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Julieta (Silencio) è un film del 2016 diretto da Pedro Almodóvar, con Emma Suarèz, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta, Darío Grandinetti. La pellicola ha partecipato al Festival di Cannes 2016.

Chiave di lettura:  L'unico modo per liberarsi dai sensi di colpa, non è rifuggire il dolore, ma attraversarlo fino in fondo.  "Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato" - Haruki Murakami ".

Il film comincia con un trasloco, quello di Julieta, che si prepara a partire per il Portogallo con Lorenzo, il suo compagno. Tutto sembra andare bene, sin quando Julieta incontra casualmente Beatriz, una vecchia amica di sua figlia Antia, che le dice di aver incontrato quest'ultima poco tempo prima. Avere, dopo tanto tempo, notizie della figlia sparita tredici anni prima, fa ripiombare Julieta in quel dolore che aveva cercato di cancellare, eliminando ogni traccia della presenza della figlia dalla sua vita: un trasloco emotivo compiuto anni prima. Annulla la partenza, abbandona Lorenzo e decide di restare a Madrid, nella speranza di poter essere in qualche modo contattata dalla figlia.  Nell'attesa, come una moderna Penelope, intesse la sua tela, iniziando a scrivere su un quaderno tutto ciò che non è mai riuscita a raccontare a sua figlia Antia. Inizia così un viaggio interiore della protagonista, che risale nei ricordi fino all'avvenimento che ha determinato la vita di sua figlia.  Pian piano che emergono i ricordi, prende forma la storia della vita delle due donne, una madre ed una figlia, legate da un dolore che le accomuna, ma troppo a lungo taciuto.Il finale aperto vede una nuova possibilità di incontro: ora che la tempesta sembra finita, Lorenzo può accompagnare Julieta ad incontrare nuovamente sua figlia; dopo che la vita le ha unite nello stesso lacerante dolore, ognuna può comprendere il suo dolore attraverso l'altra.

Il film si apre con un dettaglio del vestito rosso fuoco di Julieta, ma dopo i primi minuti, ci si accorge che quel drappo rosso ricorda un sipario: la vita messa in scena da Julieta non è quella reale, la sua è una costruzione scenica, un ruolo che si è data per rifugiarsi dal dolore. Man mano che va avanti la narrazione, i colori tanto cari ad Almodovar (primo fra tutti il rosso) si sbiadiscono sempre più. Allo stesso modo si perdono temi cari al regista, quali la gioia di vivere, la spensieratezza e la libertà di spirito. Questa volta, il regista non si concede nessuna provocazione o ironia: Julieta è un film asciutto, che racconta il dolore, la morte ed i sensi di colpa che ognuno porta dentro di sé. Ma è anche un film sul perdono di sé, sulla speranza e sulla fiducia nella generosità della vita.

Basandosi sui racconti "In fuga" di Alice Munro, Almodóvar indaga il tragico rapporto tra una madre e una figlia, con il peso insopportabile dei sensi di colpa che entrambe si portano dietro e che unisce e separa Julieta e Antía, impedendo loro, in particolare a Julieta, di approfittare dei doni della vita (ad esempio Lorenzo). Julieta non ha colpe reali eppure non può fare a meno di sentirsi responsabile per il suicidio di uno sconosciuto che aveva rifiutato di ascoltare in treno. Il treno (metafora della vita che va avanti) su cui nasce la passione ed il grande amore per il compagno e il padre di sua figlia. Ma anche questo sentimento sarà sconfitto da un nuovo e questa volta apparentemente inconsolabile, senso di colpa. Ancora una volta Almodovar, affronta il tema dell'intreccio tra amore e morte, (già presente in molti suoi film, da Matador, a Tutto su mia madre, fino a Volver)  ribadendo che l'unica possibilità per scongiurare la morte è amare, se stessi innanzi tutto.

Carmen Rossi

 

 

 

Regia: Samuel Benchetrit
Con: Isabelle Huppert, Valeria Bruni Tedeschi, Tassadit Mandi, Michael Pitt,Gustave de Kervern, Jules Benchetrit
Sceneggiatura: Samuel Benchetrit
Fotografia: Pierre Aïm
Montaggio: Thomas Fernandez
Produzione: La Caméra Deluxe, Maje Productions, Single Man Productions - Francia, 2016

 

La vita è un viaggio che può arenarsi nella solitudine e nel dolore. E talvolta è necessario un evento traumatico per farci decidere di riprendere la strada della solidarietà, dell’amicizia e dell’amore. E scoprire che dai contrasti, addirittura dagli opposti, possono nascere storie meravigliose.

 

Solitudine, caduta, condivisione, solidarietà, riparazione … sono le parole che racchiudono il senso di questo film lieve e discreto, che riaffiora vivo nella sua profondità solo dopo qualche giorno dall’averlo visto, e di cui fa piacere condividerele impressioni con gli amici. “Asphalte”, malamente tradotto nella versione italiana in “Il condominio dei cuori infranti”, getta uno sguardo nuovo sulle periferie e i suoi abitanti. Dice infatti Samuel Benchetrit, regista del film: “Ho vissuto la mia giovinezza in un quartiere popolare e posso affermare di non avere mai conosciuto un senso di solidarietà così forte come in periferia. Quando si parla di periferie vengono in bocca sempre le stesse parole: punizione, religione, scontro... E non si parla mai di amore. Eppure mi sembra evidente che la mancanza di amore sia la causa dei numerosi mali che oggi affliggono quei quartieri".

 

Siamo in una periferia qualunque di un qualunque paese dell’Europa del nord. Il palazzo è di quelli sbrecciati, a parallelepipedo anni ’80. Ogni appartamento contiene una storia e, tra queste, molte sono storie di solitudine. L’attenzione del regista si sofferma in particolare su quattro: un uomo schivo, testardo nella sua misantropia al punto di rifiutarsi di versare la sua quota per il nuovo ascensore solo per il fatto di abitare al primo piano;  un adolescente con una madresempre fuori casa,di cui ci accorgiamo solo per i soldi che ogni mattina, prima di uscire, lascia al figlio; un’attrice matura, sicuramente famosa in gioventù, che si trasferisce in questo palazzo popolarea seguito di sfortune amorose e professionali; una signora di origini algerine che sogna il ritorno dal carcere del figlio per poterlo nuovamente coccolare con il suo squisito couscous.

 

E ci sono altre due solitudini, fuori dal condominio in questione, che andranno ad unirsi e a interagire con le altre: un’infermiera del vicino ospedale, che ha scelto il turno di notte perché più consono al suo carattere introverso, e un astronauta … sì, un astronauta americano che per errore atterrerà con la sua navicella proprio sul tetto delpalazzo.Una galleria eterogenea di ritratti che condividono il sentimento forte di un vuoto da colmare, o il desiderio di lasciarsi alle spalle ricordi dolorosi.

 

Samuel Benchetrit, che ha scritto anche la sceneggiatura del film,fa incontrare a due a due questi sei personaggi in cerca d’amore: l’uomo schivo, che per uno stupido infortunio è finito su una sedia a rotelle, stringe una timida intesa notturna con l’infermiera solitaria; l’astronauta dallo sguardo sognante, ancora scosso per la sua esperienza ai confini tra scienza e spiritualità, è accolto e nutrito - in attesa che la Nasa lo venga a riprendere - dalladolce e materna donna algerina; l’attrice, che non accetta la perdita della giovinezza e dell’amore, si imbatte nei modi diretti e provocatori, ma sempre sinceri, dell’adolescente Charly, abbandonato a se stesso da una madre assente… Ed è interessante che il regista abbia fatto giocare - come dicono bene i francesi - questo ruolo al figlio Jules, avuto dal matrimonio conl’attrice Marie Trintignant, morta nel 2003 dopo le percosse subìte dalsuo nuovo compagno, il cantante Bertrand Cantat.

 

Da questi incontri nascono tre storie in cui è spesso presente l’elemento della caduta, reale o metaforica: chi è caduto dal cielo, chi da una sedia a rotelle, chi dal proprio piedistallo d’artista. Saràproprio nell'incontro con l’altro che i protagonisti del film troveranno un aiuto e una ragione per rialzarsi: come l’astronauta McKenzie, che ritroverà dolcemente la via di casa a colpi di affetto e di buon nutrimento;o l’introverso condomino Sternkowtiz, che scoprirà la forza di ripartiregrazie all’interesse che su di lui nutre la timidainfermiera; o ancora l’attrice Jeanne, che comprenderà la bellezza della maturità attraverso lo sguardo del giovane Charly,che a sua volta riparerà il vuoto della madre grazie all’incontro con la donna.

 

Ognuna di queste cadute porterà a una trasformazione,ma per arrivare a mettere in atto questa decisione,il regista sembra dirci che a volte è necessario venire in qualche modo “messi al muro” da un fatto esterno, da salutare in tal senso come provvidenziale: così John McKenzie è costretto a restare nascosto nell’appartamento della signora Hamida perché la Nasa non può rivelare di aver perso il suo astronauta; l’attrice è costretta a contattare il giovane dirimpettaio perché si è chiusa fuori casa; lo scontroso Sternkowitz incontra l’infermiera perché costretto a nutrirsi di notte ai distributori automatici del vicino ospedale in quantonon puòfarsi vedere usare l’ascensore dai vicini di casa.

 

Non serve addentrarsi oltre, nei dettagli di una sceneggiatura molto ben scritta e da apprezzare direttamente in sala. Quel che è importante sottolineare è come questofilm sia in grado di mettere lo spettatore nelle condizioni di prevedere la possibilità di trasformazioni e di immaginare soluzioni; tra destino, caso, decisione personale e apertura al cambiamento, l’autore ci suggerisce un mondo che riserva sempre un ampio ventaglio di occasioni: sta a noi scoprirle e farle nostre.

Tre storie diverse tra loro, insomma, macon un comune denominatore: il contatto umano e l’amore sono l’unica risposta possibile a una solitudine che, in forme e maniere diverse, caratterizza l'esistenza di ciascuno dei personaggi; l'amorevinceil mal di vivere dello schivo Sternkowtize dell’infermiera; il contatto umano scioglie il groppo alla gola dell’attrice e i nodi del giovane (con un momento di profonda autenticità nella meravigliosa scena in cui Isabelle Huppert recita di fronte alla camera digitale azionata dal ragazzo); la sinceritàdella madre algerina e la semplicità dei suoi gesti rendono dolce il ritorno alla realtà dell’astronauta, il cui atterraggio di fortunaviene accolto dalla donna come un dono venuto “dal cielo” per colmare il suo vuoto affettivo.

 

Ed è proprio la partenza dell'astronautasu un elicottero della Nasa, che si alza rumorosamente in volo tra i palazzi del quartiere, a spingeretutti i protagonisti ad affacciarsi,stupiti, alle rispettive finestre. Come a indicare che, forse, esiste un mondo anche al di là delle pareti di quel gigante di cemento; un mondo di cui ci si può fidare, per coglierne i momenti di poesia e di bellezza.

 

 

 

 

Ma non è finita: l’ultima scena del film ci vuole dire ancora una cosa, svelandoci finalmente l’origine del suono misterioso che si è spesso sentito nel film,e al quale ognuno dei personaggi ha voluto assegnare il suo significato personale, dando corpo ai propri fantasmi. No, quel suono non è niente di spaventoso o di minaccioso, ma il semplice sbattere del portellone di un container di detriti. La realtà è una cosa semplice, basta saperla leggere per quello che è, e non interpretarla facendoci condizionare dalle nostre paure.

 

Francesco Cantalupo

Si svolgerà nel Borgo di Tragliata, sabato 16 e domenica 17 aprile 2016, un week end di arte esistenzale organizzato dalla Scuola di Art-Counseling di CinemAvvenire e dal Movimento per la Vita come Opera d'Arte. Il titolo dell'incontro è: L'eredità della madre: un ponte tra Eros, Desiderio e Amore.

Con questo week end proseguiamo il tema della madre che abbiamo avviato nello scorso week end di novembre con l'incontro In nome della madre si inaugura la vita (titolo tratto da un libro di Erri De Luca). Con quel lavoro, di cui riportiamo alla fine di questo articolo un breve trailer con un link a You Tube, abbiamo affrontato non solo l’esperienza relazionale primaria dei partecipanti ma anche e soprattutto la naturale aspirazione al contatto con la sorgente della vita che tutti abbiamo e che trascende la dimensione particolare ed individuale per accedere ad una universale. Per questo è necessario affondare le radici in quel terreno germinativo rappresentato dal principio femminile e materno, e interrogarci su quali relazioni intratteniamo sia con la madre storica ed interiorizzata sia con l’archetipo della madre, per darci la possibilità individuale e collettiva di una rinascita.

Questa volta approfondiamo il discorso partendo da un altro punto di vista, attraverso il film di Clint Eastwood I ponti di Madison County, con Meryl Streep, premio Oscar come

migliore attrice per questo film.

L’immagine tradizionale della donna come custode del focolare ci tranquillizza nella sua accezione più comune e ci fa dimenticare l’importanza della qualità di quel fuoco. Infatti la donna non è soltanto la custode, ma è la portatrice del fuoco stesso come desiderio ed elemento di vita che, proprio per la sua forza, deve essere contenuto per essere mantenuto vivo.

La mitologia ci ricorda che alcune divinità femminili erano una presenza avvertita a livello spirituale come energia erotica e come fuoco sacro, che forniva luminosità, calore e forza trasformativa necessari alla vita.

Come ritroviamo e come esprimiamo questa forza del femminile nella nostra vita? Ciò vale sia per le donne che per gli uomini.

Quanto siamo capaci di proteggere gli equilibri e le conquiste raggiunte e quanto siamo pronti a metterci in crisi per andare verso il nuovo ed esprimere altre nostre potenzialità? Possiamo fare sia l’uno che l’altro solo se sviluppiamo la nostra capacità di amore.

L’amore, come decisione che accoglie e trasforma la passione, è il ponte tra ciò che conosciamo e ciò che ci attira, che ci consente di connettere attrazione, unione, fertilizzazione, incubazione e nascita, cioè i processi necessari alla creazione di una vita nuova, in senso sia biologico, sia spirituale che artistico.

Quanto siamo disposti a creare ponti tra eros, desiderio e amore nel nostro mondo interno ed esterno per rinascere continuamente?

Ci interrogheremo su questi temi, come ho detto, con l’aiuto del film I ponti di Madison County.

 

Tratto dal romanzo di  Robert Jamer Waller, il film inizia con una scoperta. Attraverso una lettera, i diari e gli oggetti che la madre ha lasciato loro in eredità Carolyn e Michael vengono a conoscenza della storia di un amore intenso e breve da lei vissuto. I quattro giorni di quell’incontro, così importante per la donna, sono una sorpresa del tutto inattesa per i figli, prima sconcertati e, arrabbiati, specie il maschio, poi invece sempre più commossi e consapevoli di ciò che la madre ha vissuto.

Infatti, tanti anni prima, mentre loro con il padre erano fuori casa per una fiera, è arrivato nella loro fattoria il fotografo Robert Kincaid alla ricerca di informazioni sulla strada per i ponti di Madison County. Quella sosta casuale ha determinato l’incontro con Francesca Johnson, la loro madre. Un incontro che trasformerà profondamente i due ignari protagonisti.

Attraverso una serie di gesti cortesi e discreti, dietro ai quali però si avverte un interesse reciproco, pian piano i loro mondi, così diversi, comunicano, si avvicinano, si attraggono, si incontrano. In una casa tradizionale, situata nel profondo della campagna dell’Iowa, paese tra i più conservatori degli USA, quell’incontro crea un’atmosfera del tutto nuova. Quello spazio vissuto fino ad allora come luogo di lavoro, di impegni di routine, di normale e ripetitiva quotidianità di rapporti e di tiepidi affetti scontati, gradualmente si riempie di piccoli gesti di attenzione, di piacere, di comunicazione, di allegria e di intimità.

La passione che nasce tra i due apre dimensioni sconosciute sia all’uno che all’altra. La solitudine consolidata di Robert, basata sulla negazione del bisogno dopo un rapporto finito, si apre alla consapevolezza dell’importanza di lei. Il mondo ristretto di Francesca è scardinato dal desiderio e dall’irruenza del sentimento per lui. Le emozioni che provano l’uno per l’altra appartengono “a quel genere di certezza che si prova una volta soltanto nella vita”.

Ma i quattro giorni speciali sono destinati a finire. Arriva il momento della decisione. Robert chiede a Francesca di partire insieme. Francesca, che inizialmente accetta, entra in un profondo travaglio, combattuta tra l’amore rispettoso per il marito, quello protettivo per i figli e l’amore appassionato per Robert.

Avverte anche che non solo l’amore per il marito finirebbe se andasse via, ma che anche quello speciale per Robert potrebbe non sopravvivere se partissero insieme. Per questo affronta il dolore straziante della decisione di restare, nella speranza che, coltivando dentro di sé il ricordo e il sentimento vissuto, possa dare un maggior senso alla sua esistenza quotidiana, fatta di piccole ma importanti cose.

È questa l’eredità che passa ai figli: “…fate quello che dovete fare per essere felici nella vita”.

Alla fine del percorso, che li porta a scoprire quella parte importante e nascosta della vita di Francesca, anche i figli appaiono trasformati, tra di loro e nella loro vita personale e di coppia, per il dono di verità e d’amore ricevuto dalla madre. Con gratitudine e amorevolezza accolgono il suo desiderio di unirsi simbolicamente a Robert come espressione di un amore circolare che comprenda tutti, e compiono così a loro volta un gesto di amore per la madre e per la vita nel suo senso più ampio.

 

 

Il programma dell'incontro

Sabato 16

Ore 14,30: iscrizione al laboratorio e sistemazione nelle stanze. Ore 15: proiezione del film.

Ore 17,30: pausa. Ore 18: dibattito antropologico.

Ore 20,30: cena.

Ore 22-23: "Mamma mia", giochiamo insieme al Musical. Gioco creativo condotto dai tirocinanti della Scuola di Art-Counseling di CinemAvvenire.

Domenica 17

Ore 9,30: inizio lavori

Tema del giorno: L'eredità della madre.

Prima tappa: Il bisogno della dedizione

Seconda tappa: Il bisogno della passione

Terza tappa: Creiamo un ponte tra Eros, Desiderio e Amore.

Ore 13,30: pranzo.

Ore 15,30: comunicazione corale dei vissuti del week end. Ore 17,30: conclusione.

I conduttori

Massimo Calanca, psicologo, psicoterapeuta, antropologo esistenziale, art-counselor, esperto di cinema

Luciana Margani, psicologa, sophianalista, antropologa esistenziale, insegnante di yoga

Giuliana Montesanto, psicologa, psicoterapeuta, antropologa esistenziale, art-counselor, esperta di cinema.

 

 Per avere un'idea di come lavoriamo nei nostri week end di arte esistenziale potete guardare il breve video sui lavori dell'ultimo incontro del novembre scorso: 

https://www.youtube.com/watch?v=eJ36RH1qyNI

 

I week end di Arte Esistenziale si propongono come un campo di energia corale trasformativa, per favorire lo sviluppo della Persona, attraverso il metodo creativo-artistico applicato alla vita e secondo i principi ed i valori dell’Antropologia Personalistica Esistenziale.

Per un primo approfondimento sull'arte esistenziale è possibile guardare il video di cui pubblichiamo il link:

https://www.youtube.com/watch?v=XkNdPJvHbsU

 

I week end sono residenziali per consentire la partecipazione di tutti alla creazione di un sogno comune di due giorni insieme, in cui sono preziose le energie ed i vissuti di tutti nei vari momenti del percorso, compresi quelli serali del gioco ed eventualmente quelli onirici della notte.

Il costo per la partecipazione è di 80 Euro.

Il costo del pernottamento è di 40 Euro in camera doppia e di 60 in camera singola.

Il costo di ogni singolo pasto (cena del sabato e pranzo di domenica) è di 25,00 Euro.

All’atto della prenotazione al week end potrete effettuare anche la prenotazione dei pasti e del pernottamento. Vi chiediamo di prenotare al più presto possibile per assicurare a tutti adeguata sistemazione.

Chi farà partecipare al week end altre persone, avrà uno sconto di 10 Euro per ogni partecipante.

E’ richiesto un anticipo di 20 Euro all’atto della prenotazione

Per informazioni e iscrizioni:

Massimo Calanca 335.6137864, Luciana Margani 06.33261224-333.32267449; Giuliana Montesanto 335.8222962

Borgo di Tragliata, Via del Casale di Tragliata 23 – 00050 Fiumicino (RM) - Tel. 06.6687267 – www.tragliata.it

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Nella videoteca del Counselor non può mancare “Un’altra donna”, un film di Woody Allen del 1988 che contiene diversi spunti per lavorare in modo trasformativo su un passaggio importante della vita, la maturità, occasione di un bilancio della propria vita in cui spesso non mancano momenti di nostalgia e rimpianto.

UN’ALTRA DONNA

Regia di Woody Allen

La maturità è il momento per armonizzare gli estremi e sconfiggere l’assoluto in cui spesso sembriamo costretti a vivere. Ma anche per ritrovare l’energia di tornare là da dove eravamo scappati, per paura del confronto: una persona scomoda, un evento imprevisto. E per ricominciare a progettare.

REGIA: Woody Allen

ATTORI: Gena Rowlands, Mia Farrow, Ian Holm, Blythe Danner, Gene Hackman, Betty Buckley, Martha Plimpton, John Houseman, Sandy Dennis, Philip Bosco, Harris Yulin, Frances Conroy, David Ogden Stiers, Kenneth Welsh, Bruce Jay Friedman, Mary Laslo, Carol Schultz, Dax Munna, Heather Sullivan, Caroline Mcgee, Jacques Levy, Josh Hamilton, Kathryn Grody, Michael Kirby, Fred Sweda, Jill Whitaker

SCENEGGIATURA: Woody Allen

FOTOGRAFIA: Sven Nykvist

MONTAGGIO: Susan E. Morse

USA, 1988

Un film sulla maturità, sulla speranza e sull’ascolto

Film d’arte e d’autore, elegante e intenso, “Un’altra donna” lascia subito trasparire una stretta coincidenza tra racconto cinematografico e vissuto del regista; è infatti un film sulla maturità scritto quanto Woody Allen aveva 53 anni - più o meno la stessa età dei suoi principali attori, Gena Rowlands e Gene Hackman - e che vede nel cast anche la compagna di quel  tempo, Mia Farrow, incinta sia nel film che nella vita. Ma anche un film sulla speranza; Hope è a sorpresa il nome che nei titoli di coda si scopre porta il personaggio interpretato dalla stessa Farrow, la giovane donna dalle cui confessioni tutto ha origine. Infine un film sull’ascolto, perché proprio attraverso l’ascolto la protagonista Marion getta le fondamenta per il cambiamento radicale della sua vita.

Il film utilizza l’io narrante, una tecnica che porta lo spettatore ad identificarsi completamente con il personaggio di Marion, figura dai tratti seri e riservati, ma anche di grandi capacità riflessive e, si vedrà in seguito, introspettive e trasformative. Si è subito catturati dal suo racconto in prima persona, che inizia con una sorta di disarmante presentazione: “Se qualcuno mi chiedesse di fare un bilancio della mia vita a cinquant’anni, probabilmente direi che sono riuscita a realizzarmi e come persona e come professionista. Non andrei  oltre. Non che abbia paura di rivelare lati più oscuri di me stessa, ma ho sempre pensato che si dovrebbero lasciare le cose come stanno, se funzionano”.

Marion è dunque una donna cinquantenne; a una prima lettura sembrerebbe una persona realizzata e appagata: un nuovo matrimonio appena celebrato, una vita sociale ricca di relazioni e interessi, un lavoro interessante e creativo tra la scrittura e l’insegnamento della filosofia. Sottopelle però qualcosa è in agguato, e infatti quando il destino le si para davanti per offrirle un’occasione, Marion è pronta ad accoglierla.

Dall’appartamento attiguo al suo nuovo studio, attraverso la griglia dell’impianto di aereazione, Marion si trova ad ascoltare l’angoscia esistenziale che una giovane donna, giunta quasi al termine della gravidanza, esprime nelle sedute con il suo psicoanalista. Prima l’imbarazzo, il tentativo di scacciare questa scomoda intrusione nella quiete ovattata del suo studio; poi la curiosità, il richiamo a un ascolto che potrebbe essere portatore di scoperte ed opportunità. Attraverso le confessioni di un’altra donna, apparentemente il suo opposto, Marion si vede “costretta” ad ascoltarsi dentro, e a mettere in atto quella sorta di bilancio della vita che, a oltre metà del percorso, generalmente si presenta. Un’occasione scomoda per una donna estremamente controllata che ha sempre subordinato l’emozione al ragionamento … Ma sembra arrivato il momento per andare fino in fondo.

Tra istinto e ragione

Così, lentamente, col passare dei giorni, attraverso l’ascolto della terapia attigua, il suo studio diventa per Marion una sorta di luogo intimo e privilegiato in cui poter passare in rassegna la propria esistenza, e con questa tutte le occasioni mancate o rifiutate. Un viaggio a ritroso che parte dal rapporto, di stima ma totalmente anaffettivo, con l’attuale marito Ken, per arrivare alla relazione difficile con il padre, all’allontanamento emotivo dal fratello, considerato il perdente della famiglia, all’amore appassionato che nutriva per lei un uomo, Larry, da cui è fuggita spaventata, per arrivare a quella strana relazione con il suo professore universitario e a quella scomoda gravidanza che, senza parlarne con il compagno, rifiutò di portare a termine perché avrebbe compromesso una carriera appena agli inizi.

Piano piano prende corpo la consapevolezza di aver rinunciato alle passioni in cambio di una vita costruita sulla razionalità e il controllo, lontana da qualsiasi imprevisto avrebbe potuto sconvolgere il corso sicuro e calcolato delle sue giornate.

Guardandosi dentro, Marion è costretta a constatare che ai successi sul piano sociale e culturale si sono sempre contrapposte altrettante rinunce su quello affettivo ed esistenziale. E si chiede se dopotutto il bilancio sia così positivo come fino a quel momento riteneva che fosse.

Gravidanze interrotte, vecchi rancori, adulteri, matrimoni fallimentari, sono il doloroso controcanto di un benessere conquistato a suon di decisioni e consumato nell’ambiente borghese dell'Upper East Side di Manhattan, dove è sicuramente più sensato fare attenzione all’apparire che lasciarsi andare all’essere.

Dice infatti del suo personaggio Woody Allen, in un’intervista: “Marion non aveva fatto le scelte giuste nella vita. Aveva compiuto delle scelte sicure e fredde, ma mai quelle giuste. Ha fatto scelte sicure, ma non rischiose. Per essere rischiose, avrebbero dovuto essere delle scelte in cui lei non sapeva cosa l’attendesse. Ma lei ha fatto delle scelte sicure. Voglio dire, Ian Holm (il marito Ken) era una scelta priva di rischi, un medico, un uomo affermato, una persona sicura, fredda come lei. Gene Hackman (l’amore che poteva essere e non è stato) era una persona calda, rude, sensuale”.

Il mondo sembra addirittura crollarle addosso quando, ascoltando l’ennesimo colloquio tra la giovane donna e il suo psicoanalista, questa parla dell’incontro avuto con Marion, da quest’ultima fortemente provocato;  il ritratto che la paziente riporta al suo terapeuta è quello di una donna dalla vita vuota, piena di rimpianti e di tristezza. Marion si riconosce dolorosamente nella descrizione fatta da Hope. Lo sguardo sincero e spassionato dell’altro su di sé, fuori da ogni retorica, è la goccia che fa traboccare il vaso e la spinge a dare un impulso risolutivo alla sua vita.

Caso, destino e volontà

Il mondo non sarebbe mai crollato sulle spalle di Marion se non avesse affittato quello studio e non avesse ascoltato i colloqui tra Hope e il suo dottore. Il caso ha determinato tutto ciò, ma la parte attiva di Marion ha dato un senso personale e trasformativo ai fatti che l’hanno sconvolta, mettendola in contatto con le tante rimozioni della sua vita. Al contrario di quanto avviene in un altro bel film di Allen, “Match point”, in cui il destino e il caso sembrano agire autonomamente e senza alcuna interazione con la volontà e la decisionalità dei protagonisti.  Marion riesce a trovare la forza di ricominciare, correggendo i propri errori. La trasformazione è ormai in atto: la separazione dal rapporto comodo ma asettico con Ken, la richiesta al fratello, accogliendo dentro di sé quella sua parte di fragilità a lungo rifiutata, di poter costruire un nuovo rapporto di affetto e stima, la ripresa della scrittura, metafora di una rinnovata capacità di ridisegnare la propria vita.

E dalla lettura di alcuni passaggi del libro di Larry, l’uomo che l’ha profondamente amata,  in cui uno dei personaggi è ispirato proprio a lei, Marion prova un nuovo sentimento, un misto di riconoscenza, affetto e pacificazione.

"Provai uno strano miscuglio di malinconia e di speranza, mi chiesi se un ricordo è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto. Per la prima volta, dopo tanto tempo, mi sentii placata." Con queste parole, sempre seguendo il filo narrativo in prima persona, termina il film. Grazie alle riflessioni scaturite dall’ascolto di un’altra donna, Marion sembra finalmente ritrovare la serenità nel riconciliarsi con il passato, con la donna che è stata, la donna che avrebbe voluto essere e la donna che è, fuori da ogni ideale ed assoluto. Con la consapevolezza che non è mai troppo tardi per ricominciare a vivere.

Francesco Cantalupo

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