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“Nell'animo di ognuno di noi convivono luci ed ombre, assieme ai valori individuali e sociali maggiormente condivisi e accettati esistono impulsi attraenti e oscuri, non c'è una verità chiara e unica, ma fatta di tante sfaccettature. E' di questo che bisogna tener conto in qualsiasi campo si lavori, anche in quello della legge e della giustizia, per accogliere la contraddittorietà e la ricchezza della vita umana e ricercare una unificazione armoniosa che dia un senso diverso al vivere e alla scelta libera del rispetto delle regole”.

“Avevo ventidue anni e, fino a pochi mesi prima, nella mia vita non era successo quasi nulla”: così uno dei capitoli di apertura introduce il libro di Gianrico Carofiglio (con una esposizione improntata alla tecnica del flash back), dal quale è tratto il film omonimo di Daniele Vicari, che instaura con il testo scritto un interessante dialogo.
Giorgio è uno studente di legge modello, fidanzato con la “brava ragazza” Giulia, di estrazione borghese e poco interessata alla lettura, mentre Giorgio le regala sistematicamente libri, da lei non graditi. Il padre del protagonista è un docente universitario di letteratura ed è dalla famiglia che Giorgio eredita probabilmente la passione per i libri, ma si tratta di una “cultura” che  nella percezione di Giorgio e forse anche per via di un ambiente perbenista e attento alle sole apparenze  è staccata dalle emozioni e dalla vita vera, con un’esistenza che scorre piatta e senza mordente o soddisfazione.
Ad una festa a casa di un’amica della fidanzata  figlia di un Notaio ed espressione della migliore società barese", ci dice il libro, Giorgio conosce Francesco, un affascinante professionista delle carte e un abile intrattenitore, che lo apostrofa con l’ammaliante invito “e tu non giochi?”. Proprio in quel momento tre loschi individui entrano sulla scena per malmenare Francesco e Giorgio, inspiegabilmente, ne prende le difese rompendo il naso ad uno dei tre ed evitando che Francesco sia pestato.
Di qui nasce il rapporto fra i due, che lentamente fa scendere Giorgio in un buco nero sempre più oscuro e profondo, dove paura e attrazione, mistero e trasgressione, si rendono via via più intensi. Francesco invita infatti Giorgio a fargli da compagno a poker e telesina, poi rivelandogli di essere un “baro” e che le loro vincite sono state tutte truccate.
Un momento clou è allora quello in cui Giorgio è fortemente combattuto, non sa se rompere o no il rapporto da poco iniziato con Francesco: diviso fra la rabbia di essere stato manipolato e affascinato dalla possibilità di assaporare il gusto della vittoria a spese altrui e di esplorare sempre più un mondo fatto di gioco d’azzardo, bische clandestine e donne “maledette”, con una delle quali (sebbene sposata) Giorgio avvierà una relazione, senza affetto e, comunque, senza futuro, con incontri confinati alle mattine di lei piene di solitudine.
Contestualmente e inesorabilmente, Giorgio si allontana dalla sua vita di prima, smettendo di studiare e mettendo sempre più distanze fra sé e i suoi genitori, con i quali non parla più. Ma proprio tale distanza è l’occasione affinché Giorgio, sentendo forse di essere più forte grazie all’abbandono di una strada già tracciata, aggredisce verbalmente e violentemente il padre, al quale non riconosce ormai autorità alcuna: per cui è importante la scena in cui il padre stesso zittirà Giorgio proprio quando il film si avvia ad un difficile epilogo, perché tale elemento lascia almeno un segno del rapporto con il principio paterno, anche se tale contatto non è ancora sufficiente a fare sì che Giorgio si “ritrovi”.
A prescindere dal rapporto con il padre, il percorso che Giorgio compie lo porta a sperimentare il “furto” fino in fondo e persino la violenza fisica, quando va a recuperare assieme ad un picchiatore messo a disposizione da Francesco quanto un giocatore, che aveva consegnato un assegno scoperto, doveva a lui e a Francesco stesso.

Ebbene, il percorso descritto è necessario prima che il protagonista possa fare una scelta diversa, con una differenza fra il film e il libro che vale la pena di essere sottolineata come scelta autoriale, consapevole e significativa del regista.
Accumulata una cospicua somma di denaro, Francesco propone a Giorgio un viaggio a Barcellona, per investire tutti i loro “proventi” nell’acquisto di una partita di droga da riportare a Bari e vendere all’ingrosso, con il miraggio (almeno raccontato dall’abile Francesco) di poter poi cambiare vita andando altrove.
Mentre nel libro, dove l’incedere della trama si avviluppa alle indagini della polizia su uno stupratore seriale, Giorgio e Francesco incontrano una studentessa fuori sede con cui compiono un viaggio a Valencia e che “finisce” (consapevolmente e consensualmente) fra le braccia di entrambi; nel film i due conoscono la bella Angela proprio a Barcellona e finiscono a casa di lei a “tirare di coca”: qui Giorgio vede Francesco che inizia a picchiare con violenza Angela  probabilmente perché è stata smascherata la sua parziale impotenza, di cui viene in qualche modo schernito  fino a farle sanguinare il naso dopo averle sbattuto la faccia per terra, e lo scalza via come per difenderla quando Francesco stesso, dopo aver annichilito la ragazza, inizia a violentarla; ma poi viene anch’egli preso da un simile istinto animale è possiede la ragazza ormai incapace di reagire, sebbene senza la violenza di Francesco.
Credo che tale scena sia esiziale perché si fondono insieme una spinta di protezione e tesa ad evitare oggettivamente conseguenze peggiori, ma anche la spinta alla violenza sulle donne che in questo fa toccare a Giorgio la parte più oscura di Francesco e di sé stesso.
Tornati a Bari, Francesco - che prende in prestito la macchina di Giorgio per consegnare la droga - non si fa più vedere, per cui Giorgio va alla sua ricerca. E lo trova proprio mentre sta per tentare lo stupro di Antonia, venendo fermato da Giorgio.
È interessante rilevare che Giorgio non di proclama innocente di fronte alla Polizia, venendo all’inizio malmenato  ci dice il libro, nella cui trama Francesco riesce invece a convincere Giorgio, che poi si ribella, a farlo insieme per la “vergogna per non esser stato capace, l’ennesima volta, di dire di no” e con una “colpa [che] sembrava enorme, visibile a tutti. Alla ragazza per prima”.
Incontrare Antonia a distanza di anni è un viaggio nel passato, in una terra straniera, forse anche in parte, rimossa. Ma è anche l’occasione per riappropriarsi del bene e del male di quel passato, nonché di quella scelta che ha consentito a Giorgio di decidere per il rispetto delle regole e la rinuncia ad una “voracità” senza speranza, dopo essere andato assai oltre nella loro violazione ed aver attraversato quella linea che non ha reso la sua trasgressione, per così dire, ideale, controllata e come tutti la vorremmo pensando ad un percorso di crescita da manuale.
Non è un caso che Giorgio faccia il Pubblico Ministero e Antonia, nel libro, la psichiatra in un centro per vittime di violenza, che possiamo sperare o immaginare abbiano ora occhi diversi e più consapevoli di tanti altri loro colleghi, ancora portatori di una visione del mondo basata su rigidi e illusori “steccati” fra lecito e illecito, fra valori e impulsi.
Nessun operatore del diritto, infatti, dovrebbe amministrare regole che non ha sperimentato e che si vanno ad applicare ad una materia esistenzialmente - questa sì – straniera, come se egli fosse totalmente altro ed esterno rispetto a quelle regole e rispetto ciò di cui si occupa tutti i giorni.

Bruno Tassone

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