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Se l’incontro col teatro non mi avesse scavato dentro, mostrandomi parti sconosciute e inesplorate della mia persona, riservandomi piacevoli sorprese ed emozioni nuove e forti; se davvero non avessi sentito il cuore scoppiare di vita nel conoscere e vivere quest’ arte, allora avrei già concluso questo viaggio. Un viaggio inatteso e intrapreso in un momento delicato della mia vita. Un viaggio ricco di sorprese, tappa dopo tappa. Un viaggio fatto di piccole e grandi scoperte, di conoscenze e di conquiste.
Un viaggio capace di cambiarmi la vita.
Per me il teatro è stato, e lo è tutt’ora, un grande strumento espressivo e creativo capace di “aprirti gli occhi” consentendo di conoscerti e di conoscere. Negli ultimi due anni, ovvero da quando ho calpestato quelle tavole di legno, ho sperimentato su quel palco una verità autentica dentro di me, ho vissuto con presenza e trasporto situazioni e stati d’animo mai provati prima. Dietro quell’apparente finzione scenica, si cela la verità di chi ha deciso di salire sul palco, di mettersi a nudo e di donarsi . Il teatro come strumento capace di stravolgermi a livello esistenziale ed umano. A guidarmi è la voglia di scoprire e di scoprirmi, il bisogno di esserci e di sentire. Il teatro mi permette di vivere una continua esperienza trasformativa, conoscitiva e di crescita esistenziale. Il teatro vissuto anche come mezzo per agire blocchi e paure che, affrontati e vissuti sul palcoscenico, dietro una maschera, subiscono un’analisi differente. Sperimentare nella finzione scenica le proprie paure attraverso l’appropriazione temporanea di un altro sé (quello del personaggio) può essere di grande aiuto, consentendo in un secondo momento di ritornare alla realtà quotidiana con una consapevolezza che prima non si possedeva .
Un altro grande dono che il teatro mi ha riservato è a livello relazionale, grazie alla nascita di legami affettivi con i compagni di scena e con l’insegnante. Ognuno di essi mi ha sorretta, accompagnata e guidata fino al palco, arricchendomi. Condividere insieme una passione, lo studio, la fatica delle prove, l’adrenalina e la gioia di andare in scena. Insieme. Vivere congiuntamente l’atto creativo, farsi guidare dal principio della coralità per raggiungere la meta finale e apprendere con gli altri e dagli altri.
Fare teatro per stare bene con se stessi e con gli altri, sentirsi in armonia, riconoscersi e accettarsi. È la mia “terapia” per vivere meglio. Ed è proprio per aver sperimentato il carattere terapeutico che ho deciso di non fermarmi. Sorretta dalla mia personale esperienza mi sono posta una domanda: “l’arte come può realmente essere uno strumento di aiuto per l’individuo?”. Da qui è nato il bisogno di conciliare il mio percorso di studi con la mia esperienza sul palco e la conseguente scelta di svolgere il tirocinio post-lauream presso un ente che potesse darmi un’adeguata preparazione teorica e pratica in tale direzione. Il lavoro intrapreso in questi mesi presso l’ "Associazione Centro Internazionale CinemAvvenire” è stato ricco sul piano formativo, ma soprattutto umano. La possibilità di frequentare le lezioni e i laboratori previsti dalla Scuola di Art Counseling e la consultazione di materiali sull’arte terapia, mi hanno permesso di apprendere strumenti e competenze che hanno arricchito il mio bagaglio esperienziale e che spero di poter presto utilizzare sul campo. In un clima di accoglienza, di serenità e di sorrisi ho acquisito conoscenze di strumenti di intervento sociale atti a migliorare la qualità della vita, ho compreso maggiormente l’importanza del gruppo nel processo creativo raffinando altresì la mia capacità di lavorare in équipe, ho rafforzato la mia autostima e sono cresciuta a livello relazionale. La visione e la discussione corale di un film su un tema esistenziale mi hanno fatto scoprire la potenza della settima arte e del suo linguaggio. Cosi come accade sul palco quando si studia un personaggio, anche il contenuto di un film può essere strumento per conoscersi, riflettere su noi stessi, interrogarsi e crescere. Anche solo una piccola sequenza può “aprirti gli occhi” stimolando la riflessione e il confronto col gruppo intorno al tema prescelto nutre ogni singolo partecipante.  L’ascolto attivo è stato approfondito grazie al laboratorio di counseling individuale, mentre la partecipazione al gruppo antropologico mi ha fornito gli elementi base per la conduzione di gruppi e per la gestione delle dinamiche relazionali che insorgono. Il confronto e la condivisione con gli altri ha migliorato la capacità empatica già sviluppata con il teatro.
In questi primi mesi di tirocinio mi è stata quindi offerta la possibilità di verificare come l’uso creativo dei vari linguaggi artistici possa realmente aiutare l’individuo a conoscersi meglio, a cogliere la bellezza della vita, ad intraprendere un percorso di crescita e di cambiamento. Lasciarsi trasportare dal processo creativo, abbandonarsi ad esso, innamorarsi e sentirsi così vivi.
Questa breve esperienza pratica conferma il mio bisogno di continuare su questa strada, di unificare le mie competenze psicologiche e artistiche affinchè possa maturare sul piano esistenziale e professionale ed essere in grado, in un futuro spero non troppo lontano, di poter aiutare l’altro a vivere creativamente.  Voler guidare l’altro in un viaggio introspettivo e profondo di sè affinchè possa scoprire e scoprirsi, sviluppare fiducia verso se stessi, raggiungere una consapevolezza delle proprie risorse e dei propri bisogni, incrementare le competenze relazionali e sociali. Dare forma, attraverso l’uso attivo dei mezzi espressivi, ai suoi vissuti, al suo sentire e alle sue paure. Portare fuori quello che ha dentro e giungere così ad un equilibrio nuovo, ad uno stile di vita soddisfacente e creativo.
Vivere di arte, con l’arte e attraverso l’arte come nutrimento per sé e per gli altri.

Agnese Mobilia

  

Che cosa è la bellezza?
Secondo Umberto Eco “parliamo di Bellezza quando godiamo qualcosa per quello che è, indipendentemente dal fatto che lo possediamo. È bello qualcosa che, se fosse nostro, ne saremmo felici, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro.” (U. Eco, Storia della Bellezza, Bompiani)
Se parliamo della natura o del paesaggio, più o meno siamo tutti d’accordo su cosa è bello e cosa no.
Se parliamo del corpo, anche qui c’è un certo accordo generale, ma con qualche differenza importante.
Ci sono culture che considerano bello il corpo femminile quando è rotondo e abbondante; e culture che lo considerano bello quando è esile e magro. Coesistono nella storia almeno due ideali di bellezza femminile: uno è il modello della Venere greca che predomina ai nostri giorni; l’altro è quello della Venere paleolitica, grassa, con grosso seno e grosso sedere.

Ancora più complicato diventa il discorso se parliamo di bellezza spirituale o di bellezza artistica.
Noi diciamo che un individuo è bello dentro anche se può non essere bello fuori. Lo stesso Platone lo diceva di Socrate, che pare fosse bruttissimo, simile ad un Sileno.Ma, per un mussulmano estremista, ad esempio, un kamikaze che si prepara ad essere martire facendosi esplodere è bello dentro, mentre per noi non lo è affatto.
In casi come questi facciamo corrispondere la bellezza interiore all’etica e al sentimento dell’etica. Platone e Socrate dicevano che il Bello ed il Bene sono la stessa cosa. Ma poiché l’etica è diversa a seconda delle diverse culture, siamo al punto di partenza.
Sul concetto di bellezza è stato scritto tutto e il contrario di tutto.
Nel pensiero contemporaneo il concetto di bellezza è un concetto critico, perché si è preso coscienza della variabilità dell’idea di bellezza nella storia della cultura. Ciò nonostante gli esseri umani seguitano a ricercare la bellezza, anche se in forme nuove e spesso contraddittorie.
Secondo Antonio Mercurio “la bellezza è un campo potentissimo di energia magnetica che, quando ti passa accanto ti cattura …. Ti fa passare da un mondo conosciuto ad un mondo sconosciuto; da un mondo impossibile da abbandonare ad un mondo impossibile da conquistare … E’ un potere magico, il potere che ti da la bellezza estatica (da ex-stasi), diverso da quello che ti da la bellezza estetica …” (A. Mercurio, La vita come dono e la vita come opera d'arte spiegata in 41 film, S.U.R.).
Anche la seduzione ha qualcosa in comune con tutto questo. Sedurre, in senso positivo e non di ricerca di potere sull’altro, deriva da se-ducere, condurre a sé ma anche portare fuori di sé, fuori dal mondo conosciuto della quotidianità, dell’interesse e dell’abitudine per avventurarsi nel mondo dell’Altro, o meglio del Tu.
Non è possibile definire la bellezza con precisione senza ricadere in una delle formulazioni storiche che sono state superate dal tempo. Anche la concezione di Bellezza del Rinascimento, che è stata l’epoca del trionfo della Bellezza, basata sull’armonia e la proporzione tra le parti ed il tutto, è parziale e inadeguata alla realtà di oggi.
Il concetto di armonia delle proporzioni ricorre in molte concezioni della bellezza. Pitagora è stato il primo ad esprimere una visione estetico-matematica dell’universo: “tutte le cose esistono perché riflettono un ordine; e sono ordinate perché in esse si realizzano leggi matematiche, che sono insieme condizione di esistenza e di bellezza.” (U. Eco, Storia della Bellezza, cit.).
Pitagora e i pitagorici studiarono le relazioni armoniose dei numeri e delle proporzioni nell’arte, e in particolare nell’architettura e nella musica.
“I rapporti che regolano le dimensioni dei templi greci, gli intervalli tra le colonne o i rapporti tra le varie parti della facciata corrispondono agli stessi rapporti che regolano gli intervalli musicali..” (U. Eco)
Nella musica i pitagorici portarono avanti esperimenti sulle relazioni tra i suoni di vasi riempiti in varie proporzioni d’acqua, sulle corde di diverse proporzioni di lunghezza e sui flauti di diverse lunghezze e con fori a diverse distanze.
Tra gli scultori greci, Policleto ricercò un “canone”, una legge, una regola, per creare delle belle statue, scrivendo un trattato (oggi perduto). E’ un sistema che mette in relazione simmetrica e proporzionale le varie grandezze del corpo (carpo, metacarpo, dita, avambraccio, braccio, ecc.). Il suo Doriforo è considerato l’esempio concreto che Policleto volle lasciare del suo Canone.
La concezione delle relazioni armoniose ebbe lunga durata:
“Tutte le cose sono belle e perciò dilettevoli; e non vi sono Bellezza e diletto senza proporzione, e la proporzione si trova in primo luogo nei numeri” (Bonaventura da Bagnoregio, XIII secolo).
“La bellezza risulterà dalla bella forma e dalla corrispondenza del tutto alle parti, delle parti tra loro e di quelle al tutto” (Andrea Palladio, I quattro libri dell’architettura, Rinascimento)
Anche secondo il senso comune di oggi una cosa è giudicata bella se è ben proporzionata.
Ma il Barocco, il Romanticismo ed altri movimenti artistici e culturali, fino all’arte contemporanea, hanno dimostrato come la Bellezza possa esistere anche nella bruttezza, nel male e nel disarmonico.
Dove sta la verità?
Io penso che, senza dubbio, l’armonia abbia tanta parte nell’emozione estetica. Ma anche la disarmonia e la dissonanza possono darci le emozioni della bellezza, purché siano il risultato della ricerca di nuove forme di armonia.
Detto così sembra soltanto un ossimoro o un gioco di parole: disarmonia armoniosa. Ma se pensiamo alla sintesi di opposti (tra bene e male, tra amore e odio, tra luce ed ombra, ecc) forse comprendiamo un po’ meglio. E’ la sintesi in se stessa una sorta di nuova armonia, che riscatta la bruttezza e il male, senza nasconderli, rimuoverli o negarli, ma guardandoli in faccia e trasformandoli.
Anche l’armonia dei contrari è un concetto antico.
Anche per i primi pitagorici l’armonia consiste nell’opposizione: del pari e dell’impari,di limite e illimitato, di unicità e molteplicità, destra e sinistra, maschile e femminile, quadrato e rettangolo, retta e curva, ecc.   
Ma sembra che per Pitagora e i suoi immediati discepoli, nella opposizione di due contrari, uno solo rappresenti la perfezione: l'impari, la retta e il quadrato sono buoni e belli, le realtà opposte rappresentano l'errore, il male e la disarmonia.
Diversa sarà la soluzione proposta da Eraclito: se esistono nell'universo degli opposti, delle realtà che paiono non conciliarsi, come l'unità e la molteplicità, l'amore e l'odio, la pace e la guerra, la calma e il movimento, l'armonia tra questi opposti non si realizzerà annullando uno di essi, ma proprio lasciando vivere entrambi in una tensione continua. L'armonia non è assenza bensì equilibrio di contrasti. (U. Eco)
La tragedia greca, secondo Nietzsche, deve la sua grandezza proprio alla capacità di fare la sintesi tra due opposti: l’apollineo e il dionisiaco (Cfr. F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi).
Cosa sono? Apollo rappresenta per i Greci la bellezza estetica armoniosa, il limite, la razionalità, il Kosmos, il logos, tutto ciò che è forma, linguaggio, immagine definita e chiara, schema, categoria, coscienza, regola, "misura“.
Dioniso al contrario rappresenta il dio del Caos e della sfrenata infrazione di ogni regola, tutto ciò che "ribolle" nell'inconscio, tutto ciò che è spinta vitale, flusso sovrabbondante di realtà, che si presenta come caos indistinto di stimoli reali e fantastici, interni ed esterni, di forze primordiali e abissali.
La tragedia greca, nata dai riti e dai cortei dionisiaci trasformati in forma teatrale, mette insieme i lati oscuri dell’uomo, propri del mondo di Dioniso, e la forma armoniosa di Apollo propria della poesia e della rappresentazione. Il coro della tragedia è la trasformazione del corteo dionisiaco e della sua musica orgiastica nella narrazione in forma poetica. Così come i personaggi e gli attori esprimono ed interpretano i drammi più oscuri dell’animo umano, rappresentandoli in forma poetica e contenuti dentro i limiti e le regole dell’arte.
Tutto questo crea nello spettatore terrore e tremore per gli aspetti terribili e mostruosi dell’animo umano; ma insieme crea anche meraviglia: per la loro forza terribile e perciò stesso sublime, come può esserlo una tempesta; e per come la bellezza e l’arte possono riscattare tutto ciò.
E crea la speranza della possibilità di trasformazione di quelle forze distruttive che lo spettatore riconosce essere anche dentro di lui, le quali sono aspetti dell’uomo e della natura che possono essere incanalati come forze ed energie vitali, così come l’acqua impetuosa può esserlo dentro gli argini di un fiume, diventando in questo modo amica dell’uomo e della civiltà.

La bellezza come polo di attrazione per l’evoluzione umana
Ma cosa spinge l’uomo a ricercare la sintesi degli opposti?
E’ un’altra delle caratteristiche e del potere del Sé. Sia la creatività come attitudine e capacità, che la bellezza come obiettivo da ricercare e come qualità da creare sono il frutto del dialogo tra l’Io ed il Sé.
Il Sé personale spinge l’essere umano a trasformarsi, a crescere e ad evolversi sviluppando e rendendo attuali tutte le sue potenzialità. E lo fa in collegamento con il Sé degli altri esseri umani (Sé comunitario, sociale e corale) e con il Sé (= progetto) della natura e dell’universo (Sé cosmico).
Questa spinta va in direzione di una sempre maggiore complessità, di una sempre più ampia relazione (= logos), di un ordine e di un’armonia superiori.
“Gli scienziati contemporanei che sostengono che è necessario dare un nome in positivo al motore dell’evoluzione, tendono a superare (non a negare, ma ad assumere per procedere oltre) il darwinismo” (V. Mancuso, L’anima e il suo destino).
Ha scritto Fritjof Capra: “Invece di considerare l’evoluzione naturale come il risultato di mutazioni casuali e di selezione naturale, stiamo cominciando a renderci conto del fatto che  il dispiegarsi creativo della vita nella forma della molteplicità e complessità sempre crescenti è una caratteristica intrinseca in tutti gli esseri viventi. Benché si riconosca ancora il ruolo importante delle mutazioni e della selezione naturale nell’evoluzione biologica, l’attenzione si focalizza sulla creatività, sul protendersi costante della vita verso la novità.” (F. Capra, La rete della vita)
Ed io aggiungo: verso la bellezza.

Massimo Calanca

La creatività
Come Counselor saremo spesso chiamati ad attingere al potenziale creativo:
per ideare un progetto di intervento,
per immaginare attività e laboratori,
per trovare soluzioni ai vari problemi pratici che emergono durante il percorso,
per concorrere alla creazione dell’opera che scaturirà dal progetto artistico che usiamo come mediatore dell’intervento.
La creatività, soprattutto,  ci sarà indispensabile per trovare di volta in volta il modo giusto di rapportarci sia alle persone con cui intessiamo la relazione d’aiuto che con i nostri colleghi e le altre figure professionali che partecipano al progetto: solo attingendo ad essa sarà possibile dare risposta alle “domande” affettive, esistenziali e relazionali che ci vengono poste ed affrontare le inevitabili dinamiche e conflitti che emergeranno lungo il cammino.
Infine, uno dei nostri compiti più importanti sarà quello di diventare stimolatori, mobilitatori, facilitatori della creatività altrui, individuale e corale.

L’uomo è l’animale capace, più di tutti gli altri, di “creare” il proprio mondo, il proprio spazio ambientale, trasformando, in questo processo, anche lo spazio ambientale altrui (delle altre specie, cioè).
Il potere <antropomorfico> (di rendere simile all’umano) della specie umana è tale che oggi contempliamo paesaggi <naturali> che mai sarebbero esistiti in assenza dell’uomo.
La specie umana è anche l’unica, per quanto ne sappiamo, che abbia creato strumenti atti a distruggere sé stessa ed il proprio mondo, sino alla possibilità di una catastrofe ecologica totale ed irreparabile.
La relazione tra creatività e distruzione è in effetti sottile ma nel contempo articolata. Innovare implica necessariamente sottrarre spazio alla tradizione, ed in ciò, inevitabilmente, distruggere parte di quanto sino ad allora era dato per certo.
Sul piano psicologico i molteplici legami tra creatività e distruttività sono probabilmente importanti nell’indirizzare l’esito degli sforzi creativi o, addirittura, nel condizionarne l’inibizione per timore delle conseguenze della propria audacia.
La creatività è, dopo tutto, una sfida all’ordine costituito, poiché conduce in ultima analisi alla competizione tra concezioni e modi di essere diversi.
I creativi, d’altra parte, sembrano talora volontariamente “indossare” il ruolo degli eccentrici (un esempio celebre fu il pittore Dalì) come strategia di difesa rispetto alla fama di sovversivi, ma anche a dimostrazione di una volontà di sfida nei confronti dello status quo (lo stesso Salvator Dalì o il compositore Cage).
Il rifiuto delle regole costituite rappresenta, in effetti, un elemento comune dei soggetti creativi, in mancanza del quale difficilmente sarebbero intrapresi progetti di innovazione.
La medesima attitudine può però favorire una più generale tendenza alla devianza, che alcuni ricercatori hanno riconosciuto come aspetto tra i più caratteristici della creatività. L’argomento è tuttora aspramente dibattuto, ma la maggiore propensione alla non convenzionalità ed originalità dei soggetti creativi potrebbe essere in parte spiegata proprio da tratti di psicopatologia più o meno eccentrici, sino allo sviluppo di disturbi mentali.
In effetti, già nell’Antica Grecia era notato un legame tra eccellenza creativa e tratti di personalità indicativi di malattia mentale. (Platone: il Dio parla attraverso la follia; ma la saggezza è necessaria a interpretarlo)
La medesima relazione tra creatività e malattia mentale potrebbe spiegare anche la tendenza all’antisocialità osservata in alcuni individui creativi. Esiste però un rapporto tra le modalità del pensiero creativo e quelle del pensiero primario che è caratteristico di molti deliri e situazioni regressive degli psicotici.
La creatività si può imparare?
Non è vero che la tecnica e l’apprendimento inquinino la purezza e la spontaneità della creatività.
Per realizzare qualcosa di nuovo c’è bisogno di un lungo cammino fatto di impegno, di ricerca e di fatica.
La spontaneità viene “dopo”. Prima bisogna imparare, e poi “dimenticare” e rompere gli schemi appresi.
La tecnica usata dalla pubblicità
Un pubblicitario famoso (Claude Hopkins) ha scritto del suo metodo:
"Prima studio a lungo la questione, accumulando notizie e informazioni, concentrandomi con il pensiero logico su tutto quello che concerne l’argomento. Poi, quando sono saturo, mi distacco dal compito e dall’argomento, penso ad altro, mi distraggo, gioco, quasi me ne dimentico… Poi ritorno sulla campagna da realizzare e lascio andare la fantasia. Allora escono fuori all’improvviso le idee."
Il brainstorming
lI brainstorming (letteralmente tempesta cerebrale, semanticamente tempesta di idee) è una tecnica di creatività di gruppo per far emergere idee volte alla risoluzione di un problema. Sinteticamente consiste, dato un problema, nel proporre ciascuno liberamente soluzioni di ogni tipo (anche strampalate o con poco senso apparente) senza che nessuna di esse venga minimamente censurata. La critica e l’eventuale selezione interverrà solo in un secondo tempo, quando la seduta di brainstorming è finita.
La dimensione culturale della creatività, quell’insieme complesso di fattori che rende possibile la comunicazione e la trasmissione delle conoscenze, comprese quelle più innovative, è un altro elemento importante della dimensione creativa.
Sia sul piano del riconoscimento dell’innovazione in quanto tale (non si danno “novità” se non per confronto con la tradizione), sia sul piano più propriamente ideologico. Innovare, il qualche modo, ed in un modo profondamente “politico”, implica trasformare la tradizione sino alla istituzione di una completamente nuova. Si pensi all’impatto delle teorie cosmologiche eliocentriche, contrapposte a quelle geocentriche, che mettevano, cioè, la Terra, anziché il Sole, al centro del nostro sistema celeste, e quindi, in tempi passati, dell’intero Universo. Questo processo di trasformazione implica anche un ri-orientamento delle coscienze, dei modi, cioè, di pensare, e quindi delle giustificazioni che sostengono i modi di agire, inclusi i rapporti sociali tra i singoli, i ceti, e le classi.
La creatività è importante per tanti motivi:
sia professionalmente, come counselor;
sia individualmente, come persone, quando dobbiamo risolvere un problema pratico, ma soprattutto un problema esistenziale, per il quale occorrono soluzioni nuove;
sia più in generale come esseri umani, perché è il nostro modo di partecipare alla “creazione” del mondo e dell’universo.
E’ ciò che ci rende “divini”, o simili a Dio.
Ha scritto Matthew Fox, (Creatività: dove il divino e l’umano si incontrano)
“Quando ci affidiamo alla creatività … diventiamo co-creatori.., creiamo con le altre forze della società, dell’universo e di Dio..”
“Quando creiamo, stiamo effettivamente co-creando con Dio e con le forze della creazione, ma in realtà stiamo co-creando Dio e le forze della creazione! E’ attraverso di noi che si manifestano …”

Tutto questo ci porta al tema del significato della Bellezza, ma questo sarà l'argomento di un prossimo articolo.

Massimo Calanca

 (vedi anche la lezione "Creatività e bellezza" su questo sito)

“Nell'animo di ognuno di noi convivono luci ed ombre, assieme ai valori individuali e sociali maggiormente condivisi e accettati esistono impulsi attraenti e oscuri, non c'è una verità chiara e unica, ma fatta di tante sfaccettature. E' di questo che bisogna tener conto in qualsiasi campo si lavori, anche in quello della legge e della giustizia, per accogliere la contraddittorietà e la ricchezza della vita umana e ricercare una unificazione armoniosa che dia un senso diverso al vivere e alla scelta libera del rispetto delle regole”.

“Avevo ventidue anni e, fino a pochi mesi prima, nella mia vita non era successo quasi nulla”: così uno dei capitoli di apertura introduce il libro di Gianrico Carofiglio (con una esposizione improntata alla tecnica del flash back), dal quale è tratto il film omonimo di Daniele Vicari, che instaura con il testo scritto un interessante dialogo.
Giorgio è uno studente di legge modello, fidanzato con la “brava ragazza” Giulia, di estrazione borghese e poco interessata alla lettura, mentre Giorgio le regala sistematicamente libri, da lei non graditi. Il padre del protagonista è un docente universitario di letteratura ed è dalla famiglia che Giorgio eredita probabilmente la passione per i libri, ma si tratta di una “cultura” che  nella percezione di Giorgio e forse anche per via di un ambiente perbenista e attento alle sole apparenze  è staccata dalle emozioni e dalla vita vera, con un’esistenza che scorre piatta e senza mordente o soddisfazione.
Ad una festa a casa di un’amica della fidanzata  figlia di un Notaio ed espressione della migliore società barese", ci dice il libro, Giorgio conosce Francesco, un affascinante professionista delle carte e un abile intrattenitore, che lo apostrofa con l’ammaliante invito “e tu non giochi?”. Proprio in quel momento tre loschi individui entrano sulla scena per malmenare Francesco e Giorgio, inspiegabilmente, ne prende le difese rompendo il naso ad uno dei tre ed evitando che Francesco sia pestato.
Di qui nasce il rapporto fra i due, che lentamente fa scendere Giorgio in un buco nero sempre più oscuro e profondo, dove paura e attrazione, mistero e trasgressione, si rendono via via più intensi. Francesco invita infatti Giorgio a fargli da compagno a poker e telesina, poi rivelandogli di essere un “baro” e che le loro vincite sono state tutte truccate.
Un momento clou è allora quello in cui Giorgio è fortemente combattuto, non sa se rompere o no il rapporto da poco iniziato con Francesco: diviso fra la rabbia di essere stato manipolato e affascinato dalla possibilità di assaporare il gusto della vittoria a spese altrui e di esplorare sempre più un mondo fatto di gioco d’azzardo, bische clandestine e donne “maledette”, con una delle quali (sebbene sposata) Giorgio avvierà una relazione, senza affetto e, comunque, senza futuro, con incontri confinati alle mattine di lei piene di solitudine.
Contestualmente e inesorabilmente, Giorgio si allontana dalla sua vita di prima, smettendo di studiare e mettendo sempre più distanze fra sé e i suoi genitori, con i quali non parla più. Ma proprio tale distanza è l’occasione affinché Giorgio, sentendo forse di essere più forte grazie all’abbandono di una strada già tracciata, aggredisce verbalmente e violentemente il padre, al quale non riconosce ormai autorità alcuna: per cui è importante la scena in cui il padre stesso zittirà Giorgio proprio quando il film si avvia ad un difficile epilogo, perché tale elemento lascia almeno un segno del rapporto con il principio paterno, anche se tale contatto non è ancora sufficiente a fare sì che Giorgio si “ritrovi”.
A prescindere dal rapporto con il padre, il percorso che Giorgio compie lo porta a sperimentare il “furto” fino in fondo e persino la violenza fisica, quando va a recuperare assieme ad un picchiatore messo a disposizione da Francesco quanto un giocatore, che aveva consegnato un assegno scoperto, doveva a lui e a Francesco stesso.

Ebbene, il percorso descritto è necessario prima che il protagonista possa fare una scelta diversa, con una differenza fra il film e il libro che vale la pena di essere sottolineata come scelta autoriale, consapevole e significativa del regista.
Accumulata una cospicua somma di denaro, Francesco propone a Giorgio un viaggio a Barcellona, per investire tutti i loro “proventi” nell’acquisto di una partita di droga da riportare a Bari e vendere all’ingrosso, con il miraggio (almeno raccontato dall’abile Francesco) di poter poi cambiare vita andando altrove.
Mentre nel libro, dove l’incedere della trama si avviluppa alle indagini della polizia su uno stupratore seriale, Giorgio e Francesco incontrano una studentessa fuori sede con cui compiono un viaggio a Valencia e che “finisce” (consapevolmente e consensualmente) fra le braccia di entrambi; nel film i due conoscono la bella Angela proprio a Barcellona e finiscono a casa di lei a “tirare di coca”: qui Giorgio vede Francesco che inizia a picchiare con violenza Angela  probabilmente perché è stata smascherata la sua parziale impotenza, di cui viene in qualche modo schernito  fino a farle sanguinare il naso dopo averle sbattuto la faccia per terra, e lo scalza via come per difenderla quando Francesco stesso, dopo aver annichilito la ragazza, inizia a violentarla; ma poi viene anch’egli preso da un simile istinto animale è possiede la ragazza ormai incapace di reagire, sebbene senza la violenza di Francesco.
Credo che tale scena sia esiziale perché si fondono insieme una spinta di protezione e tesa ad evitare oggettivamente conseguenze peggiori, ma anche la spinta alla violenza sulle donne che in questo fa toccare a Giorgio la parte più oscura di Francesco e di sé stesso.
Tornati a Bari, Francesco - che prende in prestito la macchina di Giorgio per consegnare la droga - non si fa più vedere, per cui Giorgio va alla sua ricerca. E lo trova proprio mentre sta per tentare lo stupro di Antonia, venendo fermato da Giorgio.
È interessante rilevare che Giorgio non di proclama innocente di fronte alla Polizia, venendo all’inizio malmenato  ci dice il libro, nella cui trama Francesco riesce invece a convincere Giorgio, che poi si ribella, a farlo insieme per la “vergogna per non esser stato capace, l’ennesima volta, di dire di no” e con una “colpa [che] sembrava enorme, visibile a tutti. Alla ragazza per prima”.
Incontrare Antonia a distanza di anni è un viaggio nel passato, in una terra straniera, forse anche in parte, rimossa. Ma è anche l’occasione per riappropriarsi del bene e del male di quel passato, nonché di quella scelta che ha consentito a Giorgio di decidere per il rispetto delle regole e la rinuncia ad una “voracità” senza speranza, dopo essere andato assai oltre nella loro violazione ed aver attraversato quella linea che non ha reso la sua trasgressione, per così dire, ideale, controllata e come tutti la vorremmo pensando ad un percorso di crescita da manuale.
Non è un caso che Giorgio faccia il Pubblico Ministero e Antonia, nel libro, la psichiatra in un centro per vittime di violenza, che possiamo sperare o immaginare abbiano ora occhi diversi e più consapevoli di tanti altri loro colleghi, ancora portatori di una visione del mondo basata su rigidi e illusori “steccati” fra lecito e illecito, fra valori e impulsi.
Nessun operatore del diritto, infatti, dovrebbe amministrare regole che non ha sperimentato e che si vanno ad applicare ad una materia esistenzialmente - questa sì – straniera, come se egli fosse totalmente altro ed esterno rispetto a quelle regole e rispetto ciò di cui si occupa tutti i giorni.

Bruno Tassone

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