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Crescere. Cambiare. Affrancarsi dalle dipendenze. Risorgere dagli abissi. Il riscatto dal degrado sociale, dall’emarginazione e dalla povertà come metafora di una trasformazione a cui tutti, indistintamente, siamo chiamati. Una trasformazione che, come l’amore, è in fin dei conti una decisione personale

                                                                       

                                                                        NON ESSERE CATTIVO


 REGIA: Claudio Caligari
 SCENEGGIATURA: Claudio Caligari, Francesca Serafini, Giordano Meacci
 ATTORI: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia d'Amico, Roberta  Mattei, Alessandro Bernardini, Valentino Campitelli
 FOTOGRAFIA: Maurizio Calvesi
 MONTAGGIO: Mauro Bonanni
 PRODUZIONE: Kimerafilm, Taodue Film, Andrea Leone Films
 DISTRIBUZIONE: Good Films Italia, 2015

 Presentato al Festival di Venezia di quest’anno, Non essere cattivo è  l’opera postuma di Claudio Caligari, morto quando il film era ancora in  fase di montaggio e terminato grazie alla volontà e all’impegno di  Valerio Mastandrea. Nonostante sia stato proiettato fuori concorso, il  film ha ottenuto importanti riconoscimenti tra i quali il Premio  Francesco Pasinetti per il Miglior Film 2015 ed il Premio Film della Critica  del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI).
 Una strana carriera quella di Caligari: tre film in oltre trent’anni di vita  professionale. Nel 1983 porta a Venezia la sua opera prima, Amore  Tossico, vincendo il premio speciale della Sezione De Sica e  sorprendendo critica e pubblico. Quindici anni dopo esce L’odore della  notte, protagonista Valerio Mastandrea che interpreta il ruolo di un  poliziotto dalla doppia vita. Poi un’altra lunga sosta, per alcuni dovuta  a un’inspiegabile censura produttiva. E infine Non essere cattivo,  designato a rappresentare l’Italia agli Oscar 2016.

 

LA STORIA
Claudio Caligari ambienta il suo racconto a metà degli anni novanta, in una borgata sul litorale romano. Sono gli anni in cui la nuova televisione ha impressionato indelebilmente i cervelli dei giovani con il sogno della velina e del calciatore: grande successo e ingenti guadagni in pochissimo tempo, già appena fuori dall’adolescenza; il corpo come unico passe-partout per riuscire in un sol colpo, senza la minima gavetta. In questi contesti non è certo il lavoro normale la meta sognata, quanto fare i soldi nel minor tempo possibile e con il minor sforzo possibile. E’ inevitabile quindi che ci si avvicini a realtà spesso ai limiti della legalità. La droga è uno di questi.
Ed è proprio l’uso e lo spaccio di droga a riempire le giornate di Cesare e Vittorio, la cui grande amicizia è il tema portante del film. Due accattoni del nostro tempo che vivono alla giornata, due ragazzi dai caratteri opposti, ma legati da un rapporto dolce e virile al tempo stesso. Narrativamente la storia è perfetta. Sarà anche per il crescendo emotivo dettato dalla progressiva discesa agli inferi di Cesare e dal contemporaneo sforzo di redenzione di Vittorio: dalla droga, dalle allucinazioni, dai giri a vuoto in macchina, dalle serate in discoteca che finiscono spesso in inutili risse … Vittorio ne vuole uscire, sarà anche perché lui il fondo lo ha toccato sul serio, le allucinazioni gli si sono spesso sovrapposte alla realtà e ne è stato profondamente spaventato. Cesare invece ci è dentro fino al collo perché è meno consapevole; anzi, è convinto di essere lui il più forte; o almeno così dice. Ma non è vero. Sta lentamente sprofondando, anche se a tratti prova ad aggrapparsi all’amico, alla compagna, ma senza troppo convincimento: ricade sempre e sempre più faticosamente si rialza. Fino a bruciare la sua vita in una stupida sparatoria, per stupidi motivi.

 DALLA STORIA AL PERSONALE   
 Non essere cattivo è un film bello, forte, lucido, sincero, luminoso e  ben fatto. Si esce ammutoliti e carichi di emozioni. Ed è proprio  questa immediata ricchezza emotiva la guida per alcune riflessioni che,  come sempre accade nella visione di un’opera che punta dritto al  cuore, dalla storia narrata nel film ci trasportano subito nel nostro  vissuto personale e da qui verso una riflessione più ampia sull’essere  umano. E’ il grande potere che ha il cinema di attivare nello  spettatore i processi di proiezione e di identificazione.


LA DIPENDENZA
La grande attrazione per la droga, di cui è intriso tutto il film, fa nascere una prima riflessione sulla dipendenza in generale. Lasciando da parte la cultura dello sballo e gli interessi economici che ci stanno dietro, cosa possiamo dire della droga se non che è un modo, eccessivo e disperato, di colmare un vuoto, una mancanza? Come il ciuccio compensa l’assenza del seno materno, la sigaretta l’incapacità di sostenere da soli belle e brutte emozioni e l’essere sempre on line, in qualsiasi forma, l’impossibilità di gestire la solitudine. E’ l’apoteosi dell’oralità, da cui si esce solo se si impara piano piano a convivere con il vuoto, ad accoglierlo e, magari, a riattraversarlo.


CONSERVARE O TRASFORMARE?
Vittorio e Cesare sono i nostri due modi di stare al mondo. Restare dove si è, come Cesare, o provare a cambiare, come fa Vittorio? Conservare o trasformare? La sicurezza del conosciuto o il rischio dello sconosciuto? E per cosa, per migliorare una vita che ci sta stretta? E a quale prezzo? Vivere e non sopravvivere è un dovere? Domande che ognuno di noi si è fatto in più occasioni, preso tra due estremi: la conservazione dello status quo e il bisogno di andare oltre. Il film stesso, nonostante parli di un tentativo di resurrezione legato a problematiche sociali, sembra suggerire che qu alsiasi trasformazione è, soprattutto, una decisione individuale. Che la risalita dagli abissi richiede costanza nel tempo perché si cade e ci si rialza continuamente. E che più forte e consapevole è l’adesione a un progetto, più forte è la possibilità di rialzarsi e riprendere il cammino. Solo chi ha visto in faccia il “mostro”, chi ha combattuto contro il “drago” come Vittorio, può pensare di liberarsi dalle sue schiavitù.

RISCRIVERE LA PROPRIA VITA    
Il finale del film offre lo spunto per altre riflessioni, legate questa volta al tema dell’apertura all’amore. Dopo la morte di Cesare la sua anziana madre non ha più nessuno. L’Aids si è già portato via la figlia e la nipotina. Ma nonostante l’età, la donna ha la capacità di rimettersi in gioco, e di riscrivere in qualche modo la sua vita, accogliendo in casa la compagna di Cesare e il piccolo frutto della loro unione. Ha così la possibilità di ridisegnare una nuova famiglia al cui interno possa sia riparare il lutto e riaprirsi all’amore, continuando ad amare Cesare attraverso chi lo ha amato, sia lenire il dolore per la scomparsa prematura della piccola nipote, dedicandosi alla cura di una nuova vita.
Infine l’ultima scena: Vittorio, addolorato per la scomparsa dell’amico, passa con la macchina davanti alla casa della madre di Cesare: la casa davanti a cui chissà quante volte lo aveva aspettato o riportato dopo le tante bravate di gioventù. Vede uscire la sua compagna (con cui, prima di Cesare, lo stesso Vittorio aveva avuto una relazione) che spinge una carrozzina. Non sapeva nulla di questa nascita. I due parlano commossi di chi non c’è più, guardando a tratti, teneramente, il neonato in mezzo a loro. E in questa immagine, che ricorda una Natività, c’è tutta la possibilità per un nuovo amore. Che nasce, come sempre, da un sacrificio, da una separazione, da una morte.

Francesco Cantalupo

 

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