facebook gooplus twitter youtube pinterest

testata-interna

Nella videoteca del Counselor non può mancare “Un’altra donna”, un film di Woody Allen del 1988 che contiene diversi spunti per lavorare in modo trasformativo su un passaggio importante della vita, la maturità, occasione di un bilancio della propria vita in cui spesso non mancano momenti di nostalgia e rimpianto.

UN’ALTRA DONNA

Regia di Woody Allen

La maturità è il momento per armonizzare gli estremi e sconfiggere l’assoluto in cui spesso sembriamo costretti a vivere. Ma anche per ritrovare l’energia di tornare là da dove eravamo scappati, per paura del confronto: una persona scomoda, un evento imprevisto. E per ricominciare a progettare.

REGIA: Woody Allen

ATTORI: Gena Rowlands, Mia Farrow, Ian Holm, Blythe Danner, Gene Hackman, Betty Buckley, Martha Plimpton, John Houseman, Sandy Dennis, Philip Bosco, Harris Yulin, Frances Conroy, David Ogden Stiers, Kenneth Welsh, Bruce Jay Friedman, Mary Laslo, Carol Schultz, Dax Munna, Heather Sullivan, Caroline Mcgee, Jacques Levy, Josh Hamilton, Kathryn Grody, Michael Kirby, Fred Sweda, Jill Whitaker

SCENEGGIATURA: Woody Allen

FOTOGRAFIA: Sven Nykvist

MONTAGGIO: Susan E. Morse

USA, 1988

Un film sulla maturità, sulla speranza e sull’ascolto

Film d’arte e d’autore, elegante e intenso, “Un’altra donna” lascia subito trasparire una stretta coincidenza tra racconto cinematografico e vissuto del regista; è infatti un film sulla maturità scritto quanto Woody Allen aveva 53 anni - più o meno la stessa età dei suoi principali attori, Gena Rowlands e Gene Hackman - e che vede nel cast anche la compagna di quel  tempo, Mia Farrow, incinta sia nel film che nella vita. Ma anche un film sulla speranza; Hope è a sorpresa il nome che nei titoli di coda si scopre porta il personaggio interpretato dalla stessa Farrow, la giovane donna dalle cui confessioni tutto ha origine. Infine un film sull’ascolto, perché proprio attraverso l’ascolto la protagonista Marion getta le fondamenta per il cambiamento radicale della sua vita.

Il film utilizza l’io narrante, una tecnica che porta lo spettatore ad identificarsi completamente con il personaggio di Marion, figura dai tratti seri e riservati, ma anche di grandi capacità riflessive e, si vedrà in seguito, introspettive e trasformative. Si è subito catturati dal suo racconto in prima persona, che inizia con una sorta di disarmante presentazione: “Se qualcuno mi chiedesse di fare un bilancio della mia vita a cinquant’anni, probabilmente direi che sono riuscita a realizzarmi e come persona e come professionista. Non andrei  oltre. Non che abbia paura di rivelare lati più oscuri di me stessa, ma ho sempre pensato che si dovrebbero lasciare le cose come stanno, se funzionano”.

Marion è dunque una donna cinquantenne; a una prima lettura sembrerebbe una persona realizzata e appagata: un nuovo matrimonio appena celebrato, una vita sociale ricca di relazioni e interessi, un lavoro interessante e creativo tra la scrittura e l’insegnamento della filosofia. Sottopelle però qualcosa è in agguato, e infatti quando il destino le si para davanti per offrirle un’occasione, Marion è pronta ad accoglierla.

Dall’appartamento attiguo al suo nuovo studio, attraverso la griglia dell’impianto di aereazione, Marion si trova ad ascoltare l’angoscia esistenziale che una giovane donna, giunta quasi al termine della gravidanza, esprime nelle sedute con il suo psicoanalista. Prima l’imbarazzo, il tentativo di scacciare questa scomoda intrusione nella quiete ovattata del suo studio; poi la curiosità, il richiamo a un ascolto che potrebbe essere portatore di scoperte ed opportunità. Attraverso le confessioni di un’altra donna, apparentemente il suo opposto, Marion si vede “costretta” ad ascoltarsi dentro, e a mettere in atto quella sorta di bilancio della vita che, a oltre metà del percorso, generalmente si presenta. Un’occasione scomoda per una donna estremamente controllata che ha sempre subordinato l’emozione al ragionamento … Ma sembra arrivato il momento per andare fino in fondo.

Tra istinto e ragione

Così, lentamente, col passare dei giorni, attraverso l’ascolto della terapia attigua, il suo studio diventa per Marion una sorta di luogo intimo e privilegiato in cui poter passare in rassegna la propria esistenza, e con questa tutte le occasioni mancate o rifiutate. Un viaggio a ritroso che parte dal rapporto, di stima ma totalmente anaffettivo, con l’attuale marito Ken, per arrivare alla relazione difficile con il padre, all’allontanamento emotivo dal fratello, considerato il perdente della famiglia, all’amore appassionato che nutriva per lei un uomo, Larry, da cui è fuggita spaventata, per arrivare a quella strana relazione con il suo professore universitario e a quella scomoda gravidanza che, senza parlarne con il compagno, rifiutò di portare a termine perché avrebbe compromesso una carriera appena agli inizi.

Piano piano prende corpo la consapevolezza di aver rinunciato alle passioni in cambio di una vita costruita sulla razionalità e il controllo, lontana da qualsiasi imprevisto avrebbe potuto sconvolgere il corso sicuro e calcolato delle sue giornate.

Guardandosi dentro, Marion è costretta a constatare che ai successi sul piano sociale e culturale si sono sempre contrapposte altrettante rinunce su quello affettivo ed esistenziale. E si chiede se dopotutto il bilancio sia così positivo come fino a quel momento riteneva che fosse.

Gravidanze interrotte, vecchi rancori, adulteri, matrimoni fallimentari, sono il doloroso controcanto di un benessere conquistato a suon di decisioni e consumato nell’ambiente borghese dell'Upper East Side di Manhattan, dove è sicuramente più sensato fare attenzione all’apparire che lasciarsi andare all’essere.

Dice infatti del suo personaggio Woody Allen, in un’intervista: “Marion non aveva fatto le scelte giuste nella vita. Aveva compiuto delle scelte sicure e fredde, ma mai quelle giuste. Ha fatto scelte sicure, ma non rischiose. Per essere rischiose, avrebbero dovuto essere delle scelte in cui lei non sapeva cosa l’attendesse. Ma lei ha fatto delle scelte sicure. Voglio dire, Ian Holm (il marito Ken) era una scelta priva di rischi, un medico, un uomo affermato, una persona sicura, fredda come lei. Gene Hackman (l’amore che poteva essere e non è stato) era una persona calda, rude, sensuale”.

Il mondo sembra addirittura crollarle addosso quando, ascoltando l’ennesimo colloquio tra la giovane donna e il suo psicoanalista, questa parla dell’incontro avuto con Marion, da quest’ultima fortemente provocato;  il ritratto che la paziente riporta al suo terapeuta è quello di una donna dalla vita vuota, piena di rimpianti e di tristezza. Marion si riconosce dolorosamente nella descrizione fatta da Hope. Lo sguardo sincero e spassionato dell’altro su di sé, fuori da ogni retorica, è la goccia che fa traboccare il vaso e la spinge a dare un impulso risolutivo alla sua vita.

Caso, destino e volontà

Il mondo non sarebbe mai crollato sulle spalle di Marion se non avesse affittato quello studio e non avesse ascoltato i colloqui tra Hope e il suo dottore. Il caso ha determinato tutto ciò, ma la parte attiva di Marion ha dato un senso personale e trasformativo ai fatti che l’hanno sconvolta, mettendola in contatto con le tante rimozioni della sua vita. Al contrario di quanto avviene in un altro bel film di Allen, “Match point”, in cui il destino e il caso sembrano agire autonomamente e senza alcuna interazione con la volontà e la decisionalità dei protagonisti.  Marion riesce a trovare la forza di ricominciare, correggendo i propri errori. La trasformazione è ormai in atto: la separazione dal rapporto comodo ma asettico con Ken, la richiesta al fratello, accogliendo dentro di sé quella sua parte di fragilità a lungo rifiutata, di poter costruire un nuovo rapporto di affetto e stima, la ripresa della scrittura, metafora di una rinnovata capacità di ridisegnare la propria vita.

E dalla lettura di alcuni passaggi del libro di Larry, l’uomo che l’ha profondamente amata,  in cui uno dei personaggi è ispirato proprio a lei, Marion prova un nuovo sentimento, un misto di riconoscenza, affetto e pacificazione.

"Provai uno strano miscuglio di malinconia e di speranza, mi chiesi se un ricordo è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto. Per la prima volta, dopo tanto tempo, mi sentii placata." Con queste parole, sempre seguendo il filo narrativo in prima persona, termina il film. Grazie alle riflessioni scaturite dall’ascolto di un’altra donna, Marion sembra finalmente ritrovare la serenità nel riconciliarsi con il passato, con la donna che è stata, la donna che avrebbe voluto essere e la donna che è, fuori da ogni ideale ed assoluto. Con la consapevolezza che non è mai troppo tardi per ricominciare a vivere.

Francesco Cantalupo

 

Il prezzo di Arthur Miller

regia Massimo Popolizio

con Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Alvia Reale e Elia Schilton

 

 

 

 

Trama:

Figli di genitori che hanno subito la crisi del ‘29, due fratelli si incontrano, dopo anni dalla loro morte, per sgomberare l’appartamento di famiglia, che deve essere demolito. Un vecchio ‘mediatore’ è chiamato per stabilire il prezzo di mobili ed oggetti accumulati negli anni. Da questo semplice spunto emergono tutte le incomprensioni e le menzogne dettate dalla crisi e dalla paura della perdita improvvisa del benessere e delle proprie certezze.

Chiave di lettura:

Qual è il prezzo che paghiamo nel rimanere prigionieri delle dinamiche familiari? E quanto siamo disposti a pagare per liberarci dal peso dei sensi di colpa e dalle invidie? A volte, un solo apparentemente casuale incontro con un vecchio un po' saggio ed un po' imbroglione, può dare vita a confronti troppo a lungo evitati e portare ad una più autentica valutazione del proprio ruolo e di quello dei propri familiari, rendendo così possibile togliere quei teli che, messi a protezione di vecchi mobili, nascondono soprattutto il passato doloroso ai nostri occhi.

  di Carmen Rossi

 

Crescere. Cambiare. Affrancarsi dalle dipendenze. Risorgere dagli abissi. Il riscatto dal degrado sociale, dall’emarginazione e dalla povertà come metafora di una trasformazione a cui tutti, indistintamente, siamo chiamati. Una trasformazione che, come l’amore, è in fin dei conti una decisione personale

                                                                       

                                                                        NON ESSERE CATTIVO


 REGIA: Claudio Caligari
 SCENEGGIATURA: Claudio Caligari, Francesca Serafini, Giordano Meacci
 ATTORI: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia d'Amico, Roberta  Mattei, Alessandro Bernardini, Valentino Campitelli
 FOTOGRAFIA: Maurizio Calvesi
 MONTAGGIO: Mauro Bonanni
 PRODUZIONE: Kimerafilm, Taodue Film, Andrea Leone Films
 DISTRIBUZIONE: Good Films Italia, 2015

 Presentato al Festival di Venezia di quest’anno, Non essere cattivo è  l’opera postuma di Claudio Caligari, morto quando il film era ancora in  fase di montaggio e terminato grazie alla volontà e all’impegno di  Valerio Mastandrea. Nonostante sia stato proiettato fuori concorso, il  film ha ottenuto importanti riconoscimenti tra i quali il Premio  Francesco Pasinetti per il Miglior Film 2015 ed il Premio Film della Critica  del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI).
 Una strana carriera quella di Caligari: tre film in oltre trent’anni di vita  professionale. Nel 1983 porta a Venezia la sua opera prima, Amore  Tossico, vincendo il premio speciale della Sezione De Sica e  sorprendendo critica e pubblico. Quindici anni dopo esce L’odore della  notte, protagonista Valerio Mastandrea che interpreta il ruolo di un  poliziotto dalla doppia vita. Poi un’altra lunga sosta, per alcuni dovuta  a un’inspiegabile censura produttiva. E infine Non essere cattivo,  designato a rappresentare l’Italia agli Oscar 2016.

 

LA STORIA
Claudio Caligari ambienta il suo racconto a metà degli anni novanta, in una borgata sul litorale romano. Sono gli anni in cui la nuova televisione ha impressionato indelebilmente i cervelli dei giovani con il sogno della velina e del calciatore: grande successo e ingenti guadagni in pochissimo tempo, già appena fuori dall’adolescenza; il corpo come unico passe-partout per riuscire in un sol colpo, senza la minima gavetta. In questi contesti non è certo il lavoro normale la meta sognata, quanto fare i soldi nel minor tempo possibile e con il minor sforzo possibile. E’ inevitabile quindi che ci si avvicini a realtà spesso ai limiti della legalità. La droga è uno di questi.
Ed è proprio l’uso e lo spaccio di droga a riempire le giornate di Cesare e Vittorio, la cui grande amicizia è il tema portante del film. Due accattoni del nostro tempo che vivono alla giornata, due ragazzi dai caratteri opposti, ma legati da un rapporto dolce e virile al tempo stesso. Narrativamente la storia è perfetta. Sarà anche per il crescendo emotivo dettato dalla progressiva discesa agli inferi di Cesare e dal contemporaneo sforzo di redenzione di Vittorio: dalla droga, dalle allucinazioni, dai giri a vuoto in macchina, dalle serate in discoteca che finiscono spesso in inutili risse … Vittorio ne vuole uscire, sarà anche perché lui il fondo lo ha toccato sul serio, le allucinazioni gli si sono spesso sovrapposte alla realtà e ne è stato profondamente spaventato. Cesare invece ci è dentro fino al collo perché è meno consapevole; anzi, è convinto di essere lui il più forte; o almeno così dice. Ma non è vero. Sta lentamente sprofondando, anche se a tratti prova ad aggrapparsi all’amico, alla compagna, ma senza troppo convincimento: ricade sempre e sempre più faticosamente si rialza. Fino a bruciare la sua vita in una stupida sparatoria, per stupidi motivi.

 DALLA STORIA AL PERSONALE   
 Non essere cattivo è un film bello, forte, lucido, sincero, luminoso e  ben fatto. Si esce ammutoliti e carichi di emozioni. Ed è proprio  questa immediata ricchezza emotiva la guida per alcune riflessioni che,  come sempre accade nella visione di un’opera che punta dritto al  cuore, dalla storia narrata nel film ci trasportano subito nel nostro  vissuto personale e da qui verso una riflessione più ampia sull’essere  umano. E’ il grande potere che ha il cinema di attivare nello  spettatore i processi di proiezione e di identificazione.


LA DIPENDENZA
La grande attrazione per la droga, di cui è intriso tutto il film, fa nascere una prima riflessione sulla dipendenza in generale. Lasciando da parte la cultura dello sballo e gli interessi economici che ci stanno dietro, cosa possiamo dire della droga se non che è un modo, eccessivo e disperato, di colmare un vuoto, una mancanza? Come il ciuccio compensa l’assenza del seno materno, la sigaretta l’incapacità di sostenere da soli belle e brutte emozioni e l’essere sempre on line, in qualsiasi forma, l’impossibilità di gestire la solitudine. E’ l’apoteosi dell’oralità, da cui si esce solo se si impara piano piano a convivere con il vuoto, ad accoglierlo e, magari, a riattraversarlo.


CONSERVARE O TRASFORMARE?
Vittorio e Cesare sono i nostri due modi di stare al mondo. Restare dove si è, come Cesare, o provare a cambiare, come fa Vittorio? Conservare o trasformare? La sicurezza del conosciuto o il rischio dello sconosciuto? E per cosa, per migliorare una vita che ci sta stretta? E a quale prezzo? Vivere e non sopravvivere è un dovere? Domande che ognuno di noi si è fatto in più occasioni, preso tra due estremi: la conservazione dello status quo e il bisogno di andare oltre. Il film stesso, nonostante parli di un tentativo di resurrezione legato a problematiche sociali, sembra suggerire che qu alsiasi trasformazione è, soprattutto, una decisione individuale. Che la risalita dagli abissi richiede costanza nel tempo perché si cade e ci si rialza continuamente. E che più forte e consapevole è l’adesione a un progetto, più forte è la possibilità di rialzarsi e riprendere il cammino. Solo chi ha visto in faccia il “mostro”, chi ha combattuto contro il “drago” come Vittorio, può pensare di liberarsi dalle sue schiavitù.

RISCRIVERE LA PROPRIA VITA    
Il finale del film offre lo spunto per altre riflessioni, legate questa volta al tema dell’apertura all’amore. Dopo la morte di Cesare la sua anziana madre non ha più nessuno. L’Aids si è già portato via la figlia e la nipotina. Ma nonostante l’età, la donna ha la capacità di rimettersi in gioco, e di riscrivere in qualche modo la sua vita, accogliendo in casa la compagna di Cesare e il piccolo frutto della loro unione. Ha così la possibilità di ridisegnare una nuova famiglia al cui interno possa sia riparare il lutto e riaprirsi all’amore, continuando ad amare Cesare attraverso chi lo ha amato, sia lenire il dolore per la scomparsa prematura della piccola nipote, dedicandosi alla cura di una nuova vita.
Infine l’ultima scena: Vittorio, addolorato per la scomparsa dell’amico, passa con la macchina davanti alla casa della madre di Cesare: la casa davanti a cui chissà quante volte lo aveva aspettato o riportato dopo le tante bravate di gioventù. Vede uscire la sua compagna (con cui, prima di Cesare, lo stesso Vittorio aveva avuto una relazione) che spinge una carrozzina. Non sapeva nulla di questa nascita. I due parlano commossi di chi non c’è più, guardando a tratti, teneramente, il neonato in mezzo a loro. E in questa immagine, che ricorda una Natività, c’è tutta la possibilità per un nuovo amore. Che nasce, come sempre, da un sacrificio, da una separazione, da una morte.

Francesco Cantalupo

 

Ritorno alla vita (Every Thing Will Be Fine)
di Wim Wenders
Con James Franco, Charlotte Gainsbourg
 
 
 
 
Trama:
Il film racconta dodici anni nella vita di Tomas, uno scrittore americano in piena crisi creativa: la sua relazione con Sara, una ragazza dolce e convenzionale che poco capisce del suo mondo interiore; quella con l’editrice Ann e sua figlia Mina; il difficile rapporto con la scrittura, il successo critico e il riconoscimento intellettuale; il legame misterioso e indissolubile con la bellissima Kate, giovane madre di due bambini che vive negli spazi sconfinati del lago Ontario.
 
Chiave di lettura: 
Riflessioni sulla figura paterna: dall’assenza del padre al principio paterno. È innegabile che da diverso tempo il ruolo tradizionale della figura maschile e paterna sia in crisi e in difficoltà, attraverso l’acquisizione e l’assunzione del principio paterno arriviamo ad una maggiore responsabilità e pienezza della persona.
 
 
Inside Out (animazione)
di Pete Docter
 
 
Trama:
Crescere non è sempre facile e Riley, una ragazzina di 11 anni, se ne rende conto quando per seguire il lavoro del padre a San Francisco è costretta a lasciare la sua vita nel Midwest. Come tutti, Riley è guidata dalle cinque emozioni principali - Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza - che vivono nella sua mente e che la aiutano ad affrontare la quotidianità. Mentre Riley fatica ad adattarsi alla nuova grande città, nel quartier generale delle emozioni monta l'agitazione: sebbene Gioia cerchi di mantenere uno visione positiva delle cose, le restanti emozioni entrano in conflitto sul modo migliore per esplorare la nuova realtà in cui si trovano.
 
Chiave di lettura:
L’alfabetizzazione emotiva: educare alle emozioni. Le emozioni ci mettono in contatto con il mondo delle cose e delle persone. Un percorso per comprendere il disagio e rieducare i bambini e gli adulti alle emozioni, sviluppare e stimolare l’intelligenza emotiva. Uno strumento per la comprensione delle proprie reazioni emotive piacevoli e spiacevoli, utile per favorire la comunicazione dei sentimenti.
 
 di Bruno Castellacci

Richiedi informazioni sulla scuola