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La creatività
Come Counselor saremo spesso chiamati ad attingere al potenziale creativo:
per ideare un progetto di intervento,
per immaginare attività e laboratori,
per trovare soluzioni ai vari problemi pratici che emergono durante il percorso,
per concorrere alla creazione dell’opera che scaturirà dal progetto artistico che usiamo come mediatore dell’intervento.
La creatività, soprattutto,  ci sarà indispensabile per trovare di volta in volta il modo giusto di rapportarci sia alle persone con cui intessiamo la relazione d’aiuto che con i nostri colleghi e le altre figure professionali che partecipano al progetto: solo attingendo ad essa sarà possibile dare risposta alle “domande” affettive, esistenziali e relazionali che ci vengono poste ed affrontare le inevitabili dinamiche e conflitti che emergeranno lungo il cammino.
Infine, uno dei nostri compiti più importanti sarà quello di diventare stimolatori, mobilitatori, facilitatori della creatività altrui, individuale e corale.

L’uomo è l’animale capace, più di tutti gli altri, di “creare” il proprio mondo, il proprio spazio ambientale, trasformando, in questo processo, anche lo spazio ambientale altrui (delle altre specie, cioè).
Il potere <antropomorfico> (di rendere simile all’umano) della specie umana è tale che oggi contempliamo paesaggi <naturali> che mai sarebbero esistiti in assenza dell’uomo.
La specie umana è anche l’unica, per quanto ne sappiamo, che abbia creato strumenti atti a distruggere sé stessa ed il proprio mondo, sino alla possibilità di una catastrofe ecologica totale ed irreparabile.
La relazione tra creatività e distruzione è in effetti sottile ma nel contempo articolata. Innovare implica necessariamente sottrarre spazio alla tradizione, ed in ciò, inevitabilmente, distruggere parte di quanto sino ad allora era dato per certo.
Sul piano psicologico i molteplici legami tra creatività e distruttività sono probabilmente importanti nell’indirizzare l’esito degli sforzi creativi o, addirittura, nel condizionarne l’inibizione per timore delle conseguenze della propria audacia.
La creatività è, dopo tutto, una sfida all’ordine costituito, poiché conduce in ultima analisi alla competizione tra concezioni e modi di essere diversi.
I creativi, d’altra parte, sembrano talora volontariamente “indossare” il ruolo degli eccentrici (un esempio celebre fu il pittore Dalì) come strategia di difesa rispetto alla fama di sovversivi, ma anche a dimostrazione di una volontà di sfida nei confronti dello status quo (lo stesso Salvator Dalì o il compositore Cage).
Il rifiuto delle regole costituite rappresenta, in effetti, un elemento comune dei soggetti creativi, in mancanza del quale difficilmente sarebbero intrapresi progetti di innovazione.
La medesima attitudine può però favorire una più generale tendenza alla devianza, che alcuni ricercatori hanno riconosciuto come aspetto tra i più caratteristici della creatività. L’argomento è tuttora aspramente dibattuto, ma la maggiore propensione alla non convenzionalità ed originalità dei soggetti creativi potrebbe essere in parte spiegata proprio da tratti di psicopatologia più o meno eccentrici, sino allo sviluppo di disturbi mentali.
In effetti, già nell’Antica Grecia era notato un legame tra eccellenza creativa e tratti di personalità indicativi di malattia mentale. (Platone: il Dio parla attraverso la follia; ma la saggezza è necessaria a interpretarlo)
La medesima relazione tra creatività e malattia mentale potrebbe spiegare anche la tendenza all’antisocialità osservata in alcuni individui creativi. Esiste però un rapporto tra le modalità del pensiero creativo e quelle del pensiero primario che è caratteristico di molti deliri e situazioni regressive degli psicotici.
La creatività si può imparare?
Non è vero che la tecnica e l’apprendimento inquinino la purezza e la spontaneità della creatività.
Per realizzare qualcosa di nuovo c’è bisogno di un lungo cammino fatto di impegno, di ricerca e di fatica.
La spontaneità viene “dopo”. Prima bisogna imparare, e poi “dimenticare” e rompere gli schemi appresi.
La tecnica usata dalla pubblicità
Un pubblicitario famoso (Claude Hopkins) ha scritto del suo metodo:
"Prima studio a lungo la questione, accumulando notizie e informazioni, concentrandomi con il pensiero logico su tutto quello che concerne l’argomento. Poi, quando sono saturo, mi distacco dal compito e dall’argomento, penso ad altro, mi distraggo, gioco, quasi me ne dimentico… Poi ritorno sulla campagna da realizzare e lascio andare la fantasia. Allora escono fuori all’improvviso le idee."
Il brainstorming
lI brainstorming (letteralmente tempesta cerebrale, semanticamente tempesta di idee) è una tecnica di creatività di gruppo per far emergere idee volte alla risoluzione di un problema. Sinteticamente consiste, dato un problema, nel proporre ciascuno liberamente soluzioni di ogni tipo (anche strampalate o con poco senso apparente) senza che nessuna di esse venga minimamente censurata. La critica e l’eventuale selezione interverrà solo in un secondo tempo, quando la seduta di brainstorming è finita.
La dimensione culturale della creatività, quell’insieme complesso di fattori che rende possibile la comunicazione e la trasmissione delle conoscenze, comprese quelle più innovative, è un altro elemento importante della dimensione creativa.
Sia sul piano del riconoscimento dell’innovazione in quanto tale (non si danno “novità” se non per confronto con la tradizione), sia sul piano più propriamente ideologico. Innovare, il qualche modo, ed in un modo profondamente “politico”, implica trasformare la tradizione sino alla istituzione di una completamente nuova. Si pensi all’impatto delle teorie cosmologiche eliocentriche, contrapposte a quelle geocentriche, che mettevano, cioè, la Terra, anziché il Sole, al centro del nostro sistema celeste, e quindi, in tempi passati, dell’intero Universo. Questo processo di trasformazione implica anche un ri-orientamento delle coscienze, dei modi, cioè, di pensare, e quindi delle giustificazioni che sostengono i modi di agire, inclusi i rapporti sociali tra i singoli, i ceti, e le classi.
La creatività è importante per tanti motivi:
sia professionalmente, come counselor;
sia individualmente, come persone, quando dobbiamo risolvere un problema pratico, ma soprattutto un problema esistenziale, per il quale occorrono soluzioni nuove;
sia più in generale come esseri umani, perché è il nostro modo di partecipare alla “creazione” del mondo e dell’universo.
E’ ciò che ci rende “divini”, o simili a Dio.
Ha scritto Matthew Fox, (Creatività: dove il divino e l’umano si incontrano)
“Quando ci affidiamo alla creatività … diventiamo co-creatori.., creiamo con le altre forze della società, dell’universo e di Dio..”
“Quando creiamo, stiamo effettivamente co-creando con Dio e con le forze della creazione, ma in realtà stiamo co-creando Dio e le forze della creazione! E’ attraverso di noi che si manifestano …”

Tutto questo ci porta al tema del significato della Bellezza, ma questo sarà l'argomento di un prossimo articolo.

Massimo Calanca

 (vedi anche la lezione "Creatività e bellezza" su questo sito)

“Nell'animo di ognuno di noi convivono luci ed ombre, assieme ai valori individuali e sociali maggiormente condivisi e accettati esistono impulsi attraenti e oscuri, non c'è una verità chiara e unica, ma fatta di tante sfaccettature. E' di questo che bisogna tener conto in qualsiasi campo si lavori, anche in quello della legge e della giustizia, per accogliere la contraddittorietà e la ricchezza della vita umana e ricercare una unificazione armoniosa che dia un senso diverso al vivere e alla scelta libera del rispetto delle regole”.

“Avevo ventidue anni e, fino a pochi mesi prima, nella mia vita non era successo quasi nulla”: così uno dei capitoli di apertura introduce il libro di Gianrico Carofiglio (con una esposizione improntata alla tecnica del flash back), dal quale è tratto il film omonimo di Daniele Vicari, che instaura con il testo scritto un interessante dialogo.
Giorgio è uno studente di legge modello, fidanzato con la “brava ragazza” Giulia, di estrazione borghese e poco interessata alla lettura, mentre Giorgio le regala sistematicamente libri, da lei non graditi. Il padre del protagonista è un docente universitario di letteratura ed è dalla famiglia che Giorgio eredita probabilmente la passione per i libri, ma si tratta di una “cultura” che  nella percezione di Giorgio e forse anche per via di un ambiente perbenista e attento alle sole apparenze  è staccata dalle emozioni e dalla vita vera, con un’esistenza che scorre piatta e senza mordente o soddisfazione.
Ad una festa a casa di un’amica della fidanzata  figlia di un Notaio ed espressione della migliore società barese", ci dice il libro, Giorgio conosce Francesco, un affascinante professionista delle carte e un abile intrattenitore, che lo apostrofa con l’ammaliante invito “e tu non giochi?”. Proprio in quel momento tre loschi individui entrano sulla scena per malmenare Francesco e Giorgio, inspiegabilmente, ne prende le difese rompendo il naso ad uno dei tre ed evitando che Francesco sia pestato.
Di qui nasce il rapporto fra i due, che lentamente fa scendere Giorgio in un buco nero sempre più oscuro e profondo, dove paura e attrazione, mistero e trasgressione, si rendono via via più intensi. Francesco invita infatti Giorgio a fargli da compagno a poker e telesina, poi rivelandogli di essere un “baro” e che le loro vincite sono state tutte truccate.
Un momento clou è allora quello in cui Giorgio è fortemente combattuto, non sa se rompere o no il rapporto da poco iniziato con Francesco: diviso fra la rabbia di essere stato manipolato e affascinato dalla possibilità di assaporare il gusto della vittoria a spese altrui e di esplorare sempre più un mondo fatto di gioco d’azzardo, bische clandestine e donne “maledette”, con una delle quali (sebbene sposata) Giorgio avvierà una relazione, senza affetto e, comunque, senza futuro, con incontri confinati alle mattine di lei piene di solitudine.
Contestualmente e inesorabilmente, Giorgio si allontana dalla sua vita di prima, smettendo di studiare e mettendo sempre più distanze fra sé e i suoi genitori, con i quali non parla più. Ma proprio tale distanza è l’occasione affinché Giorgio, sentendo forse di essere più forte grazie all’abbandono di una strada già tracciata, aggredisce verbalmente e violentemente il padre, al quale non riconosce ormai autorità alcuna: per cui è importante la scena in cui il padre stesso zittirà Giorgio proprio quando il film si avvia ad un difficile epilogo, perché tale elemento lascia almeno un segno del rapporto con il principio paterno, anche se tale contatto non è ancora sufficiente a fare sì che Giorgio si “ritrovi”.
A prescindere dal rapporto con il padre, il percorso che Giorgio compie lo porta a sperimentare il “furto” fino in fondo e persino la violenza fisica, quando va a recuperare assieme ad un picchiatore messo a disposizione da Francesco quanto un giocatore, che aveva consegnato un assegno scoperto, doveva a lui e a Francesco stesso.

Ebbene, il percorso descritto è necessario prima che il protagonista possa fare una scelta diversa, con una differenza fra il film e il libro che vale la pena di essere sottolineata come scelta autoriale, consapevole e significativa del regista.
Accumulata una cospicua somma di denaro, Francesco propone a Giorgio un viaggio a Barcellona, per investire tutti i loro “proventi” nell’acquisto di una partita di droga da riportare a Bari e vendere all’ingrosso, con il miraggio (almeno raccontato dall’abile Francesco) di poter poi cambiare vita andando altrove.
Mentre nel libro, dove l’incedere della trama si avviluppa alle indagini della polizia su uno stupratore seriale, Giorgio e Francesco incontrano una studentessa fuori sede con cui compiono un viaggio a Valencia e che “finisce” (consapevolmente e consensualmente) fra le braccia di entrambi; nel film i due conoscono la bella Angela proprio a Barcellona e finiscono a casa di lei a “tirare di coca”: qui Giorgio vede Francesco che inizia a picchiare con violenza Angela  probabilmente perché è stata smascherata la sua parziale impotenza, di cui viene in qualche modo schernito  fino a farle sanguinare il naso dopo averle sbattuto la faccia per terra, e lo scalza via come per difenderla quando Francesco stesso, dopo aver annichilito la ragazza, inizia a violentarla; ma poi viene anch’egli preso da un simile istinto animale è possiede la ragazza ormai incapace di reagire, sebbene senza la violenza di Francesco.
Credo che tale scena sia esiziale perché si fondono insieme una spinta di protezione e tesa ad evitare oggettivamente conseguenze peggiori, ma anche la spinta alla violenza sulle donne che in questo fa toccare a Giorgio la parte più oscura di Francesco e di sé stesso.
Tornati a Bari, Francesco - che prende in prestito la macchina di Giorgio per consegnare la droga - non si fa più vedere, per cui Giorgio va alla sua ricerca. E lo trova proprio mentre sta per tentare lo stupro di Antonia, venendo fermato da Giorgio.
È interessante rilevare che Giorgio non di proclama innocente di fronte alla Polizia, venendo all’inizio malmenato  ci dice il libro, nella cui trama Francesco riesce invece a convincere Giorgio, che poi si ribella, a farlo insieme per la “vergogna per non esser stato capace, l’ennesima volta, di dire di no” e con una “colpa [che] sembrava enorme, visibile a tutti. Alla ragazza per prima”.
Incontrare Antonia a distanza di anni è un viaggio nel passato, in una terra straniera, forse anche in parte, rimossa. Ma è anche l’occasione per riappropriarsi del bene e del male di quel passato, nonché di quella scelta che ha consentito a Giorgio di decidere per il rispetto delle regole e la rinuncia ad una “voracità” senza speranza, dopo essere andato assai oltre nella loro violazione ed aver attraversato quella linea che non ha reso la sua trasgressione, per così dire, ideale, controllata e come tutti la vorremmo pensando ad un percorso di crescita da manuale.
Non è un caso che Giorgio faccia il Pubblico Ministero e Antonia, nel libro, la psichiatra in un centro per vittime di violenza, che possiamo sperare o immaginare abbiano ora occhi diversi e più consapevoli di tanti altri loro colleghi, ancora portatori di una visione del mondo basata su rigidi e illusori “steccati” fra lecito e illecito, fra valori e impulsi.
Nessun operatore del diritto, infatti, dovrebbe amministrare regole che non ha sperimentato e che si vanno ad applicare ad una materia esistenzialmente - questa sì – straniera, come se egli fosse totalmente altro ed esterno rispetto a quelle regole e rispetto ciò di cui si occupa tutti i giorni.

Bruno Tassone

La crisi del lavoro può diventare crisi esistenziale e di identità, fino ad intaccare anche la coppia. Ma l'amore e la bellezza sono una possibile àncora a cui aggrapparsi e possono aprire lo sguardo verso nuove possibilità ed orizzonti”.


Il film di Silvio Soldini sa gettare uno sguardo originale, realista e scevro da cupo pessimismo sulla crisi che da qualche anno affligge la società italiana, coniugando la capacità di raccontare il dolore, il disagio e l’insicurezza esistenziali che ne conseguono con una visione portatrice di speranza. Ed è forse per questo che l’opera ha vinto premi e ricevuto moltissimi riconoscimenti.
La trama si incentra su Elsa e Michele, che abitano a Genova e formano una famiglia benestante. Michele lavora come imprenditore in una ditta affermata ed è proprietario di un appartamento di lusso, mentre Elsa si è appena laureata e sta lavorando, senza stipendio e solo per passione, per riportare alla luce un antico affresco dipinto sul soffitto di una casa nella parte più antica di Genova. La figlia Alice vive invece col suo ragazzo  non molto gradito a Michele, forse anche perché non è un intellettuale  ed è contitolare di una piccola attività di ristorazione.
Ma la stabilità e l’esistenza agiata di Elsa e Michele vengono presto sconvolte, come il regista ci racconta attraverso gli occhi, increduli, della moglie: il marito ha da tempo perso il lavoro, essendo stato fatto fuori dalla società proprio dal suo vecchio amico.
Si vede già in tale frangente che i due protagonisti sono persone con grandi qualità, ma forse ancora legate ad una dimensione, in parte, infantile o non completamente adulta dell’esistenza: Elsa si è fino a quel momento potuta consentire una grande leggerezza e in-coscienza  nel senso della non consapevolezza  rispetto allo stile di vita condotto ed alla provenienza delle sostanze della loro famiglia, mentre Michele pare avere il piacere di viziarla così come si vizia una bambina, senza mai stimolarla a crescere.
Proprio la disoccupazione è un’occasione di cambiamento. Inizia infatti una situazione pare all'inizio temporanea e risolvibile, ma che non cambia e anzi si aggrava sempre più: con la coppia che è costretta a rinunciare via via ai privilegi a cui era abituata, come la barca, le cene fuori e infine anche la casa, trasferendosi in un quartiere popolare.
Scopriamo peraltro che Michele è stato escluso dalla società per la sua rigidità nel rispetto dei diritti dei lavoratori e nell’evitare licenziamenti, che sono certamente valori da apprezzare  soprattutto oggi , ma che nel caso del protagonista assumono in parte le forme della cieca intransigenza e, forse, anche dell’onnipotenza del bambino, che ritiene di poter controllare il mondo: perché la realtà di oggi ci chiede continue trasformazioni rispetto a punti di riferimento prima indiscutibili, costringendoci a morire e rinascere continuamente rispetto a modi di vivere con sé e con gli altri che mai sarebbero stati oggetto di discussione.
Sotto questo profilo è importante  essendo un’altra occasione  che Michele riesca a fare alcuni cambiamenti (dopo l’umiliazione di esser stato visto dalla figlia a fare il Pony Express e aver rinunciato ad altre occupazioni temporanee) adattandosi alle nuove condizioni e arrivando a intravedere un barlume di speranza quando trova la solidarietà e la collaborazione di due suoi ex dipendenti (che lo aiutano a svolgere piccoli lavori di manutenzione domestica in casa dei vicini per guadagnare qualcosa), per poi andare incontro ad un’altra frustrazione: i due trovano un vero lavoro e non hanno giustamente remore ad abbandonare l’attività con lui, sicché Michele sprofonda nella depressione e nella apatia.
Ciò, tuttavia, lo obbliga ad un confronto ancora più profondo con se stesso, perlomeno con l’immagine sempre buona e positiva che fino a poco tempo prima era da mantenere a qualsiasi costo e tale da diventare una prigionia, se non una vera e propria “menzogna esistenziale” (cioè la proiezione esterna di una parte della persona che esiste, ma che diventa falsa se le risorse della persona stessa sono tutte volte a rappresentarsi solo in base ad essa).
Elsa, dal canto suo, sembra invece reagire bene e crescere in fretta lungo tutto il doloroso percorso che la coppia attraversa, così colmando rapidamente il fatto che per molto tempo non aveva voluto vedere cosa stava accadendo nella sua famiglia (e, forse, anche nella realtà circostante, in ciò essendo simile a Michele): trova infatti due lavori part-time come telefonista in un call center e come segretaria di una società, arrivando a rinunciare alla sua passione per il restauro, mentre Michele non reagisce più e rifiuta aggressivamente persino lo stesso aiuto di Elsa, forse non tollerando che i soldi in famiglia, ora, li porti la moglie.
La sua pretesa di controllo sul mondo orami infranta e il suo rifiuto della vicinanza della moglie  che è anche rifiuto del proprio valore  portano Michele ad allontanarsi dalla figlia e dalla moglie, con il rapporto di coppia che entra in crisi fino alla separazione di fatto, cui si aggancia anche un tradimento della stessa Elsa, che rappresenta però una possibilità di divergenza per la convergenza, cioè la rottura di una simbiosi in parte non più sana.
Del resto, alcuni segni del cambiamento interiore e della revisione delle posizioni originarie di Michele (che è un personaggio molto complesso) si colgono nel rapporto con il padre  alla fine tenerissimo , nell’aiuto chiesto e ricevuto dal fidanzato della figlia, nonché nello stesso aiuto che Michele le presta, riconoscendosi un valore piccolo ma effettivo, rispetto ai conti del ristorante.
Quando il lavoro sull’affresco viene completato dalle amiche di Elsa  riportando alla luce non solo il dipinto che era nascosto dietro le incrostazioni, ma trovando la prova che la identità dell’autore era proprio quella supposta nella sua tesi di Laurea , ella rimane sola nella stanza a godere fino in fondo della soddisfazione dell’opera.
Ma Elsa sente anche un vuoto, desiderando solo una persona accanto, cioè Michele, il quale l’ha seguita e arriva proprio in quel momento, lasciando intravedere un barlume di speranza sulla loro possibilità di risollevarsi, economicamente e soprattutto come coppia.
La bellezza ritrovata sotto le incrostazioni dell’affresco è allora la possibilità di una nuova esistenza, dopo aver affrontato tutta la bruttezza che sta nella realtà e dentro di noi, che può essere l’occasione per passare a nuove dimensioni dello stare in coppia e nel mondo.

Bruno Tassone

Si è svolta giovedì 12 giugno 2014, presso la Facoltà di Medicina e Psicologia de La Sapienza, la seconda edizione del Premio Cinema Sociale, assegnato da CinemAvvenire quest’anno alla giovane regista Elisa Amoruso per l’opera prima Fuoristrada.

L’iniziativa, realizzata in collaborazione con il 2° Municipio di Roma Capitale e la facoltà di Medicina e Psicologia, oltre alla premiazione e all’incontro con la regista e il produttore del film, Alfredo Covelli, prevedeva la proiezione del film. Erano presenti, oltre alla regista, al produttore e al pubblico di alcune decine di persone, studenti universitari e soci di CinemAvvenire, il Preside della Facoltà Cristiano Violani, l’assessore alla cultura del Municipio Agnese Micozzi e Picci Pontecorvo, la moglie di Gillo, il fondatore di CinemAvvenire. Ha introdotto il presidente dell’associazione Massimo Calanca.

L’incontro si è svolto in un clima piacevole che, nello stesso tempo, esprimeva l’attenzione e l’interesse dei partecipanti sia per il film in sé che per i temi che esso propone agli spettatori.

Nell’introdurre le motivazioni del premio, Massimo Calanca ha ricordato l’edizione dell’anno scorso, nella quale sono stati premiati Paolo e Vittorio Taviani per Cesare deve morire, evocata anche dalle immagini del video che introduceva la manifestazione, fatto di foto delle iniziative di CinemAvvenire a Venezia e in altri Festival, di immagini di alcuni film premiati dalle giurie dei giovani e della frase di Gillo “il cinema deve servire a capire di più la vita e a viverla meglio”.

E’ proprio sulla base di questa convinzione - e dell’esperienza portata avanti dall’associazione, anche attraverso la scuola di Art Counseling fondata alcuni anni fa, che ha confermato come il linguaggio cinematografico, come e più di altri linguaggi artistici, possa essere anche uno strumento di intervento e di trasformazione sociale e di crescita delle persone che arricchisce la consapevolezza, il senso e la qualità della vita individuale e collettiva – che l’anno scorso abbiamo istituito il Premio Cinema Sociale. E’ stata una evoluzione naturale dei premi della giuria dei giovani a Venezia e del premio Il cerchio non è rotondo, cinema per la pace e la ricchezza della diversità, a cui abbiamo dato vita anni fa durante il dilaniante conflitto dei Balcani.

Fin dall’inizio, la collaborazione con il II Municipio di Roma Capitale e l’Università La Sapienza, oltre che dal prestigio delle due istituzioni, è stata motivata dalla volontà comune di rappresentare fermenti, esigenze e domande culturali che percorrono un quartiere come San Lorenzo (in cui da 6 anni abbiamo trasferito la nostra sede operativa e aperto un Centro Culturale), tradizionalmente popolare, giovanile, universitario, la cui realtà territoriale è in sintonia con le tendenze che riguardano più in generale i quartieri metropolitani e l’intero mondo contemporaneo.

In un tempo di crisi e di cambiamento come questo, ci sembra particolarmente importante rivolgerci all’arte ed al cinema per una ricerca di senso”, ha detto Massimo Calanca.

Ed è proprio quello che abbiamo voluto fare con questo premio, anche per sottolineare un fatto per noi di grande importanza. Cioè il fatto che – come abbiamo scritto nel comunicato di lancio del premio - l’attenzione alla realtà e il forte radicamento sociale, territoriale e identitario sono tratti che caratterizzano sempre più il cinema italiano più significativo di questi anni: da Crialese a Vicari, da Costanzo a Marra, da Garrone a Sorrentino, da Quatriglio alla Rohrwacher. Un radicamento che non si esprime soltanto attraverso i temi trattati, ma anche attraverso il coinvolgimento diretto nel processo creativo di persone, fasce sociali, movimenti, territori che vivono in prima persona le contraddizioni, i problemi e i conflitti del nostro tempo e che, attraverso il cinema, da un lato acquistano una maggiore consapevolezza della propria condizione e, dall’altro, riescono a rappresentarsi al mondo superando la propria marginalità culturale ed arricchendo noi tutti di nuovi significati e sguardi sulla realtà.

Il presidente ha ricordato che nella prima edizione, l’anno scorso, abbiamo assegnato il Premio ai due grandi maestri del cinema Paolo e Vittorio Taviani, per l’intera loro opera cinematografica e, in particolare, per il film “Cesare deve morire”, Orso d’oro al festival di Berlino 2012, che incarna in modo esemplare l’intreccio tra arte e vita, tra teatro, cinema, emarginazione sociale e condizione umana, che questa nostra iniziativa vuole promuovere e valorizzare.

 

Per la seconda edizione di quest’anno, la scelta del film non è stata facile, perché per fortuna c’erano molti film adatti al premio e avevamo l’imbarazzo della scelta. Ma quando, mia moglie Giuliana Montesanto ed io siamo andati a vedere Fuoristrada di Elisa Amoruso, ci siamo convinti immediatamente che questa era la scelta giusta, per la storia che racconta, per l’argomento che tratta, per la sincerità con cui l’affronta, per la forza del protagonista e degli altri personaggi e per l’emozione che emana da tutto il film. Ci è sembrato che questo breve film riuscisse ad affrontare con delicatezza e chiarezza temi nuovi e difficili che riguardano i mutamenti del costume e nello stesso tempo ad esprimere la riscoperta di valori umani universali, anche se profondamente trasformati nel modo di manifestarsi.

Per la seconda edizione 2014, abbiamo perciò deciso di assegnare il Premio alla giovane regista Elisa Amoruso, per il film Fuoristrada, un’opera prima che ha riscosso un ottimo successo di pubblico basato sul “passaparola”.

Proprio per la rilevanza delle tematiche del film, quest’anno il premio si svolge in collaborazione con la Facoltà di Medicina e Psicologia de La Sapienza, con la quale CinemAvvenire e la Scuola di Art-Counseling hanno anche in programma una serie di film con dibattito dal titolo “Nel nome del figlio” sul tema del rapporto tra padri e figli, tra passato e presente per guardare al futuro. Un altro tema fondamentale del nostro tempo, sul quale possono aiutarci a riflettere film come: L’uomo senza passato, di Aki Kaurismäki, Habemus Papam, di Nanni Moretti. Risorse umane, di Laurent Cantet, Il figlio, di Jean-Pierre e Luc Dardenne e I cento passi, di Marco Tullio Giordana.”

 

 

 

Nel suo intervento il Preside Cristiano Violani ha sottolineato la positività della collaborazione con CinemAvvenire, avviata proprio con il progetto di rassegna “Nel nome del figlio” che si svolgerà dopo l’estate e concretizzatosi per ora nel premio Cinema Sociale, perché è da tempo convinto che lavorare con il cinema può dare un contributo significativo alla ricchezza della vita culturale della Facoltà e dei suoi studenti, e proprio per questo il Consiglio Direttivo ha investito nell’adeguamento tecnico della sala in cui oggi si svolge la manifestazione di consegna del premio.

L’assessore Agnese Micozzi, nell’esprimere l’apprezzamento per questa come per altre iniziative di CinemAvvenire attraverso il cinema come strumento di intervento sociale e formativo, ha ricordato l’impegno del 2° Municipio sul tema dei diritti delle coppie omosessuali con l’istituzione del registro delle unioni civili, nella speranza concreta che il sindaco di Roma Capitale Ignazio Marino dia presto seguito all’impegno preso di istituire il registro delle unioni a livello cittadino.

Picci Pontecorvo ha ricordato la storica manifestazione di CinemAvvenire a Venezia, con il campeggio e la colonia in cui venivano ospitati i giovani vincitori del concorso nelle scuole superiori sull’avvenire del cinema, un’avventura a cui hanno contribuito anche grandi registi del cinema mondiale, alcuni dei quali sono stati anche ospitati insieme ai giovani e hanno definito l’iniziativa “una esperienza indimenticabile da ripetere anche in altri grandi festival internazionali”.

La regista Elisa Amoruso ha raccontato come è nata l’idea del film, le fatiche ma anche l’entusiasmo crescente nel realizzarlo e il rapporto di grande confidenza, fiducia ed amicizia che si è creato tra lei e il protagonista Pino/Beatrice e poi con sua moglie Marianna e il figlio di lei. Affinché la lavorazione del film, con le riprese necessariamente concentrate in poche settimane, non stravolgesse la sincerità e la naturalezza del racconto di Beatrice e dei suoi, la regista ha sviluppato un rapporto lungo di incontri informali con i protagonisti, fino a diventare quasi una di famiglia. Una lunga frequentazione che è stata anche motivata dalle difficoltà di reperire i finanziamenti per il film, per cui si rinviava continuamente l’inizio delle riprese, come ha raccontato insieme ad Elisa il produttore Alfredo Covelli, “perché in italia si è oggi forse più disposti a fare un film sull’omosessualità o sul travestitismo, ma non ancora su forme nuove di famiglia che stravolgono gli schemi tradizionali, storie <fuoristrada>, appunto”. Per cui ad un certo punto Covelli ha deciso di produrre il film con soldi propri, fondando la casa di produzione “Miproducodasolo”.

Il premio è stato consegnato ad Elisa Amoruso da Picci Pontecorvo, mentre Calanca ha letto la motivazione:

“Per la edizione 2014 il Premio Cinema è assegnato all’ opera prima di Elisa Amoruso Fuoristrada, perché rappresenta un coraggioso esempio di intreccio tra cinema e vita, che affronta con sensibilità i mutamenti del costume mostrando le nuove forme che assumono valori umani universali e ci incoraggia a riflettere sulla ricerca dell’identità personale nel mondo contemporaneo.”

La proiezione del film che è seguita alla premiazione è stata seguita dal pubblico con interesse evidente, accompagnata da continui segnali di partecipazione emotiva e approvazione.

A conclusione della proiezione del film molti applausi ed una breve ripresa del dibattito, con nuovi complimenti all’autrice e gli auguri per il suo nuovo film in preparazione.

Un piccolo grande incontro che ci incoraggia a proseguire con il Premio Cinema Sociale e, più in generale, con l’attività di promozione del cinema e delle altre arti che CinemAvvenire porta avanti da più di 22 anni.

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