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Quando il corpo diventa uno strumento di vendetta.

L’ascolto attivo nel counseling può condurre il cliente verso nuovi scenari di vita.

“La dipendenza sessuale è una relazione malata con il sesso, che ha lo scopo di permettere alla persona d’alleviare lo stress, fuggire dai sentimenti negativi o dolorosi e dalle relazioni intime che non è capace di gestire. Questa relazione diviene bisogno fondamentale rispetto al quale tutto il resto è sacrificato, comprese le persone che sono considerate solamente come oggetti da usare”.  (Patrick Carnes)

 “Forse l'unica differenza fra me e gli altri, è che io ho preteso di più dal tramonto. Colori più spettacolari quando il sole arriva all'orizzonte. Forse è questo il mio unico peccato”. (Joe)

Sala buia. Inizio del film con schermo spento, vuoto, nero. Si sentono dei rumori in lontananza: qualcosa cigola, dell’acqua scorre, forse delle voci. Il rumore di un treno che passa. Poco più di un minuto ma sembra un’eternità. In quel poco tempo la visione tematizzata di tutto il film. In quello schermo vuoto come incipit lo spettatore viene catapultato nel suo vuoto interiore. Lo stesso era accaduto per Dancer in the dark. A chi appartiene quel vuoto? Cosa rappresenta simbolicamente? Quando lo schermo si accende si vede una ventola su un muro di un vecchio palazzo che gira e cigola indebolita e arrugginita. Uno scarico di un tubo dove il lento passaggio dell’acqua ha segnato su un muro il suo percorso. Una donna è stesa in terra priva di sensi e di forze. Ha il volto ferito. È stata colpita. I rumori sono probabilmente quelli che lei avverte nella sua testa. Quello schermo nero è il vuoto e il nulla che percepisce. Un vecchio signore la vede, le va vicino per capire se ha bisogno di aiuto. “Posso aiutarla in qualche modo?”. “Vorrei una tazza di tè con del latte”. “Deve venire con me. Non le servo del tè in mezzo alla strada. Riesce a camminare?”. “Sì!”. I due personaggi sono Joe (Charlotte Gainsbourg) e Seligman (Stellan Skarsgård), protagonisti principali del film. Il vecchio uomo, incuriosito, soccorre Joe, la porta a casa sua e lì, in una lunghissima notte, curerà le sue ferite e le chiederà di raccontargli di lei. L'ascolta assorto mentre Joe narra la storia della sua vita, fatta di incontri e di avvenimenti, dalla nascita fino all’età di 50 anni. L’ opera del regista danese, per motivi di censura e di lunghezza, è in due parti: la prima è divisa in cinque capitoli, mentre la seconda in tre. Joe è una ninfomane, come lei stessa si definisce o, per meglio dire, una porno dipendente. I due personaggi attraverso il dialogo iniziano un rapporto e in loro possiamo riconoscere un counselor e una cliente/paziente. Seligman è counselor perché usa l’ascolto attivo, un modo di prestare attenzione all’altro che ha caratteristiche specifiche e che non si limita al solo sentire. Richiede presenza mentale, attenzione, interesse per l'interlocutore e per ciò che ha da dire, percezione, empatia, accoglimento, capacità di "leggere" (vedere) anche i meta-messaggi, la comunicazione non verbale, non giudizio. Seligman: “Cos'altro? Cos'altro vuole che le dica?”. Joe: “Che mi sono comportata malissimo. Che le mie azioni mostrano quanto già io sia un pessimo essere umano”. Seligman: “Non è così che la vedo”.


Le figure genitoriali          

Joe: “Riempi tutti i miei buchi”.

Jerôme: “Non ce la faccio Joe. Mi dispiace. Mi dispiace!”.

Queste sono le parole che Joe ripete spesso al suo amante Jerôme mentre compiono l’atto sessuale. È una frase che potrebbe anche essere interpretata come: riempi tutti i miei vuoti, tutte le mie mancanze. Non si può centrare il personaggio di Joe senza focalizzare la figura della madre. La si vede in pochissime inquadrature, una è fondamentale: di spalle sul divano che fa un solitario con le carte. Sicuramente Lars von Trier, caratterizza una madre (Connie Nielsen) collerica, anaffettiva, gelida ed egoista. Una madre che crea in Joe la nostalgia di cose non dette, di bisogni inespressi, di carezze negate. Una donna talmente fredda e incapace di amore che abbandonerà anche il marito in punto di morte.
Il padre di Joe (Christian Slater), un intrigante ecologo, le insegna da piccola a riconoscere e collezionare le foglie, a distinguere, per esempio, la vera bellezza del frassino, che non è quella banale dell’albero estivo, rigoglioso, ma quella segreta dell’albero spoglio, autunnale, “al tramonto”, sul far della morte, che resiste per non soccombere. Sicuramente il rapporto con il padre fornisce a Joe più stabilità e calore ma è ancora troppo lontano da essere un rapporto ideale, forse proprio per non essere stato capace di difenderla da una madre con una personalità così crudele. Quando Joe è ancora adolescente perde il padre e, allo stesso tempo, le sue fantasie di bambina. La possibilità di avere un amore sincero lascia spazio alla rabbia, all’odio, alla violenza. Joe continua a rincorrere un’illusoria figura materna che non le ha consentito di colmare quei vuoti d’amore che si porta dietro. Questo non rapporto con la madre sarà la causa che porterà Joe alla continua ricerca di rapporti sessuali, all’umiliazione per avere un affetto che è solo un’illusione e non vero amore.


Vuoto d’amore

Spazio spazio, io voglio, tanto spazio per dolcissima muovermi ferita: voglio spazio per cantare crescere errare e saltare il fosso della divina sapienza. Spazio datemi spazio ch’io lanci un urlo inumano,quell’urlo di silenzio negli anni che ho toccato con mano.

(Alda Merini) 

La manovra che mette in atto Joe è quella di usare il suo corpo come arma di difesa verso quell’incapacità di chiedere l’amore non dato. L’uso del suo corpo in modo violento è un urlo. Colpire la madre attraverso i ripetuti rapporti sessuali, usare quel corpo come uno strumento di vendetta. Incessanti rapporti sessuali, senza importanza, che la umiliano e non le consentono di darsi valore come donna, come persona. In questo modo non riesce a godersi né la maternità arrivata inaspettata, né l’unico vero importante amore che sembra ruotare intorno alla sua vita: Jerôme ( Shia LaBeouf). Ma l’amore verso se stessa dov’è? Non c’è. Joe fugge alle sue responsabilità come difesa immediata. Tradisce se stessa, il suo Sé e il suo progetto personale. Il non darsi ascolto, il non entrare in contatto con la sua “colpa reale”, dà il via ad una serie di meccanismi di offesa prima di tutto verso se stessa, non rispettandosi e mortificandosi. Scrive Antonio Mercurio: “La colpa reale l’avverti, per esempio, con un senso di insoddisfazione continua, a volte con un senso di disperazione, di frustrazione, di scontentezza, o come qualcosa che ti opprime ma non sai cos’è, altre volte con una malattia psicosomatica che non ti dà tregua”.

 
Sorge il sole

Seligman: “È mattina. La neve è sparita”.

Joe: “Quindi il sole è sorto?”.

Seligman: “Sì, c'è il sole. Non ho mai capito da dove provenisse. Dev'essere qualche interazione tra finestre, torri. Edifici alti. Non è molto. Ma è il sole che arriva qui in questo posto”.

Joe: “È bellissimo”.

Attraverso il dialogo con Seligman, e grazie al racconto della sua storia, Joe riesce a ricostruire i pezzi della sua vita. (“Lasciami solo dire che raccontare la mia storia, come tu mi hai indotto o consentito di fare, mi ha messo a mio agio. Adesso la mia dipendenza mi è molto chiara…”). Quella madre terribile che ha offuscato per anni e anni la sua vita, ora Joe può permettersi di guardarla in lontananza, dalla finestra dello squallido appartamento di Seligman. Quel debole raggio di sole che arriva, nemmeno in maniera diretta, sarà in grado di riscaldare il cuore di Joe. Chiaramente non è tutto scontato e facile da realizzare, ma ora lei non è più sola perché ha un suo progetto da realizzare: ”E sono arrivata a una conclusione. Anche se solo una su un milione, come disse la mia discutibile terapeuta, ha successo mentalmente, fisicamente e nel cuore nel liberarsi della sua sessualità, questo ora è il mio scopo”. Tutto questo però richiede ancora un passaggio: affrontare la morte attraverso la separazione/uccisione definitiva dal suo ingombrante passato. Così, Lars von Trier ci consegna un geniale colpo di scena (e di pistola) finale, che consente a Joe di fuggire verso una nuova vita. Rigorosamente a schermo spento. “Ma questa è una vita che vale la pena vivere? È l'unico modo in cui posso viverla. Starò in piedi, contro ogni aspettativa. Proprio come un albero deforme sopra la collina”.


Per approfondire:

La dipendenza sessuale, quando il sesso può uccidere di Cesare Guerreschi
Le leggi della vita di Antonio Mercurio
Mancamenti d’amore di Isabelle Rossignol

Bruno Castellacci

Art-Counselor



Sabato 26 e domenica 27 aprile 2014 si svolgerà il IV° week-end dell’Anno Accademico 2014 della Scuola di Art-Counseling di CinemAvvenire.
L’incontro inizierà sabato alle ore 10 con la visione del film Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì sul tema: "Nel mondo del lavoro giovanile, pur prevalendo la manipolazione e lo sfruttamento sul riconoscimento della capacità e sugli ideali, la compassione per gli altri e l’amore profondo per la cultura, nonostante l’oscurità delle prospettive, possono essere un faro che illumina."

In Tutta la vita davanti, Virzì si muove tra le spaventose dinamiche del mondo moderno senza mai cadere nel facile giudizio, nel pietismo o - vista l'attualità del tema - nella trappola del film a tesi, mantenendo sempre in primo piano il suo amore per gli ultimi e una compassione per le sue creature disperate e perfide, figlie di una società malata, ma forse non ancora in fase terminale. E se Marta può ancora sognare un mondo migliore per sé e per la bambina cui fa da baby-sitter, un mondo che balla spensierato ascoltando i Beach Boys e si affeziona a una voce telefonica, tutto attorno resta un ritratto allarmante dell'Italia di oggi, che Virzì svela sapientemente sotto una patina di sinistra comicità. Un'Italia dolce e amara quella di Tutta la vita davanti, che commuove e preoccupa, in cui sembra non esserci scampo nel mondo sorridente e spaventato dei giovani di oggi, dove vittime e carnefici sono accomunati da una stessa ansia per il futuro che a volte diventa folle disperazione; ma la compassione per gli altri e l’amore profondo per la cultura lasciano aperta la speranza nella possibilità di in un mondo diverso.

Alla visione del film seguirà un dibattito in chiave esistenziale.
Vi invitiamo a far partecipare altre persone che ritenete possano essere interessate al tema, al modo in cui noi lo trattiamo e eventualmente alla scuola.
Come sapete, infatti, abbiamo deciso da qualche tempo di aprire gli incontri della scuola di Art Counseling su “Il cinema e l'arte di vivere” anche ai non iscritti alla scuola, perché siamo convinti che gli argomenti che discutiamo siano di un certo interesse per tutte le persone che vogliono migliorare la propria qualità della vita e, per quanto è possibile, il mondo e la realtà in cui viviamo.

Vi ricordiamo che il costo per partecipare all’incontro per chi non è iscritto alla scuola (visione del film e dibattito, dalle ore 10 alle 14) è di 20,00 € e che occorre essere soci ARCI- CinemAvvenire. Chi non avesse una tessera associativa in corso di validità, potrà fare direttamente la tessera 2014 al costo di € 7,00, valida per tutto l’ anno. Per chi avesse già effettuato il tesseramento basterà esibire la tessera 2014.

Preghiamo chi è interessato a partecipare di prenotare presso l’associazione, possibilmente entro venerdì mattina.

È anche possibile partecipare a singoli corsi e seminari, concordando con la direzione della scuola le modalità della partecipazione. Per questo vi alleghiamo anche il programma completo del week-end. Chi è interessato può rivolgersi alla segreteria della scuola.

Vi ricordiamo i corsi previsti per il prossimo week-end:


1. L'arte nella storia e nell'evoluzione umana. Il concetto di bellezza nei secoli:l’arte moderna e contemporanea, di Massimo Calanca
2.Sguardi sensibili. Laboratorio di Videocounseling. Il gioco con la telecamera come strumento espressivo e creativo di scoperta di sé, degli altri e del mondo, di Bruno Lomele (per seguire più attivamente il laboratorio è preferibile portare con sé uno strumento per le riprese, cioè una videocamera o una fotocamera o un telefonino o un Ipad)
3.Laboratorio: un percorso d'amore attraverso le relazioni per uscire dal "bambino emozionale" dentro di noi. 2a parte, di Giuliana Montesanto
4.La capacità di amarsi alla base della realizzazione della persona. Laboratorio: a che punto siamo e quali sono gli ostacoli? 2a parte, di Massimo Calanca
5.Laboratorio di Counseling individuale, di Maria Rita Capoccetti
6.Gruppo antropologico. Counseling di coppia e di gruppo, di Massimo Calanca e Giuliana Montesanto

 

SEGRETERIA CINEMAVVENIRE: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - 0644362602

 

PROGRAMMA WEEKEND


Sabato 26 Aprile

Classi
Orario
Materia N. ore Docente/i
Classi unite 10.00-12.00

Visione del film: Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì sul tema: "Nel mondo del lavoro giovanile, pur prevalendo la manipolazione e lo sfruttamento sul riconoscimento della capacità e sugli ideali, la compassione per gli altri e l’amore profondo per la cultura, nonostante l’oscurità delle prospettive, possono essere un faro che illumina.".

 

2  
Classi unite 12.00-14.00 Dibattito sul film 2

Massimo Calanca, Giuliana Montesanto e M. Francesca Pacifico

Classi unite 15.00-17.00

L'arte nella storia e nell'evoluzione umana. Il concetto di Bellezza nei secoli: l'arte moderna e contemporanea.

2 Massimo Calanca
Classi unite 17.00-19.00

Sguardi sensibili. Laboratorio di Videocounseling. Il gioco con la telecamera come strumento espressivo e creativo di scoperta di sé, degli altri e del mondo

2 Bruno Lomele

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Domenica 27 Aprile

Classi
Orario
Materia N. ore Docente/i
Classi unite 09.00-11.00

Laboratorio: un percorso d'amore attraverso le relazioni per uscire dal "bambino emozionale" dentro di noi. 2a parte

2 Giuliana Montesanto
Classi unite 11.00-13.00

La capacità di amarsi alla base della realizzazione della persona. Laboratorio: a che punto siamo e quali sono gli ostacoli? 2a parte.

2 Massimo Calanca
Classi unite 14.00-16.00 Laboratorio: Counseling individuale. 2 Maria Rita Capoccetti
Classi unite 16.00-18.00 Gruppo antropologico. Counseling di coppia e di gruppo. 2 Massimo Calanca/Giuliana Montesanto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Diario di una liberazione, graduale e dolorosa, dall’ossessione di un’assoluta soddisfazione dell’Io. E dell’incontro con un Tu, tenero, ostinato e sorprendente.
Esattamente un anno fa, mentre mi accingevo a iniziare la tesi su “Counseling e Terza Età”, mi domandavo: quando inizia questa difficile stagione della vita? Quante possibilità ha l’anziano di realizzare ancora i suoi sogni, di dar vita ai propri desideri, di trasformare la propria vita là dove questa non lo soddisfa o lo fa soffrire?
Poi, a mano a mano che mi documentavo su cosa vuol dire essere anziano oggi, che scrivevo le mie riflessioni e proponevo modalità di intervento del counselor nei confronti di persone della terza età, il quadro di questa lunga età di mezzo, che va dai 55 ai 75 anni, ricca di possibilità, mi si è fatto sempre più chiaro. Certo, ci si avvicina ineluttabilmente a un capolinea, e anche se allontaniamo lo spauracchio della Fine dalla terza età, ce lo ritroveremo di sicuro nella quarta - la vita non è eterna - e arriverà prima o poi il momento in cui fare i conti con malattie e morte. Ma la stagione in cui poter far pace con la vita e conquistare finalmente un po’ di armonia con se stessi e con gli altri si è estesa ormai anche a questo lungo periodo della maturità che, se vissuta pienamente, ci può far ancora raccogliere bei frutti.
La lettura dell’ultimo libro di Walter Siti “Exit strategy” mi ha fatto tornare il desiderio di ragionare su questa stagione tutta speciale (pensate alla meraviglia di un tardo pomeriggio d’estate) in cui, se è importante non nascondersi dietro a un giovanilismo esasperato, è altrettanto importante non arrendersi di fronte alla parola “ormai”.
Seguo da anni il lavoro di Siti. La sua modalità di scrivere in prima persona me lo ha fatto sentire sempre particolarmente vicino, provando talvolta un misto di pudore e ammirazione per la disinvoltura in cui mette a nudo le sue “ossessioni”. Che poi siano effettivamente sue non importa, compito dell’artista non è quello di essere vero, quanto di offrire verità.
Giunto a 65 anni, a metà esatta della lunga età di mezzo, Walter Siti racconta la propria uscita da un’ossessione erotica che sembrava eterna: il bisogno, più che il desiderio, di far l’amore con il Corpo Perfetto, di comprarsi l’accesso al paradiso artificiale, un paradiso in cui l’io si incontra sempre e solo con le proprie proiezioni e mai con l’altro. Per atterrare, dopo infinite ricadute, a una realtà sempre fuggita con il pretesto che la normalità uccida il sublime; in verità opportunamente evitata per non rischiare di entrare nel mondo dello scambio e della responsabilità, di esporsi all’altro da sé, al tu, con tutti i rischi dell’incontro tra due persone, due ferite, due bisogni , due desideri. Non importa quanto la storia coincida con la nostra, leggendo il libro si è subito catturati in un percorso di analogia, riconoscendo le nostre ossessioni e i nostri assoluti, i freni che ci impediscono di amare i nostri limiti, di amarci e soprattutto di farci amare. E’ infatti cedendo a un amore incondizionato, chiaro, sincero e testardo, che il protagonista attua la sua “conversione”. Una trasformazione che avviene solo dopo un trasloco, un cambiamento cercato, di luoghi ed orizzonti, per riuscire a cambiare una vita avvolta stancamente nella ripetizione. A significare che senza una decisione forte e personale nessun obiettivo ambizioso può essere raggiunto.
“Il problema è che a essere in due si diventa più vulnerabili”, dice l’autore alla fine del libro. Ma si viene finalmente al mondo.
Riporto qui di seguito la bella recensione che Massimo Recalcati ha scritto per “la Repubblica” lo scorso marzo.
Francesco Cantalupo

L'inferno in corpo. Walter Siti: diario della liberazione dal desiderio senza piacere
di Massimo Recalcati
“la Repubblica”, 12 marzo 2014
“Exit strategy” il nuovo romanzo dello scrittore Premio Strega. La storia di un'ossessione sessuale, di un'agonia e di una redenzione.

In Resistere non serve a niente Walter Siti ci aveva offerto un ritratto pulsionale del capitalismo finanziario e della sua grande crisi che come tratto preminente esibiva una spinta bulimica alla divorazione avida e illimitata di ogni cosa e di ogni esperienza. Il suo esito non poteva che essere nichilistico. Si trattava di un romanzo che ancora una volta - ed è questo uno degli aspetti più rilevanti dell'eredità pasoliniana di Siti - ruotava attorno al dramma del corpo (individuale e collettivo) che vuole godere al di là di ogni limite, al di là di ogni senso possibile della Legge. È l'anomia radicale che muove l'insaziabilità orale del discorso del capitalista: consumare tutto, ridurre ogni cosa a merce, devastare ogni forma umana del legame sociale, imporre a senso unico il comandamento di un godimento immediato e mortale che non produce alcuna soddisfazione e che annienta la vita.

In questo nuovo romanzo Exit strategy (Rizzoli) dal forte sapore autobiografico, seppur smentito in una nota finale dall'autore, e dal tessuto diaristico, il vincitore dell'ultimo premio Strega aggiunge un supplemento essenziale al suo percorso intorno al continente "nero" del godimento ipermoderno. In gioco è una nuova mutazione antropologica che Pasolini aveva potuto scorgere solo di sbieco. Si tratta di quella mutazione che ha trasformato la realtà umana in una macchina acefala di godimento. Se Pasolini aveva potuto teorizzare come la "religione del nostro tempo" avesse sostituito al monoteismo delle vecchie società religiose il politeismo degli oggetti di consumo elevati alla dignità di veri e propri idoli, Walter Siti ci mostra in modo graffiante e disincantato attraverso una scrittura-bisturi quanto e come questo inedito politeismo materialistico abbia invaso e condizionato la nostra stessa esperienza, erotica e vitale, del corpo individuale e di quello sociale. Il paradosso del nostro tempo procede incrociando il culto igienista del corpo in forma, in salute, che relega nel regno dell'osceno e dell'innominabile il suo carattere mortale e destinato al disfacimento, con l'esaltazione di un godimento che vuole potenziare se stesso sino alla propria distruzione. Questo significa fare del corpo un assoluto tirannico che ci rende schiavi. Non è forse questo il vero punctum pruriens del suo ritratto disperato che Siti ci propone in questo suo nuovo libro? Come si può uscire dalla schiavitù del corpo reso idolo e della sua conseguente tendenza alla distruzione dissipatoria?

Senza concedere nulla al moralismo o a un vittimismo compiaciuto, il protagonista descrive spietatamente la sua vita prigioniera della schiavitù non tanto del sesso (a pagamento) ma di una idea di bellezza del corpo che anziché ospitare il senso della caducità e dell'imperfezione vorrebbe realizzare un suo esorcismo mirato. Mentre Pasolini ricercava roussoianamente i corpi non intaccati dal progresso, i corpi-naturali, prelinguisitici, incorrotti (quelli dei contadini friulani e dei giovani delle borgate romane), il protagonista di Exit strategy non coltiva alcuna nostalgia della natura, ma resta come ipnotizzato dalla passione per il corpo atletico, perfetto, scolpito, per il corpo- marca, il corpo-idolo, il corpo- porno-attore, prodotto di quella cultura che egli stesso critica amaramente. Egli non cerca più il selvaggio che non è stato ancora corrotto dalla cultura, ma un prodotto ipermoderno della Civiltà: il corpo scolpito, modellato dal fitness, il corpo capace di prestazioni sessuali estatiche.

Sappiamo che in psicoanalisi il culto della bellezza scultorea del corpo è un velo che protegge l'essere umano dall'orrore della castrazione, cioè dall'incontro con lo statuto irrimediabilmente finito e leso dell'esistenza. La malattia, la vecchiaia, la morte - che trovano una realizzazione patetica e tristissima nella fine della madre del protagonista - mostrano che sotto la bella forma c'è sempre il reale informe e senza senso dell'irreversibilità del tempo che mangia la vita. Come uscirne? La disperazione del godimento mortale reagisce a questa irreversibilità tuffandosi a corpo morto nell'abisso della perversione. Nessuna speranza se non quella di poter godere sino alla morte, se non quella di fare del godimento la sola legge che conta. È l'imperativo che domina il nostro tempo di cui Berlusconi («il grande illusionista» lo definisce Siti) è stato nel nostro paese l'incarnazione più farsesca e drammatica.

Il problema è che la nostra cultura ha trasfigurato la forza generativa del desiderio nella figura cinica del godimento mortale, ovvero di un godimento che annulla la trascendenza del desiderio puntando solo a realizzare se stesso. Ma si tratta, come scrive Siti, di una «libertà malata che torna costantemente al proprio nulla». Exit strategy racconta un viaggio nell'inferno della vita morta, della vita annientata dal godimento mortale, ma anche della sua possibile redenzione. In questo è davvero «la storia di una conversione».

Esiste una alternativa alla «bulimia della performance e alla sopraffazione »?
È quella che si dischiude con intensissima poesia verso la fine del romanzo, dove, pur senza concedere nulla alla predica edificante, il protagonista ritrova l'amore come esposizione verso l'Altro. Ma perché questo accada, perché vi sia accesso al discorso dell'amore - che è il solo discorso autenticamente sovversivo (cristianesimo eretico di Pasolini che ritorna in Siti?) - è necessario riconoscere la propria insufficienza, è necessario erodere la propria falsa autonomia. Perché «è essere in Due che ci rende più vulnerabili». In gioco è un altro volto dell'infinito rispetto a quello incarnato dai culturisti di cartapesta e dal volontarismo della morale. Non se ne esce così dall'inferno. La domanda di Siti vibra forte: «Dove trovarlo un infinito meno illusorio, un infinito umano? Nelle foschie della Lomellina, grano e risaie, tra i pioppi a scacchiera? Nella docilità dei motorini parcheggiati a schiera davanti alle fabbriche?».

Il gesto finale della preghiera a cui si concede il protagonista è il tentativo di reintrodurre nella carneficina del godimento mortale lo spiraglio del desiderio e dell'amore risorti. Non importa se il cielo sopra le nostre teste, come ci ricordava Sartre, è vuoto. «Cado in ginocchio e prego senza sapere a Chi». Far esistere un amore è rivolgersi all'Altro, come accade nella preghiera, è scommettere sulla possibilità di un'altra vita rispetto a quell'inferno del godimento mortale che il discorso del capitalista promette essere l'unica forma possibile della vita. È una conversione. E in questo la preghiera di Siti rivela la verità della sua scrittura come possibile forma di redenzione. Per questo egli non abbandona mai lo sforzo sublime della letteratura. E per questo la scrittura lo salva.

 

Le difficoltà di lettura del film

“Solo a Roma ci si può preparare a comprendere Roma”.
(Johann Wolfgang Goethe, Viaggio in Italia)
Il successo, l’oscar e il passaggio televisivo, con il film ancora nelle sale delle principali città italiane, hanno dato una larga visibilità a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.
È stato facile raccogliere impressioni e suggestioni che il film ha suscitato in una larga fascia di pubblico. Abbiamo sentito i commenti più disparati, dal barbiere (Berlusconi ha telefonato in America dicendo di dare l’oscar), negli uffici (non meritava l’oscar, mi sono addormentato dopo 10 minuti), tra le persone che ci circondano e che frequentiamo.
I personaggi di Sorrentino si muovono su un treno che non porta da nessuna parte, dice Jep Gambardella/Servillo, protagonista principale del film, sessantacinquenne giornalista di costume e critico teatrale, scrittore di un unico romanzo giovanile: “L’apparato umano”. Un personaggio, disincantato, snob, a tratti cinico, sicuramente affascinante quanto odioso. Come succede spesso per i grandi lavori, il film è stato amato e odiato nella stessa misura.
Questo misto di amore e odio, queste opinioni contrastanti, ci hanno ancora più stimolato a scrivere su La grande bellezza. Noi il film lo abbiamo amato e seguito con piacere, invece per molti è stato difficile, quasi fastidioso perché considerato eccessivo, lontano dalla realtà, quasi onirico. Ecco le due parti che dialogano: realtà e sogno. Ed entrambe faticano a guardare l'alter ego: non esisti altrimenti non esisto. Anche mettere insieme i due opposti è uno "sforzo" antropologico esistenziale che dovremmo fare per essere finalmente interi.
Lo sguardo è un altro elemento quindi, e il fastidio nel guardare questo film potrebbe essere il riflesso della nostra difficoltà di guardare il mostro che è dentro ognuno di noi. L'altra parte che non ci piace, che c'è ma che facciamo finta sia altrove. Il personaggio del figlio malato, rabbioso... (“Lo trovi bene vero? Sta meglio vero?”), autolesionista, invaghito della madre e in lotta perenne con il suo amore debole e probabilmente non amorevole.
I personaggi del film non si muovono su un canone prestabilito. Questo deconcentra lo spettatore perché lo porta facilmente fuori pista. Forse per questo la maggior parte delle persone ha avuto molte difficoltà a “capire” il film.
Oltre questo, come molte opere d’arte, è difficile da spiegare se lo si vuole capire o giudicare solo in maniera didascalica e accademica. Non a caso in una scena Servillo/Gambardella, assiste a uno spettacolo di “teatro sperimentale”: il momento clou è una capocciata all’acquedotto romano da parte di una performer che Jep dopo l’esibizione va ad intervistare: “Lei vuole dare allo spettatore una vibrazione, ma che cos’è una vibrazione?”. “Lei me lo deve spiegare, che cos’è una vibrazione?!”. Chiede con insistenza Jep all’artista concettuale. Ma non si può sempre spiegare una vibrazione. Si può dire che il film è una vibrazione che va colta, captata, sentita. Un vibrazione che non si può spiegare. Forse.

Il nostro approccio di lettura come counselor

“Lo vedi il mare? Dove? Sul soffitto. Sì, lo vedo il mare!”
(Dialogo tra Jep e Ramona)
“La grande bellezza” è un film che stupisce, affascina, irrita e intimorisce. Un film importante. Leggibile e interpretabile da molteplici punti di vista. A noi interessa quello “antropologico esistenziale”, secondo la metodologia di CinemAvvenire.
Oltre questo è interessante per come trattiamo noi il cinema e per la visione che abbiamo noi dell'Arte.
L’arte deve essere utile all’uomo. L’arte è vita. “L’arte, secondo noi, è tra le attività umane quella che più di altre contribuisce a conoscere profondamente la realtà e la vita, a comprenderle nella loro complessità e nella loro essenza, a cogliere e nello stesso tempo a creare il loro senso ed il loro significato e ad individuare e prefigurare le linee di sviluppo della storia del rapporto dell’uomo con il mondo”.
Come counselor cercheremo di capire se è un film in cui trovare degli elementi trasformativi su cui poter lavorare: se il protagonista, lungo il racconto della sua storia, può farci intravedere la possibilità di una qualche trasformazione che ognuno prenderà liberamente, adattandola alla propria esperienza di vita.
Analizzando i vari personaggi vediamo che alcuni sono più vicini a Jep quasi a rappresentare delle parti di se stesso. (Allo stesso modo quei personaggi rappresentano le nostre diverse parti che dialogano in noi, che lottano uno contro l’altro, che si nascondono).
Romano, Carlo Verdone, scrittore deluso, è la parte perdente e vittimistica che rinuncia a restare a Roma per ritornare al paese di nascita.
Orietta, Isabella Ferrari, rappresenta la sua parte seduttiva.
Dadina, la direttrice, è la parte che lo sprona, che lo incalza ad andare avanti, a scrivere un altro libro.La colf, “la farabutta”, è il suo senso di colpa: “Ha fatto tardi di nuovo?!”.
Ramona, Sabrina Ferilli, rappresenta, la morte, la bellezza e comunque la sua parte riflessiva e profonda. Potremo dire una sorta di Sé esterno.
Elisa De Santis, è l’adolescenza, la spensieratezza, la parte perduta, andata. È il “poteva essere ma non è stato”.
Suor Maria, è la parte meditativa, saggia e mistica. Probabilmente Jep ha un’età tale per cui si sente incuriosito dalla fede. Quanto meno cerca delle spiegazioni oltre la vita terrena. Cerca delle risposte.
Altri personaggi fanno da contorno ma con loro Jep interagisce in maniera marginale limitandosi a guardare da lontano la loro patetica umanità.
Di seguito tre punti di vista sul film, con le relative chiavi di lettura.

Tre punti di vista, tre chiavi di lettura:

1.L’Arte dell’amorevolezza.
2.Quale perfezione?
3. Dalla ferita alla cura di Sé

1. L’ARTE DELL’AMOREVOLEZZA
L’amorevolezza nei confronti delle nostre fragilità, dei nostri errori e dei nostri limiti come strada per incontrare ed amare l’altro.

“Sbagliando s’ impara è una menzogna evidente.…Sbagliando s’ insegna.
Siamo una interminabile, reiterata sequenza di sbagli e imprecisioni, di errori e imperfezioni. Questo vuole dire il mio film. E vuole aggiungere, sommessamente, anche un’altra cosa: se facciamo scendere il nostro sguardo onesto e limpido su tutti questi errori, possiamo anche finalmente scoprire che è proprio nello sbaglio che alloggia il meraviglioso. E questo è il compito che, secondo me, dovrebbe sempre darsi l’arte: scovare il meraviglioso nell’ errore e nel disagio.
Non denunciare, non giudicare, non constatare, non stigmatizzare, non far indignare, ma solo stanare il “meraviglioso”in questo inesauribile, lunghissimo disagio di essere vivi e contemporanei".
(Paolo Sorrentino)
Questa frase detta da Sorrentino durante il discorso in Campidoglio in occasione della cerimonia in cui gli è stata conferita la cittadinanza onoraria è di una tenerezza avvolgente, leggera come una piuma, calda e fresca insieme.
Ci emoziona leggere queste parole perché è lo sforzo titanico che abbiamo capito di dover compiere nella vita, nella relazione con noi stessi prima di tutto e poi con gli altri.
Lo sguardo amorevole verso le nostre fragilità, imperfezioni, brutture (e trovarle belle!), ci rende premurosi e aperti nei confronti di tutte le persone che incontriamo e che, proprio perché diverse (e alle prese con le proprie brutture), inevitabilmente (inavvertitamente?!) ci fanno sanguinare.
Troviamo meraviglioso questo passaggio nell’esistenza di un uomo: prender(si) se stessi in braccio, cullarsi e vedersi belli anche con tutte le nostre “storture”.
Viviamo nell’epoca della disapprovazione reciproca perché profondamente non riusciamo ad amare noi stessi. La conquista dell’uomo non è tanto riuscire ad amare un altro essere umano, quanto quello di riuscire ad essere amorevoli e teneri con se stessi e di conseguenza pronti per amare l’altro. Questo è il primo passo verso la bellezza: amarsi, amare ed essere amati.

2. QUALE PERFEZIONE?
Uscire dal binomio “piacere sadomasochistico e perfezione” per realizzare il progetto del Sé e creare Bellezza

“…Se si riuscisse ad ammettere che l’errore è il tratto che ci accomuna tutti, si arriverebbe a una conclusione semplice. E cioè che il fulcro della cura, della diagnosi e della speranza, non è puntare il dito contro l’errore dell’altro, ma riconoscere che anche noi al posto dell’altro, probabilmente saremmo caduti nel medesimo errore”.
(Paolo Sorrentino)
Sorrentino racconta la ricerca della perfezione che è fuga dall’amore verso se stessi prima, dell’altro poi. La perfezione porta all’immobilità e alla paralisi dell’agire dell’anima, della vita. Come il botulino (utilizzato per togliere le imperfezioni del tempo e i segni del passaggio della vita), immobilizza i muscoli del viso rendendoli statici, inanimati, privi di espressività, profondità e quindi bellezza. In quella stanza dove si susseguono punture e “consigli” si gioca il senso di colpa (che solo il tradimento verso se stessi può generare (le domande accusatorie del medico alla donna che probabilmente si è rivolta per il trattamento ad un altro medico precedentemente).
Tutti siamo alla ricerca della perfezione, della Grande Bellezza, metaforicamente rappresentata dalla bellezza di Roma. Jep Gambardella non riesce a scrivere un altro libro perché è impossibile superare il capolavoro scritto trent'anni prima. È continuamente alla ricerca della capacità di... Non capiamo che la vita stessa è una Grande Bellezza con tutte le sue fasi e le sue sfaccettature. La nostra vita è anche il nostro romanzo, la nostra storia che, comunque vada, è essa stessa un'opera d'arte in quanto dono. Alla fine del film Jep dice: "Che il romanzo abbia inizio"... Per Antonio Mercurio e la Sophia Art, l’uomo lavora per fare della sua vita un’opera d’arte, attraverso la saggezza compie un percorso per diventare artista della sua vita. Jep alla fine del film capisce che può usare la sua vita per scrivere un nuovo romanzo. Egli riesce ad usare l’arte come metodo creativo per raggiungere il suo obiettivo: scrivere il romanzo della sua vita.


3. DALLA FERITA ALLA CURA DI SÉ
La nostra esistenza è segnata da arresti, a causa di ferite dolorose che non riusciamo a curare, e da ripartenze, momenti trasformativi che ci aiutano a proseguire il cammino. Sta a noi accogliere e comprendere questi blocchi, così come riconoscere e favorire le occasioni di trasformazione, lungo il nostro cammino di crescita verso la libertà e l’amore.

“Questa, che potrebbe sembrare una missione oziosa e irrilevante dell’arte è, invece, a mio parere un’attività balsamica”.
(Paolo Sorrentino)
"La menzogna esistenziale è quella con la quale l'uomo mente a se stesso e non sa di mentire. E' quella con la quale l'uomo nega la verità e nega il principio di realtà e si costruisce una maschera, o un bozzolo, per difendersi dal dolore che dà l'una e che dà l'altro e a questa maschera dà il nome di verità assoluta. ...E' quella con la quale l'uomo nega l'esistenza del suo lato oscuro, delle sue debolezze e dei suoi vizi o della sua Ombra, come direbbe Jung, e si installa con orgoglio e con pretesa in un falso Sè (Winnicot) e in un ideale di perfezione a prova di bomba. La menzogna esistenziale serve per difendersi dalla verità e dall'angoscia di morte ma serve anche per imporre agli altri la propria volontà di dominio. Serve, in particolar modo, per affermare il proprio rifiuto di nascere e il rifiuto di passare dallo stadio dell'Io fetale allo stadio del'Io adulto. Essere immersi nella menzogna esistenziale è la stessa cosa che essere non nati.”
(Antonio Mercurio)
“La grande bellezza” è il racconto di una ferita e di un irrigidimento, della lucida elaborazione di un progetto vendicativo e dell’accettazione di una vita immersa nella menzogna esistenziale. Il racconto prende poi la strada della consapevolezza e della ricerca di senso; con la paura di affrontare la realtà, e infine con il coraggio di riprendersi in mano, con tenerezza e amore di sé.
Seguire l’ordine delle scene del film, in omaggio alla scelta drammaturgica del regista ha tutto sommato una sua linearità e chiarezza narrativa.

La ferita

A soli 25 anni Jep Gambardella ha scritto “L’apparato umano”, un libro che è diventato un vero caso editoriale. Poi basta. Perché? La direttrice della rivista con cui collabora oggi Jep, 40 anni dopo, ci dà subito un indizio, dicendo che Jep quando ha scritto il romanzo era molto innamorato. Dopo quell’exploit nessun altro libro, solo l’ingresso nel vortice della mondanità, con il progetto non solo di diventarne il re, ma anche di conquistare il potere di far fallire le feste esclusive sulle terrazze di Roma. Perché questo desiderio distruttivo dopo un successo professionale e con una vita sociale ricca, piena di relazioni ed incontri?
All’uscita dell’adolescenza di Jep c’è un grande amore. Che finisce con un abbandono, un senso di fallimento e un profondo dolore. Jep è rimasto fermo all’abbandono di Elisa, la ragazza con cui passava le estati al mare, su un’isola. Questo è il momento della grande ferita, questa è la linea di demarcazione tra un prima, ricco di promesse, e un dopo, cristallizzato in una durezza, in un cinismo, in un certo sguardo “feroce” sul mondo … “Cercavo la grande bellezza e non l’ho trovata” dice. E si arena, non scrive più. Cosa è dunque per lui la grande bellezza? E perché si è fermato? Dove cercava questa grande bellezza? E come la cercava? Una grande ferita, quindi, ma anche un ideale di perfezione e di assoluto che lo hanno portato al blocco della creatività.
Ma, fortunatamente, come dice lui stesso all’inizio del film, la vita gli ha dato “il dono della sensibilità”, e questo dono lo fa restare curioso, lo fa camminare di notte per le vie di Roma, in cerca dell’incontro imprevisto. Jep non è solo cinico. Consapevole o non consapevole - non è importante – Jep è anche disponibile alla relazione con l’altro. Da cui arriverà, certo non senza dolore, l’aiuto a sciogliere i nodi e le calcificazioni, a trasformare quello che sembrava diventato immutabile.
Elisa è la parola chiave della sua vita, la ferita non rimarginata nonostante le tante donne con cui sia stato dopo. Fermo a quel ricordo, al dolore dell’abbandono, Jep non ha più amato. Ogni volta che torna a casa, all’alba, sdraiato sul letto e sognando ad occhi aperti, Jep guarda il soffitto della sua camera e vede il mare: il mare degli incontri di gioventù con Elisa, il mare della grande bellezza.

La trasformazione

La morte di Elisa, mai più vista da allora, è l’altro momento centrale della vita di Jep, il momento in cui si cambia di nuovo pagina. E’ un duro colpo, ma al tempo stesso la morte della persona idealizzata lo porta ad aprire gli occhi verso il senso profondo della vita, e forse a cercare la grande bellezza dentro di essa e non sopra di essa. Comincia a interrogare più insistentemente le persone, a cercare rapporti sempre più profondi e sinceri. Interroga Dadina, la direttrice della rivista con cui collabora e che, per il fatto di essere nana, ha dovuto da sempre fare i conti con la sua evidente diversità diventando una persona dura, schietta e diretta. Interroga Romano, il regista perdente e sensibile che non sa adeguarsi al mondo dei pescecani. Interroga Ramona, altra perdente, sfiorita e malata, bella ma “non portata per le belle cose”, dotata di profondità e grande empatia. Ed è con lei che inizia un bellissimo dialogo sincero, dal racconto della “prima volta” alle riflessioni sull’oggi. “La gente ti ha deluso”, gli dice. “Io sono stato deludente”, le risponde.Lentamente Jep sposta il suo baricentro dalla forma alla sostanza. Al funerale del figlio suicida di un’amica, un evento inaspettato lo fa uscire suo malgrado dai rigidi binari del bon ton e scoppia in lacrime. E’ l’inizio del crollo. E della rinascita.
Ma servono altre due morti, quella simbolica di Romano, il regista teatrale che torna deluso al paese, e quella reale di Ramona, che non vince la battaglia con la malattia, a portare Jep definitivamente su una dimensione “altra”, ad avvicinarsi anche a una certa personale spiritualità, spaventato dalla fugacità della vita e dai suoi 65 anni di solitudine.
“Mi sta morendo tutto quello che mi sta intorno”. Dadina avverte la sua grande inquietudine e gli dice: “Sei cambiato, stai sempre a pensare”, e lo chiama Geppino, da vera amica, come nessuno da quando era bambino lo aveva più chiamato. E forse per questo, perché l’amicizia serve anche a questo, Jep cede all’affetto e confida la paura che la fine sia dietro l’angolo, senza che lui sia riuscito a dare un senso alla vita.
La strada che ci conduce alla rinascita, alla vita, è paradossalmente la morte. Non intesa come morte reale delle persone che riteniamo responsabili del nostro dolore, dei nostri fallimenti e della nostra immobilità, quanto la morte simbolica, ovvero separazione da tutte quelle parti di noi che non ci servono più, e che dobbiamo lasciar andare per fare spazio al nuovo, alla luce, alla vita che è movimento, creazione, progetto, nascita.
Spesso accanto al dolore sistemiamo in bella mostra l’odio e la vendetta: “guarda come mi ha ridotto averti incontrato” (significato nascosto persino a noi stessi e che ha lo scopo di suscitare il senso di colpa in chi riteniamo responsabile dei nostri fallimenti). Ma questa modalità finisce per distruggere solo noi stessi, i nostri sogni, le nostre aspirazioni più vere, i nostri progetti e finiamo per diventare, così, i nostri più acerrimi nemici, i nostri carnefici più crudeli. Questo accade a Jep fino a quando non affronta il dolore reale nelle morti di Elisa e Ramona.
Ed è nell’incontro finale - assurdo, onirico, simbolico e provocatorio - con la “santa”, che Jep imprime la svolta decisiva al corso della sua esistenza. “Cercavo la grande bellezza ma non l’ho trovata” risponde a lei che gli chiede perché non abbia più scritto… “Le radici sono importanti” dice a sua volta la santa, spiegando perché ogni giorno si nutre solo di 40 grammi di radici … Un dialogo apparentemente slegato che racchiude il senso del film: la grande bellezza non è da cercare fuori, ma dentro di noi e dentro le cose intorno a noi. Dentro le persone che incontriamo e dentro la terra, nelle piccole radici della nostra esistenza. Basta questo, senza voler cercare troppo. Jep torna sull’isola delle sue radici. Per ripartire da dove si era fermato. “Finisce tutto con la morte. Ma prima c’è la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla…”. A noi di trovarla. Che il romanzo abbia inizio!

Parole chiave
Bellezza, vita, morte, arte, perfezione, malinconia, solitudine, ferita, ricerca, decadenza, vuoto, pieno, grottesco, dono, romanzo, riflessione, uomo, realtà, onirico, sogno, immaginazione, amore, amorevolezza.

Dal film al personale

Sono previsti vari lavori di gruppo se si vuole utilizzare il film per un laboratorio.

Francesco Cantalupo

Bruno Castellacci

Simonetta Melchiorre

Art-Counselor

 

 

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