facebook gooplus twitter youtube pinterest

testata-interna

 

Il prezzo di Arthur Miller

regia Massimo Popolizio

con Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Alvia Reale e Elia Schilton

 

 

 

 

Trama:

Figli di genitori che hanno subito la crisi del ‘29, due fratelli si incontrano, dopo anni dalla loro morte, per sgomberare l’appartamento di famiglia, che deve essere demolito. Un vecchio ‘mediatore’ è chiamato per stabilire il prezzo di mobili ed oggetti accumulati negli anni. Da questo semplice spunto emergono tutte le incomprensioni e le menzogne dettate dalla crisi e dalla paura della perdita improvvisa del benessere e delle proprie certezze.

Chiave di lettura:

Qual è il prezzo che paghiamo nel rimanere prigionieri delle dinamiche familiari? E quanto siamo disposti a pagare per liberarci dal peso dei sensi di colpa e dalle invidie? A volte, un solo apparentemente casuale incontro con un vecchio un po' saggio ed un po' imbroglione, può dare vita a confronti troppo a lungo evitati e portare ad una più autentica valutazione del proprio ruolo e di quello dei propri familiari, rendendo così possibile togliere quei teli che, messi a protezione di vecchi mobili, nascondono soprattutto il passato doloroso ai nostri occhi.

  di Carmen Rossi

 

Crescere. Cambiare. Affrancarsi dalle dipendenze. Risorgere dagli abissi. Il riscatto dal degrado sociale, dall’emarginazione e dalla povertà come metafora di una trasformazione a cui tutti, indistintamente, siamo chiamati. Una trasformazione che, come l’amore, è in fin dei conti una decisione personale

                                                                       

                                                                        NON ESSERE CATTIVO


 REGIA: Claudio Caligari
 SCENEGGIATURA: Claudio Caligari, Francesca Serafini, Giordano Meacci
 ATTORI: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia d'Amico, Roberta  Mattei, Alessandro Bernardini, Valentino Campitelli
 FOTOGRAFIA: Maurizio Calvesi
 MONTAGGIO: Mauro Bonanni
 PRODUZIONE: Kimerafilm, Taodue Film, Andrea Leone Films
 DISTRIBUZIONE: Good Films Italia, 2015

 Presentato al Festival di Venezia di quest’anno, Non essere cattivo è  l’opera postuma di Claudio Caligari, morto quando il film era ancora in  fase di montaggio e terminato grazie alla volontà e all’impegno di  Valerio Mastandrea. Nonostante sia stato proiettato fuori concorso, il  film ha ottenuto importanti riconoscimenti tra i quali il Premio  Francesco Pasinetti per il Miglior Film 2015 ed il Premio Film della Critica  del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI).
 Una strana carriera quella di Caligari: tre film in oltre trent’anni di vita  professionale. Nel 1983 porta a Venezia la sua opera prima, Amore  Tossico, vincendo il premio speciale della Sezione De Sica e  sorprendendo critica e pubblico. Quindici anni dopo esce L’odore della  notte, protagonista Valerio Mastandrea che interpreta il ruolo di un  poliziotto dalla doppia vita. Poi un’altra lunga sosta, per alcuni dovuta  a un’inspiegabile censura produttiva. E infine Non essere cattivo,  designato a rappresentare l’Italia agli Oscar 2016.

 

LA STORIA
Claudio Caligari ambienta il suo racconto a metà degli anni novanta, in una borgata sul litorale romano. Sono gli anni in cui la nuova televisione ha impressionato indelebilmente i cervelli dei giovani con il sogno della velina e del calciatore: grande successo e ingenti guadagni in pochissimo tempo, già appena fuori dall’adolescenza; il corpo come unico passe-partout per riuscire in un sol colpo, senza la minima gavetta. In questi contesti non è certo il lavoro normale la meta sognata, quanto fare i soldi nel minor tempo possibile e con il minor sforzo possibile. E’ inevitabile quindi che ci si avvicini a realtà spesso ai limiti della legalità. La droga è uno di questi.
Ed è proprio l’uso e lo spaccio di droga a riempire le giornate di Cesare e Vittorio, la cui grande amicizia è il tema portante del film. Due accattoni del nostro tempo che vivono alla giornata, due ragazzi dai caratteri opposti, ma legati da un rapporto dolce e virile al tempo stesso. Narrativamente la storia è perfetta. Sarà anche per il crescendo emotivo dettato dalla progressiva discesa agli inferi di Cesare e dal contemporaneo sforzo di redenzione di Vittorio: dalla droga, dalle allucinazioni, dai giri a vuoto in macchina, dalle serate in discoteca che finiscono spesso in inutili risse … Vittorio ne vuole uscire, sarà anche perché lui il fondo lo ha toccato sul serio, le allucinazioni gli si sono spesso sovrapposte alla realtà e ne è stato profondamente spaventato. Cesare invece ci è dentro fino al collo perché è meno consapevole; anzi, è convinto di essere lui il più forte; o almeno così dice. Ma non è vero. Sta lentamente sprofondando, anche se a tratti prova ad aggrapparsi all’amico, alla compagna, ma senza troppo convincimento: ricade sempre e sempre più faticosamente si rialza. Fino a bruciare la sua vita in una stupida sparatoria, per stupidi motivi.

 DALLA STORIA AL PERSONALE   
 Non essere cattivo è un film bello, forte, lucido, sincero, luminoso e  ben fatto. Si esce ammutoliti e carichi di emozioni. Ed è proprio  questa immediata ricchezza emotiva la guida per alcune riflessioni che,  come sempre accade nella visione di un’opera che punta dritto al  cuore, dalla storia narrata nel film ci trasportano subito nel nostro  vissuto personale e da qui verso una riflessione più ampia sull’essere  umano. E’ il grande potere che ha il cinema di attivare nello  spettatore i processi di proiezione e di identificazione.


LA DIPENDENZA
La grande attrazione per la droga, di cui è intriso tutto il film, fa nascere una prima riflessione sulla dipendenza in generale. Lasciando da parte la cultura dello sballo e gli interessi economici che ci stanno dietro, cosa possiamo dire della droga se non che è un modo, eccessivo e disperato, di colmare un vuoto, una mancanza? Come il ciuccio compensa l’assenza del seno materno, la sigaretta l’incapacità di sostenere da soli belle e brutte emozioni e l’essere sempre on line, in qualsiasi forma, l’impossibilità di gestire la solitudine. E’ l’apoteosi dell’oralità, da cui si esce solo se si impara piano piano a convivere con il vuoto, ad accoglierlo e, magari, a riattraversarlo.


CONSERVARE O TRASFORMARE?
Vittorio e Cesare sono i nostri due modi di stare al mondo. Restare dove si è, come Cesare, o provare a cambiare, come fa Vittorio? Conservare o trasformare? La sicurezza del conosciuto o il rischio dello sconosciuto? E per cosa, per migliorare una vita che ci sta stretta? E a quale prezzo? Vivere e non sopravvivere è un dovere? Domande che ognuno di noi si è fatto in più occasioni, preso tra due estremi: la conservazione dello status quo e il bisogno di andare oltre. Il film stesso, nonostante parli di un tentativo di resurrezione legato a problematiche sociali, sembra suggerire che qu alsiasi trasformazione è, soprattutto, una decisione individuale. Che la risalita dagli abissi richiede costanza nel tempo perché si cade e ci si rialza continuamente. E che più forte e consapevole è l’adesione a un progetto, più forte è la possibilità di rialzarsi e riprendere il cammino. Solo chi ha visto in faccia il “mostro”, chi ha combattuto contro il “drago” come Vittorio, può pensare di liberarsi dalle sue schiavitù.

RISCRIVERE LA PROPRIA VITA    
Il finale del film offre lo spunto per altre riflessioni, legate questa volta al tema dell’apertura all’amore. Dopo la morte di Cesare la sua anziana madre non ha più nessuno. L’Aids si è già portato via la figlia e la nipotina. Ma nonostante l’età, la donna ha la capacità di rimettersi in gioco, e di riscrivere in qualche modo la sua vita, accogliendo in casa la compagna di Cesare e il piccolo frutto della loro unione. Ha così la possibilità di ridisegnare una nuova famiglia al cui interno possa sia riparare il lutto e riaprirsi all’amore, continuando ad amare Cesare attraverso chi lo ha amato, sia lenire il dolore per la scomparsa prematura della piccola nipote, dedicandosi alla cura di una nuova vita.
Infine l’ultima scena: Vittorio, addolorato per la scomparsa dell’amico, passa con la macchina davanti alla casa della madre di Cesare: la casa davanti a cui chissà quante volte lo aveva aspettato o riportato dopo le tante bravate di gioventù. Vede uscire la sua compagna (con cui, prima di Cesare, lo stesso Vittorio aveva avuto una relazione) che spinge una carrozzina. Non sapeva nulla di questa nascita. I due parlano commossi di chi non c’è più, guardando a tratti, teneramente, il neonato in mezzo a loro. E in questa immagine, che ricorda una Natività, c’è tutta la possibilità per un nuovo amore. Che nasce, come sempre, da un sacrificio, da una separazione, da una morte.

Francesco Cantalupo

 

Ritorno alla vita (Every Thing Will Be Fine)
di Wim Wenders
Con James Franco, Charlotte Gainsbourg
 
 
 
 
Trama:
Il film racconta dodici anni nella vita di Tomas, uno scrittore americano in piena crisi creativa: la sua relazione con Sara, una ragazza dolce e convenzionale che poco capisce del suo mondo interiore; quella con l’editrice Ann e sua figlia Mina; il difficile rapporto con la scrittura, il successo critico e il riconoscimento intellettuale; il legame misterioso e indissolubile con la bellissima Kate, giovane madre di due bambini che vive negli spazi sconfinati del lago Ontario.
 
Chiave di lettura: 
Riflessioni sulla figura paterna: dall’assenza del padre al principio paterno. È innegabile che da diverso tempo il ruolo tradizionale della figura maschile e paterna sia in crisi e in difficoltà, attraverso l’acquisizione e l’assunzione del principio paterno arriviamo ad una maggiore responsabilità e pienezza della persona.
 
 
Inside Out (animazione)
di Pete Docter
 
 
Trama:
Crescere non è sempre facile e Riley, una ragazzina di 11 anni, se ne rende conto quando per seguire il lavoro del padre a San Francisco è costretta a lasciare la sua vita nel Midwest. Come tutti, Riley è guidata dalle cinque emozioni principali - Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza - che vivono nella sua mente e che la aiutano ad affrontare la quotidianità. Mentre Riley fatica ad adattarsi alla nuova grande città, nel quartier generale delle emozioni monta l'agitazione: sebbene Gioia cerchi di mantenere uno visione positiva delle cose, le restanti emozioni entrano in conflitto sul modo migliore per esplorare la nuova realtà in cui si trovano.
 
Chiave di lettura:
L’alfabetizzazione emotiva: educare alle emozioni. Le emozioni ci mettono in contatto con il mondo delle cose e delle persone. Un percorso per comprendere il disagio e rieducare i bambini e gli adulti alle emozioni, sviluppare e stimolare l’intelligenza emotiva. Uno strumento per la comprensione delle proprie reazioni emotive piacevoli e spiacevoli, utile per favorire la comunicazione dei sentimenti.
 
 di Bruno Castellacci

L’articolo è tratto dall'intervento di Massimo Calanca e Giuliana Montesanto al Convegno Nazionale FAIP Counseling del 4 ottobre 2015 ed espone una concezione del counseling (e dell'art-counseling) che è destinata a importanti sviluppi, in quanto incontra un'esigenza in forte maturazione nella società, nella cultura e nell'arte contemporanei. 

Si tratta del bisogno emergente per ogni essere umano –in questa fase di crisi delle ideologie e dei “grandi racconti sul mondo” - di sviluppare "l'arte di vivere", cioè la capacità  di applicare la creatività artistica alla propria esistenza individuale e alla relazione con gli altri e la realtà.
E' un'esigenza che emerge non solo nel mondo della psicologia e del counseling (da Fromm, a Rogers, a Mercurio), ma anche in campo filosofico (la riscoperta di Seneca e Montaigne, i libri di Wilhelm Schmid e le scuole di counseling filosofico), in campo sociologico (il libro di Zygmunt Bauman sulla vita come arte), addirittura in campo teologico (i libri di Vito Mancuso sull’anima e di Matthew Fox sulla creatività), e sempre di più anche in campo artistico, non solo nel cinema, ma anche nelle arti figurative, nella poesia, nella letteratura, ecc. Sembra che l'arte, in particolare, dopo essersi allontanata dalla realtà e dalla vita per diventare autoreferenziale, negli ultimi decenni stia ritornando a "mischiarsi" con la vita, fino a volte a confondersi con essa (cfr. le varie forme di performance, di happening, di body art, ecc.).

Tutto questo mostra come oggi si vada affermando una nuova forma di arte, che potremo chiamare "arte esistenziale", che coinvolge non solo gli artisti ma tutti gli operatori del benessere e, al limite, tutte le persone.

 

Parole chiave

Arte; cura; relazione d’aiuto; arte terapia; art-counseling; arte di vivere; arte esistenziale; creatività; filosofia; sociologia; teologia; arte contemporanea; happening; performance; body art; equo solidale.

 

 

 

L’arte ha avuto spesso, nella storia e nelle varie culture, una funzione “terapeutica” e trasformativa, per i fruitori, per la società e per gli stessi artisti. E’ ormai consapevolezza diffusa che l’arte può essere molto efficace nell’innescare processi autopoietici ed autotrasformativi, grazie proprio all’energia creativa che porta con sé, condensata in una particolare sintesi di forma e contenuto.

La relazione d’aiuto a mediazione artistica è antica quanto il mondo. Dagli sciamani alla tragedia greca, dalle danze rituali ai riti dionisiaci, dai dervisci ai giullari, dalla commedia dell’arte al teatro, dall’arte visiva sacra e profana, fino alle arti-terapie contemporanee: l’arte ha sempre avuto, in un modo o nell’altro, anche una funzione catartica, trasformatrice e maieutica, che ha aiutato le persone e le società ad affrontare il male di vivere, a trascendere i propri limiti, a elaborare i propri lati oscuri, a unificare gli opposti che caratterizzano la vita e a trovare equilibri più avanzati e più armonici.

Lo “stregone”. Tra le immagini dipinte nelle grotte preistoriche, che tanto hanno fatto e fanno discutere gli studiosi, spiccano alcune immagini composite, in cui si mescolano parti di diversi animali e di uomo. Riproduciamo qui una di queste, che è stata chiamata “Lo stregone”, perché richiama i tratti di una figura sciamanica o di guaritore, che ancora oggi sopravvive in alcune regioni del mondo.

Fig. 1 – Lo stregone

Da tempo, e in particolare negli ultimi decenni, assistiamo allo sviluppo di attività nella relazione d’aiuto che utilizzano l’arte in vari modi.  Ne sottolineiamo in particolare tre.

 

Il primo è l’attività degli artisti in situazioni di disagio sociale ed esistenziale.

 

Un esempio noto è l’impegno degli artisti nelle carceri, attraverso la fotografia, il teatro, il cinema, attività che recentemente ha ottenuto un particolare riconoscimento attraverso il film dei fratelli  Taviani “Cesare deve morire”, che mette in scena un’esperienza di teatro in carcere in cui si mescolano i drammi personali dei condannati all’ergastolo e la tragedia shakespeariana e che ha ricevuto l’Orso d’Oro al festival del cinema di Berlino.

Da tempo sono note le varie esperienze di fotografi in ospedale psichiatrico, come quelle di Alex Majoli e di tanti altri; e ancor più famose stanno diventando gli spettacoli di teatro sociale come quelli di Pippo Del Bono, il più internazionale autore teatrale italiano, che mette in scena, con i suoi attori “diversi” ed emarginati, “il corpo come luogo di scontro e di violenza del mondo contemporaneo”. E sempre più conosciute e apprezzate sono anche, nel teatro/danza, le esperienze di Maria Fux con le persone diversamente abili, intitolate “Il corpo che parla”.

Ma l’intervento degli artisti nelle situazioni disagiate sta anche sviluppandosi in altri campi, come quello della “Street Art”, con l’intenzione dichiarata di molti artisti di arricchire sia di denuncia che di bellezza gli spazi periferici delle città, avvicinandosi al pubblico popolare considerato un nuovo committente.

Fig. 2 - Due immagini di Cesare deve morire, di Paolo e Vittorio Taviani, girato con i detenuti del carcere romano di Rebibbia.

Fig. 3 - I detenuti durante la rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare da cui nasce il film.

Fig. 4 - Un fotografo in ospedale psichiatrico: Alex Majoli, Leros.

Fig. 5 - Uno spettacolo di Pippo Del Bono, Orchidee.

Fig. 6 - Le danze di Maria Fux.

 

Fig. 7

Fig. 8 - Street art al Quadraro, a Roma, con i disegni sui due ingressi della cosiddetta “galleria dei deportati”.

Fig. 9 - Da qui sono passati centinaia di deportati ai campi di concentramento nazisti, esperienza che la pittura murale vuole ricordare.

 

Il secondo modo di utilizzare l’arte nella relazione d’aiuto sono le arti terapie vere e proprie.

 

L’origine e l’impostazione di fondo delle arti terapie è fondamentalmente psicoanalitica. L’arte terapia si pone come un atteggiamento molto strutturato, con un protocollo metodologico preciso dove il linguaggio artistico è strumento del modello terapeutico di riferimento scelto dall’operatore(Gestalt, psicofisiologico, psicoanalitico, ecc.). 

Essa viene utilizzata in vari contesti, si è affermata recentemente in molti ospedali, in particolare infantili (come ad es. Patch Adams e la clown terapia), in comunità terapeutiche per disturbi psichici, nelle case di riposo e nei centri anziani, nelle terapie psicologiche per bambini e nell’intervento con le persone disabili, e in particolare con i portatori di disturbi dello spettro autistico.

Fig. 10 - Patch Adams.

Fig. 11

Fig. 12 - Un laboratorio dinamico-espressivo in comunità terapeutica.

Fig. 13 - Arte terapia con gli anziani.

 

Fig. 14 - Arte terapia con bambini disabili.

Fig. 15 - Interventi di arte terapia con bambini autistici.

Fig. 16 - Laboratorio con bambini “normodotati”.

 

 

Il terzo modo di utilizzare l’arte nella relazione d’aiuto è l’art counseling.

 

Con l’art counseling si concretizza un approccio nuovo che, in qualche modo, sintetizza molti degli aspetti considerati in precedenza. L’art counselor pone i linguaggi artistici e la creatività al servizio della relazione d’aiuto caratteristica del counseling: cioè l’arte entra nella relazione d’aiuto non come protocollo specifico di un modello terapeutico, né come comunicazione spontanea d’energie creative di colui che è artista, ma come strumento di comunicazione affettiva, cognitiva e simbolica, per instaurare al meglio la relazione con lo scopo di “aiutare ad aiutarsi”. L’arte e i linguaggi artistici come “stimolatori” della creatività interna ad ogni persona e della sua capacità auto poietica ed auto rigenerativa.

Creatività, libera espressione, esplorazione dei potenziali espressivi, comunicativi e relazionali diventano le fondamenta per realizzare nella propria vita ciò che l’artista realizza sulla sua materia.

Per riuscire a stimolare questo processo l’art counselor non deve propriamente essere un artista in senso stretto, ma deve avere interiorizzato le potenzialità dei processi artistici, le capacità di facilitare l’espressione delle creatività personali, la capacità di stimolare la creatività corale, la capacità di strutturare e canalizzare l’energia creativa, la capacità di rielaborare i vissuti delle esperienze artistiche in modo da indurre nell’individuo processi di consapevolezza, decisione, trasformazione esistenziale.

In particolare l’art counselor della scuola di CinemAvvenire deve essere incentrato a trovare soluzioni creative che riguardano i problemi esistenziali. I “segreti” e le caratteristiche della creatività artistica devono essere utilizzati cioè per trasformare la vita quotidiana.

I campi di intervento dell’art counseling sono così naturalmente molto vari: dalla scuola alla sanità, dai luoghi di lavoro, ai quartieri urbani, ai territori rurali, alle situazioni di disagio sociale ed esistenziale più diverse.

Nella scuola, ad esempio, si può lavorare con i bambini (ma anche con gli insegnanti e i genitori) sull’alfabetizzazione emotiva, o con gli adolescenti sul loro progetto di vita; nella sanità sul rapporto tra operatori e pazienti e nei luoghi di lavoro in generale per costruire gruppi capaci di creatività corale.

   

Fig. 17 - Pierino e il lupo, un cartone per lavorare sulle emozioni.

Fig. 18 - Ladro di bambini, un lavoro con gli adolescenti per “Crescere con le immagini”.

Fig. 19 – Billy Elliot

Una scena di Billy Elliot, utilizzata per lavorare sul progetto individuale da scoprire e da sviluppare per “lasciare il proprio verso” nel mondo.

 

Fig. 20

 

L’esempio di un corso per medici ed operatori sanitari nell’ambito della USLRmA, svoltosi negli ospedali Nuova Regina Margherita e Giorgio Eastman a Roma, per migliorare il rapporto tra operatori e pazienti sulla base dei principi del counseling. Nelle lezioni e nei laboratori sono stati utilizzati il cinema e altri linguaggi artistici.

L’esempio di un corso di formazione alla giunta e al consiglio comunale di Montesilvano (PE), una città di 50.000 abitanti. L’obiettivo di fondo era la costruzione di un team capace di lavorare insieme superando i conflitti e sviluppando il senso di appartenenza e la creatività corale. Il film utilizzato è stato Nel bel mezzo di un gelido inverno, di Kenneth Branagh., che racconta l’esperienza di un progetto collettivo per la messa in scena dell’Amleto,  da parte di un gruppo di scalcinati attori.

Fig. 21

 

Fig. 22

Tutti sono chiamati a contribuire sia artisticamente che umanamente, mettendo in gioco tutte le risorse di cui sono capaci; e l’allestimento dello spettacolo si trasforma a poco a poco in una vera scuola di vita.

La formazione e la gestione di un gruppo presenta molte difficoltà da affrontare, e la troupe immaginata da Kenneth Branagh ce le mostra tutte. Ma, nello stesso tempo, è possibile sostenere, con l’aiuto di ciascuno, lo “spirito di gruppo” creando la coralità.

Un campo di recente sviluppo dell’uso delle metodologie dell’art counseling sono gli interventi nelle situazioni di disagio sociale. Carceri, scuole in difficoltà, ma anche quartieri urbani e territori rurali disagiati. E’ avvenuto ad esempio in alcune manifestazioni dell’Estate Romana, come l’iniziativa Le Notti di San Lorenzo” in Piazza dell’Immacolata, in agosto e settembre 2014, nel “cuore” del quartiere, dove più acute emergono le contraddizioni tra storici residenti, giovani, studenti, extracomunitari, e dove cresce il piccolo spaccio e la microcriminalità.

Fig. 23

Fig. 24

Proiezione del film Quasi amici, di Olivier Nakashe e Eric Toledano  sul tema dell’incontro e dell’amicizia tra l’Io ed il Tu

 

Fig. 25 - La musica latina popolare per grandi e piccoli.

Fig. 26

Fig. 27

un pubblico molto variegato:  ceti, età, culture (e razze) diverse.

Dal 16 Luglio al 3 Agosto 2014, nel parco pubblico di Villa Mercede, un’oasi verde nel quartiere di San Lorenzo a Roma si è svolta Habicura, un’iniziativa che ospita manifestazioni culturali, cinematografiche e teatrali, insieme ad attività di cura del corpo realizzate da una rete di associazioni.

Fig. 28 - Habicura

Fig. 29

Un altro esempio è Forum Living, un documentario sulla “rinascita” del centro storico di Forlì realizzata grazie all’impegno di associazioni culturali e di cittadini. Creato da un gruppo di giovani che hanno partecipato ad un laboratorio di riprese e montaggio, racconta la realtà del centro storico forlivese che, come altri centri storici, vive grossi disagi. E lo fa dando voce a tutte quelle persone che hanno dato vita ad un processo di riscatto del quartiere e che ogni giorno, dal basso, con i propri ideali e le proprie azioni, contribuiscono alla sua rinascita.

I palazzi di Via Regnoli a Forlì decorati dagli abitanti/ artisti e una cena multietnica di tutti gli abitanti della strada.

Fig. 30

Fig. 31

Fig. 32

 Un ultimo esempio che riportiamo è la creazione di un vero e proprio film, 41° parallelo. Un viaggio nell’identità, da parte di una comunità di 25 Comuni della provincia di Frosinone.

Gli abitanti sono stati coinvolti per un anno intero in una ricerca sull’identità culturale del territorio, che si è conclusa con la creazione di un film (una docu-fiction di 100 minuti), dal soggetto, alla sceneggiatura, alle riprese, al montaggio, con l’aiuto di operatori art-counselor, con la partecipazione attiva dei cittadini in tutte le fasi del progetto.

E’ un prodotto fortemente incisivo sul piano narrativo ed estetico, capace di emozionare e informare sugli elementi fondamentali dell’identità culturale del territorio e dei suoi abitanti, di una storia fatta di contraddizioni e di contrasti, di emigrazione e di ritorni, di amore per la terra, la sua gente e le sue tradizioni, ma anche di rabbia e di odio per le difficoltà e le arretratezze; e insieme di grandi ricchezze paesaggistiche, ambientali, di rapporti familiari e sociali, che ne fanno potenzialmente una “comunità di affetti e di cultura” che consente un positivo sentimento di appartenenza.

Fig. 33

Fig. 34

     

Queste tre modalità, l’arte che cura, le arti-terapie e l’art counseling, non sono nettamente separate ma, pur differenziandosi, si intrecciano tra loro.

Secondo noi questo sviluppo dell’uso dell’arte, e in particolare l’art counseling, incontra un’esigenza più generale che sta emergendo nel mondo contemporaneo: quella di sviluppare in tutti i campi l’arte di vivere.

Si tratta di un bisogno emergente per ogni essere umano – specie in questa fase di crisi profonda delle ideologie e dei “grandi racconti sul mondo” con la conseguente perdita di punti di riferimento e di orientamento per vivere - di trovare nuovi modi per affrontare le proprie scelte esistenziali, sviluppando una personale modalità di applicare la creatività artistica alla propria concreta esistenza individuale e alla relazione con gli altri e la realtà.

Questa esigenza è avvertita ed espressa in vari settori della cultura.

In filosofia, ad esempio, è emerso un ampio filone che, a partire dalla riscoperta degli “antichi”, da Seneca agli Stoici a Montaigne, fa dell’arte di vivere il fondamento del lavoro del filosofo, fino a creare la nuova attività professionale del “counseling filosofico” (cfr. Wilhelm Schmid, Filosofia dell’arte di vivere, L’amicizia per se stessi e La vita bella)

In sociologia, lo stesso Zygmunt Bauman, il grande sociologo che ha teorizzato la “società liquida”, ha scritto un libro dal titolo L’arte della vita, in cui afferma che “la nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no”….”La vita, se è vita umana – la vita di un essere dotato di volontà e di libera scelta – non può non essere un’opera d’arte”.

In teologia, il teologo italiano Vito Mancuso considera la vita spirituale e la stessa immortalità dell’anima come il frutto dell’impegno e del lavoro creativo nel migliorare la propria vita e nella ricerca della Bellezza (cfr. L’anima e il suo destino e Io e Dio), mentre il teologo americano Matthew Fox considera l’arte e la creatività umana una manifestazione del divino nell’uomo e nell’universo, “dove il divino e l’umano si incontrano” (cfr. Creatività).

In campi più vicini al nostro, cioè in psicologia, psicoterapia e counseling, si è affermato sempre più il concetto di “arte di vivere”, cioè il fare della propria esistenza un’occasione ed un terreno di creatività artistica,  attraverso in particolare Eric Fromm, Carl Rogers, Alexander Lowen  e Antonio Mercurio (cfr. E.Fromm, L’arte di amare e L’arte di vivere, C. Rogers, La terapia fondata sul cliente, A.Lowen, L’arte di vivere, A. Mercurio, La vita come opera d’arte).

Già negli anni ‘80 la sophia-art di A. Mercurio ha sviluppato questi concetti nella sophia-art, con la metafora del David di Michelangelo ed il mito de “la vita come opera d’arte”. (Cfr. il Convegno di Milano “Psicoanalisi, arte e persona” del settembre 1985).

Fig. 35

Egli ha utilizzato la storia del Davide di Michelangelo raccontata dal Vasari per sottolineare la possibilità di ogni uomo di porsi come artista della propria vita, cioè di diventare capace di utilizzare tutti i “materiali”,  anche i più poveri e difettati (quali esperienze traumatiche e dolorose) per applicarvi sopra l’approccio artistico e trasformare la propria esistenza.

Questa concezione ha come elemento fondamentale il concetto di sintesi degli opposti. L’unificazione degli opposti è stata sempre una delle caratteristiche e delle capacità fondamentali dell’arte ed è particolarmente adatta all’arte di vivere. In campo esistenziale significa che non possiamo solo occuparci del bene e dimenticarci del male, degli aspetti luminosi della vita dimenticandoci di quelli oscuri, della saggezza rimuovendo la follia, dello spirito disprezzando la carne (o viceversa); vedere soltanto l’amore che ci anima dimenticando che ci portiamo dentro anche l’aggressività, la violenza e l’odio. Né possiamo pretendere di trasformare tutte le parti negative in positive e tutte le parti oscure in luminose. In questo modo non potremmo aiutare veramente né noi stessi né gli altri. Le parti oscure continuerebbero ad esistere e ad agire a nostra insaputa, inquinando la nostra esistenza.

Dovremo invece conoscere il più possibile tutte le nostre parti, non rifiutandone nessuna, a volte scegliendo tra gli opposti che ci abitano quello più adatto a realizzare il progetto che ci siamo dati; altre volte utilizzando la nostra creatività per trovare tra loro una sintesi nuova, che ci può aprire a dimensioni più ampie di esistenza. E più questo sapremo farlo per noi, più saremo capaci di aiutare gli altri a farlo, per trasformare creativamente la loro vita.

Questo vale anche più in generale per l’umanità di oggi. E’ possibile vedere tutto il dolore, i conflitti e i pericoli che stiamo attraversando anche come elementi di un travaglio per una nuova nascita dell’umanità dei nostri giorni.

 

Ma cosa accade nel campo dell’arte vera e propria?

Particolarmente significativo secondo noi, anche se non sempre cosciente, è quello che avviene in campo propriamente artistico. L’arte contemporanea, nonostante i vari annunci di crisi e addirittura di morte, ha ampliato notevolmente il suo campo di azione rispetto al passato. Sembra che l’arte, dopo essersi orgogliosamente allontanata dalla realtà e dalla vita per diventare in qualche modo autoreferenziale, negli ultimi decenni stia velocemente ritornando a “mischiarsi” con la vita, fino a volte a confondersi con essa. Ne sono un esempio le varie forme di body art, di uso artistico dei materiali e degli oggetti più diversi, di performance, di happening, di evento artistico unico in cui il pubblico partecipa quasi quanto l’autore.

 

L’happening

E’ un evento artistico in cui il pubblico partecipa direttamente e in vari modi alla forma dell’opera, dando vita insieme all’artista a esperienze ogni volta diverse. In alcuni casi si tratta di un coinvolgimento maggiore dello spettatore, in altri di una vera e propria partecipazione all’azione artistica.

 

Fig. 36

 Fig. 37

La Body Art

E’ un’insieme di pratiche artistiche in cui è direttamente e fortemente coinvolto il corpo dell’artista, che costituisce in gran parte l’opera  stessa. Ne sono esempi il tatuaggio, il body painting, il body piercing e forme di performance in cui l’artista mette in gioco il proprio corpo anche a rischio di sofferenza fisica e di ferite (cfr. le performance di Marina Abramovic).

L’ uso di materiali più diversi.

E’ stato scritto che l’arte si fa con tutto (cfr. Angela Vettese, Si fa con tutto; il linguaggio dell’arte contemporanea), e in effetti dal 900 ad oggi sono sempre di più i materiali utilizzati dagli artisti nelle loro composizioni, dalla carta dei collage, alla plastica, al ferro, a materiali di scarto, a oggetti di quotidiano consumo, ecc. Un esempio tra i tanti è  La Venere degli straccidi Michelangelo Pistoletto, in cui si sottolinea un dialogo tra la forma dell’arte classica e gli scarti dell’industria contemporanea.

Fig. 38 - La Venere degli stracci

Fig. 39 - I like America and America likes me

La performance

È l’opera che “dura” una sola volta, in cui l’artista mette in gioco se stesso. La performance art, teorizzata da Allan Kaprov, identifica l’opera con l’azione dell’artista, coinvolgendo il pubblico stesso, un po’ come nell’happening.

Qui di fianco la performance di Joseph Beuys del 1974, I like America and America likes me.

Un altro esempio di performance di Marina Abramovic.

 

 Fig. 40

Fig. 41 - La grande bellezza

Il successo del film premio Oscar La grande bellezza di Paolo Sorrentino può essere visto anche come un esempio recente di questa esigenza emergente di Bellezza e di arte esistenziale e di una crescente nuova consapevolezza in questo senso degli artisti e del pubblico.

 

Secondo noi sta gradualmente emergendo una nuova forma d’arte che riguarda non solo gli artisti ma tutti gli esseri umani, che possiamo chiamare arte esistenziale.

 E’ un processo che coinvolge tutti i campi, non solo la cultura e l’arte, come abbiamo detto, ma anche l’economia e la società, attraverso ad esempio la cosiddetta cultura equo-solidale. Si tratta di una tendenza ad organizzare la società sulla base della giustizia e della solidarietà, a partire da scelte concrete, di tipo economico, sociale e di vita quotidiana, per la salvaguardia della diversità nell’agricoltura, nell’ambiente e nella cultura (ne sono esempi Terra Madre, la manifestazione internazionale fondata da Carlin Petrini, il microcredito fondato da Muhammad Yunus, associazioni come Greenpeace, Amnesty International, ecc.). In questo ambito si afferma e si realizza il pensiero sistemico circolare e la visione del mondo come rete di reti e degli esseri animati e inanimati come nodi di questa rete. E’ il mito orientale di Indra tradotto in termini scientifici e razionali occidentali.

Secondo noi, la crescita dell’arte esistenziale diffusa è, nello stesso tempo, espressione di questo processo e fonte di energia creativa, trasformativa e trasmutativa a tutti i livelli dell’esistenza, dal più piccolo al più grande. Tutto ciò cambia profondamente anche la comunicazione, in una dimensione reticolare in cui si possono modificare le gerarchie e ogni individuo (Io) può stare in relazione efficacemente esprimendo il proprio valore e la propria identità nel dialogo con gli altri (Tu) e nella creazione continua del Noi. Nelle tante difficoltà e nei pericoli che vive oggi il mondo, questo può essere un (non) piccolo elemento di speranza su cui è possibile impegnarsi e a cui il Counseling può dare un contributo significativo.

Massimo Calanca e Giuliana Montesanto

 

Richiedi informazioni sulla scuola