ha fatto scelte sicure, ma non rischiose. Per essere rischiose, avrebbero dovuto essere delle scelte in cui lei non sapeva cosa l’attendesse. Ma lei ha fatto delle scelte sicure. Voglio dire, Ian Holm (il marito Ken) era una scelta priva di rischi, un medico, un uomo affermato, una persona sicura, fredda come lei. Gene Hackman (l’amore che poteva essere e non è stato) era una persona calda, rude, sensuale”.

Il mondo sembra addirittura crollarle addosso quando, ascoltando l’ennesimo colloquio tra la giovane donna e il suo psicoanalista, questa parla dell’incontro avuto con Marion, da quest’ultima fortemente provocato;  il ritratto che la paziente riporta al suo terapeuta è quello di una donna dalla vita vuota, piena di rimpianti e di tristezza. Marion si riconosce dolorosamente nella descrizione fatta da Hope. Lo sguardo sincero e spassionato dell’altro su di sé, fuori da ogni retorica, è la goccia che fa traboccare il vaso e la spinge a dare un impulso risolutivo alla sua vita.

Caso, destino e volontà

Il mondo non sarebbe mai crollato sulle spalle di Marion se non avesse affittato quello studio e non avesse ascoltato i colloqui tra Hope e il suo dottore. Il caso ha determinato tutto ciò, ma la parte attiva di Marion ha dato un senso personale e trasformativo ai fatti che l’hanno sconvolta, mettendola in contatto con le tante rimozioni della sua vita. Al contrario di quanto avviene in un altro bel film di Allen, “Match point”, in cui il destino e il caso sembrano agire autonomamente e senza alcuna interazione con la volontà e la decisionalità dei protagonisti.  Marion riesce a trovare la forza di ricominciare, correggendo i propri errori. La trasformazione è ormai in atto: la separazione dal rapporto comodo ma asettico con Ken, la richiesta al fratello, accogliendo dentro di sé quella sua parte di fragilità a lungo rifiutata, di poter costruire un nuovo rapporto di affetto e stima, la ripresa della scrittura, metafora di una rinnovata capacità di ridisegnare la propria vita.

E dalla lettura di alcuni passaggi del libro di Larry, l’uomo che l’ha profondamente amata,  in cui uno dei personaggi è ispirato proprio a lei, Marion prova un nuovo sentimento, un misto di riconoscenza, affetto e pacificazione.

"Provai uno strano miscuglio di malinconia e di speranza, mi chiesi se un ricordo è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto. Per la prima volta, dopo tanto tempo, mi sentii placata." Con queste parole, sempre seguendo il filo narrativo in prima persona, termina il film. Grazie alle riflessioni scaturite dall’ascolto di un’altra donna, Marion sembra finalmente ritrovare la serenità nel riconciliarsi con il passato, con la donna che è stata, la donna che avrebbe voluto essere e la donna che è, fuori da ogni ideale ed assoluto. Con la consapevolezza che non è mai troppo tardi per ricominciare a vivere.

Francesco Cantalupo

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