facebook gooplus twitter youtube pinterest

testata-interna

Pubblichiamo l'intervento del Direttore Scientifico della Scuola al convegno "Competere con se stessi: una sfida evoluzionistica per ogni sapiens", in occasione della presentazione del libro di Mario Papadia, Direttore dell'Accademia per la riprogrammazione, "Sopravvivere all'evoluzione. Adattamento e psiche umana".

Ho letto con molto piacere il libro di Mario Papadia Sopravvivere all’evoluzione. Adattamento e psiche umana, non solo perché ne ho apprezzato le tante notizie e riflessioni che contiene, ma anche e soprattutto perché mi è piaciuta la linea di fondo che sottende tutti gli scritti: cioè il tentativo di prospettare la possibilità di un ulteriore sviluppo evolutivo della specie Homo in direzione della crescita della spiritualità, di una “civiltà della conoscenza amalgamata dall’empatia”, addirittura della speranza di immortalità. E tutto ciò al di fuori di ogni finalismo idealistico, ma partendo dalle ferree leggi dell’evoluzione, della selezione naturale (e culturale) per la sopravvivenza, da Eros e da Kratos, e in ultima analisi da un materialismo immanentista, aperto però a sviluppi evolutivi che possono rendere possibile l’impossibile e ad una “progressiva, anche se parziale, emancipazione dalla biologia”.

Credo che sforzi intellettuali di questo tipo siano molto importanti oggi. Tanto più se compiuti senza intenti consolatori e di illusione, ma attraverso una ricerca che parte dalla realtà e da quanto oggi conosciamo grazie alla scienza.

Il mondo contemporaneo vive molte contraddizioni fondamentali, perché enormi possibilità distruttive convivono con potenzialità creative mai esistite prima.

Ricchezze sempre più ampie contrastano con l’accrescersi di vecchie e nuove povertà, che per milioni di uomini e donne arrivano fino all’indigenza e alla morte per fame.

La tecnologia ha raggiunto una velocità di sviluppo frenetica, che da un lato comporta soluzioni sempre nuove nel lavoro, nella comunicazione, nel tempo libero e nella vita quotidiana, ma dall’altro aumenta i rischi di distruzione dell’ambiente e della salute psico-fisica delle persone e la sensazione che il gioco possa sfuggirci di mano come ad un apprendista stregone.

L’uomo oggi è “più pericoloso per la natura (e per se stesso) di quanto la natura lo fosse un giorno per lui” (Hans Jonas, Il principio responsabilità), tanto da rischiare di distruggere la vita sulla terra e di aprire una “contraddizione antagonistica” con le generazioni future; ma nello stesso tempo è capace di ricreare ecosistemi distrutti dalle generazioni precedenti e di prolungare e migliorare la vita.

La terra è diventata un solo immenso villaggio, una rete sempre più interdipendente tra tutte le sue parti.

Le nuove tecnologie della comunicazione - come ha dimostrato Mc Luhan - sono dialetticamente portatrici di due possibilità opposte: da un lato un “rischio di morte psicologica dell’umanità, separata definitivamente dalle leggi della natura e della vita, attraverso un totale auto rispecchiamento narcisistico”; dall’altro l’opportunità di unificare le qualità degli emisferi destro e sinistro del cervello umano, cioè del pensiero lineare , logico, analitico/sintetico, “visivo”, tipico della cultura occidentale, con quello circolare, olistico, multidimensionale, “auditivo”, caratteristico della cultura orientale, con un arricchimento complessivo e straordinario della cultura umana.

Attraverso la libertà dell’individuo da tutti i legami e le appartenenze del passato, religiosi, politici, ecologici, comunitari, addirittura familiari, si è sviluppata enormemente la soggettività: ognuno vuole affermare se stesso, i propri diritti, i propri desideri, i propri bisogni, il proprio progetto di vita. Ciò ha reso esponenziale la crescita della libertà potenziale, ma nello stesso tempo ha determinato una grave tendenza all’isolamento individualistico e un nichilismo sempre più diffuso.

La distruzione di tutti i valori operata dalla razionalità occidentale, se da un lato ci ha liberato da schemi mentali e di comportamento limitanti e spesso soffocanti, aprendoci a nuove possibilità di libertà, dall’altro ci ha privato di ogni punto di riferimento e, soprattutto, del senso della realtà e della vita. Se la “morte di Dio” rende ogni cosa possibile per l’uomo (Cfr. F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov e Memorie del sottosuolo), nello stesso tempo sembra oscurare il motivo e la direzione del nostro agire e del nostro stesso stare al mondo. E ciò, al di là dell’illusione di riempire questo vuoto con il consumo, con “quell’edonismo di massa” di cui ha parlato Pasolini, non può che produrre disperazione.

Le stesse forme del disagio psichico ed esistenziale sono mutate: "l'evaporazione del padre" (Cfr. Massimo Recalcati, Cosa resta del padre e Il complesso di Telemaco) e dei valori di riferimento di un'autorità che ha fatto il suo tempo, dalla guerra tra le generazioni (Edipo) ci ha condotto ad un individualismo estremo e alla solitudine senza speranza (Narciso). Non più paralisi isteriche e complessi di castrazione, ma ansia generalizzata e crisi di panico, tossicodipendenze e disturbi alimentari, sindromi depressive, indifferenza, cinismo e pessimismo cosmico, narcisismo dilagante.

L’esito di queste contraddizioni non è scontato, ma dipende dalle nostre scelte.

Forse mai come oggi l’uomo ha avuto davanti a sé una così grande responsabilità, che lo riporta al centro del proprio destino.

Come abbiamo fatto tante volte nel corso dell’evoluzione, oggi dobbiamo imparare a trarre ancora di più dai disagi, dalle ferite e dagli stessi traumi la possibilità di coltivare l’arte di vivere.

Per questo oggi diventa sempre più significativo il nostro lavoro di counselor, di psicologi, di psicoterapeuti, e tutte le professioni e le attività finalizzate alla relazione d’aiuto.

“L’arte della vita” non può fare a meno della speranza e della fiducia nel futuro dell’uomo, e non solo dell’individuo. E non può fare a meno della dimensione sociale, cioè del rapporto con “l’Altro”. “Senza il rapporto con il Tu l’Io non esiste”, ha scritto Martin Buber.

“Solo attraverso il rapporto con l’altro posso conoscere la mia identità”, ci ricorda Umberto Curi nel suo libro Un filosofo al cinema, commentando il film del finlandese Aki Kaurismaki L’uomo senza passato

La ricerca di senso è indispensabile per uscire dal nichilismo disperante.

Ma davvero la ragione deve limitarsi a togliere senso? – si è interrogato Eugenio Scalfari. – Non potrebbe invece avere un’autonoma capacità di dare senso e valore, cioè contrastare il nichilismo con le forze dell’illuminismo invece che con quelle del mito?

Secondo me, da sola, la ragione non basta, anche se può dare un grande contributo a questa ricerca. Occorre addentrarsi anche nei territori oscuri dell’inconscio, degli archetipi, dei miti; confrontarsi con le parti oscure che ci abitano come esseri umani, nei ricordi personali della nostra infanzia ma anche in quelli ancestrali della specie che sono stampati dentro di noi. Contrastare la rimozione e l’oblio, per portare queste parti alla luce, non per eliminarle in quanto parti oscure, ma per unificarle con le nostre parti luminose e diventare così persone intere.

Dobbiamo avere il coraggio di pensare, di sperimentare e di esprimerci, non solo per trovare risposte individuali che migliorino il nostro stare a mondo, ma anche perché, nella nuova rete che unisce oggi il mondo, ogni novità culturale è destinata ad entrare in qualche modo nel circuito della comunicazione, e perciò ad avere conseguenze - positive o negative che siano - tendenzialmente nell’intero pianeta.

Chi può aiutarci ad orientarci in tutti questi processi di cambiamento? A ritrovare il senso smarrito in questa complessità crescente e piena di contraddizioni?

Il libro di Papadia risponde che è la scienza a poterci aiutare.

Io aggiungo che, insieme alla scienza, e in collaborazione con essa, è l’arte in questo momento storico che più di ogni altra cosa può aiutarci a trovare nuovo senso.

L 'arte è l'attività umana per eccellenza che crea nella storia - attraverso una continua sintesi degli opposti che caratterizzano l’esistenza dell’uomo da quando si è “separato” dalla natura e dall’altro da sé diventando un soggetto autocosciente - soluzioni nuove per la vita umana, per cui è importante cogliere nelle opere d'arte l'essenza della creatività artistica per trarne insegnamenti fondamentali per la vita stessa.

Creatività artistica che è sempre stata intrecciata con le intuizioni della scienza, ma che oggi può e deve esserlo ancora di più, come ci dicono anche le riflessioni della nuova epistemologia, che tende sia a privilegiare il metodo della confutabilità rispetto a quello della verificabilità (Popper, Logica della scoperta scientifica), sia ad accogliere anche una prassi scientifica libertaria, un certo “anarchismo metodologico” (Feyerabend, Contro il metodo), in modo da favorire, anche a costo di qualche momentanea caduta di rigore, la possibilità di affermazione di nuovi e inediti paradigmi (Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche).

E qui ritorno al mio, ed al nostro, lavoro di counselor, di psicoterapeuti e/o di psicologi.

Quando, 40 anni fa, andai per la prima volta "in analisi", pensavo che ero quasi perfetto, ma avevo qualche problema fastidioso nelle relazioni con gli altri e con le donne, per cui, se fossi andato da uno psicoanalista, sarei diventato perfetto davvero.

Non andò proprio come avevo immaginato. Più procedevo e più scoprivo cose che "non andavano".

Da allora ho fatto molta strada e la mia vita è cambiata profondamente. Non è diventata certamente perfetta, ma è più ricca di emozioni e sentimenti, di dolori e di gioie, di amore e, soprattutto, di senso. Per raggiungere questi risultati e conquistare una serenità e un equilibrio soddisfacenti, ho innanzitutto vissuto e poi ho lavorato con diversi psicoanalisti e psicoterapeuti, ho studiato psicologia e psicoterapia e sono diventato io stesso psicoterapeuta e counselor. Perché?

Perché mi sono reso conto che lavorare con gli altri mi aiuta a continuare a lavorare su me stesso. Aiutare gli altri mi permette di aiutare me stesso a continuare a crescere. Perché la crescita come persone non finisce mai, anche se si possono raggiungere tante tappe nel cammino di realizzazione di sé.

Crescere in quale direzione? E che significa diventare persone? E cos'è la realizzazione di sé?

Io penso che ci sia una direzione evolutiva dell'universo, della vita e dell'uomo. Non un finalismo, ma una direzione. Una direzione verso l'aumento della complessità. Per quante distruzioni ed aumenti dell'entropia (cioè del disordine) incontriamo nella realtà e nella vita e conosciamo nell'universo grazie alla scienza, non c'è dubbio che nelle stelle, nelle galassie e sulla terra la legge dell'entropia in parte si capovolge, entrano in azione forze e leggi che invertono la direzione della sua freccia: mentre il disordine aumenta in altre zone e territori, alcune parti della realtà viaggiano verso l'aumento dell'ordine e della complessità. Noi esseri umani siamo parte di questo processo. Il nostro corpo ed il nostro cervello sono quanto di più complesso e ordinato esista nel cosmo, e ancora di più lo sono i prodotti della cultura e dell'arte. Questo non elimina certo la distruttività, anzi la rende per certi versi ancor più pericolosa, sia sul piano materiale (tecnologia) che su quello spirituale (onnipotenza), aumentando perciò nello stesso tempo la nostra responsabilità. Così come i nostri guadagni nell'ordine e nella complessità possono creare aumenti di disordine altrove, vicino o lontano da noi nel tempo e nello spazio, e sta a noi la responsabilità di fare in modo che questo non provochi disastri irreversibili per noi stessi, per i nostri simili, per le generazioni future e per la vita in tutte le sue manifestazioni.

Ma conoscere i pericoli distruttivi non può farci rinunciare a crescere sulla via della complessità, sul piano psicologico, culturale e spirituale, cioè nella consapevolezza, nella creatività, nella libertà e nella capacità di amare. A questo ci sentiamo "chiamati", sia a livello individuale che collettivo, da una forza interna che non è condizionamento culturale ma esigenza profonda e naturale. È la voce del sé personale (o, qualcuno preferisce dire, della coscienza), che è innanzitutto individuale, ma partecipa anche di una dimensione sociale e "cosmica". Nel senso che noi non possiamo che partire da noi stessi, perché senza l'Io non esistiamo; ma non esistiamo neanche senza il Tu, perché nasciamo e cresciamo in relazione agli altri. E il nostro cammino esistenziale è dentro al cammino dell'universo. Siamo composti di "polvere di stelle" (nel vero senso della parola, perché gli atomi che ci compongono sono stati forgiati nelle fucine nucleari stellari), e "impastati" con le leggi del cosmo, della natura e della vita. Leggi che non possiamo ignorare né tantomeno negare, ma che possiamo trascendere evolvendoci. È qui che nasce la nostra libertà, come evoluzione all'interno del processo necessitante che ha portato dal big bang a noi. Come creazione di un livello di "energia" superiore alla materia/energia da cui siamo nati: il livello della spiritualità, dell'anima, che è materiale e immateriale allo stesso tempo.

Diventare persone

La forza che ci spinge a superarci, a crescere dal "già raggiunto" al "non ancora", a rendere possibile quello che prima era impossibile - che in questo continuo cammino di crescita dà senso alla nostra vita - è contenuta nel nostro sé e noi la esprimiamo come forza dell'amore e della libertà. Per me essa è analoga a quella misteriosa "superforza" che gli scienziati stanno cercando per unificare completamente le quattro forze fondamentali della fisica. Anzi, ne è un'evoluzione a livello umano, sempre in direzione dell'ordine e della complessità.

Coltivare e sviluppare queste energie, queste qualità umane conquistate con l'evoluzione, cioè la libertà e l'amore, in se stessi e nella relazione con gli altri, significa diventare persone. Perché la persona è, nella definizione dell'antropologia esistenziale di A. Mercurio cui faccio riferimento, un essere umano capace di amarsi, di amare e di essere amato nella libertà.Amarsi non vuol dire egoismo. L'amore di sé si contrappone all'amore dell'altro solo in una logica lineare, della scissione, dell'aut aut; ma non nella logica dialettica e circolare che è propria della vita e dell'esistenza. La saggezza esistenziale elementare comprende benissimo che, se non so amare me stesso, non saprò amare nessun altro. E, di conseguenza, non sarò amato. Ma fermarmi all'amore di me stesso renderà il mio amore sterile e povero, per cui per amarmi davvero devo amare l'altro, e devo essere capace di essere amato.

L'amore di cui parlo non si fonda sul bisogno della simbiosi (non posso stare senza di te), ma sulla libertà, la decisione e il dono. Posso stare senza di te, posso odiare me stesso e gli altri, posso permettermi l'egoismo più sfrenato senza troppi sensi di colpa. Ma decido liberamente di amarmi, di amare gli altri e la vita, di donarmi e di donare amore. È questo il cammino per diventare persona. Ed è già una realizzazione di me e delle mie potenzialità.

Ma la realizzazione di sé significa anche altre cose. L'amore e la libertà non rimangono fini a se stessi, ma si indirizzano allo sviluppo della creatività e alla realizzazione di un progetto di vita.

La creatività è la capacità di "inventare" il nuovo, di scrivere il proprio verso nella vita, di arricchire la realtà del proprio originale apporto, assemblando in modo inedito e trasformando i "materiali" che la vita ci mette a disposizione: avvenimenti, esperienze, gioie, dolori, vittorie, sconfitte; dando ad essi nuovo senso e significato, facendo della nostra vita "un'opera d'arte", seguendo a livello esistenziale il talento artistico che ognuno di noi possiede.

Anche questo è realizzare il proprio progetto. Che per ciascuno di noi è originale ed unico, ed iscritto nel proprio sé. Significa che ciascuno di noi ha un proprio "compito" da realizzare, una "chiamata" da ascoltare e seguire, nell'infinita varietà dell'universo e della storia umana.

Un progetto però che non è scritto una volta per tutte e che non ci precede (per cui non c'è bisogno di pensare ad un Progettista esterno e onnisciente), ma che è al tempo stesso in parte scoperto ed in parte inventato da noi stessi. Analogamente ai concetti della matematica, che funzionano perché da un lato sono inventati dall'uomo e, nello stesso tempo, servono a scoprire le leggi della materia e della vita che sembrano scritte con lo stesso linguaggio (tanto che alcuni scienziati li ritengono una specie di idee platoniche eterne), così il nostro progetto e il nostro sé sono il frutto dialettico delle nostre decisioni libere e della nostra creatività da un lato, e dall'altro di quanto era già scritto nel programma evolutivo di cui siamo parte e nelle leggi della natura e della vita in cui è iscritta la nostra esistenza individuale.

La vita e la morte

Verso dove va tutto questo? Non è necessario saperlo con certezza, né tantomeno è possibile dimostrarlo. Possiamo solo sentirlo profondamente e altrettanto profondamente immaginarlo. Ognuno nella forma che più gli è congeniale. Nell'era contemporanea, in cui sono entrati in crisi i grandi racconti sul mondo, religiosi, ideologici, filosofici ed anche scientifici, ha scritto Joseph Campbell che è nel cuore di ogni uomo e di ogni donna il centro dello sguardo divino. Cioè, è dalla nostra creatività e dal nostro sentire, pensare ed agire che emerge la divinità, "quel dio che in parte siamo noi e che in parte dobbiamo ancora diventare" (A. Mercurio), indipendentemente e al di là di ogni eventuale credo religioso personale.

Questo pone in modo nuovo "il problema dei problemi" dell'essere umano, quello della morte. La contraddizione tragica tra la spinta continua ad evolverci, a crescere e a migliorarci e la consapevolezza crescente dell'inevitabilità della morte dell'Io, che caratterizza la condizione umana, può essere affrontata e trasformata anche al di fuori di convinzioni religiose trascendenti. Nessuno ci impedisce di pensare (come altrettanto nessuno ci impone, è una questione di gusti e di "convenienza" esistenziale) che quel particolare livello di energia dotata di una specifica identità che avremo raggiunto con la nostra crescita, realizzando l'opera d'arte della nostra vita (piccola o grande che sia non ha importanza), possa continuare ad esistere anche dopo la morte del nostro corpo. La scienza non lo afferma né lo nega, ma ci da i presupposti per pensarlo. Come un software che si trasferisce in altro hardware, o se preferite come un insieme di informazioni che si aggira per l'universo (o, se vogliamo, da un universo all'altro degli infiniti universi previsti dalla cosmologia quantistica e dalla teoria delle stringhe) "cavalcando" onde di energia, un po' come fanno da tempo i messaggi radiotelevisivi, l'anima che ci siamo costruiti possiamo immaginarla immortale, sia dentro che fuori lo spazio-tempo di questo universo.

Questa immaginazione "mitica" non ci sottrae al dolore della morte. Così come niente può sottrarci del tutto al dolore della vita.

Ma può aiutarci ad affrontare il secondo come un passaggio necessario per trasformarci e crescere esistenzialmente, un processo di "morte-rinascita" spirituale nel nostro percorso evolutivo verso l'aumento della complessità e della consapevolezza.

E può in qualche modo aiutarci a considerare anche il primo come il passaggio estremo di "morte e rinascita", spaventoso ma inevitabile, e necessario forse per raggiungere un nuovo livello e una nuova dimensione di esistenza.

È questa una prospettiva evolutiva alla quale a me piace credere e che mi aiuta a vivere e a lavorare; una prospettiva che ho sentito incoraggiata dalle intelligenti e profonde considerazioni del bellissimo libro di Mario Papadia che ho l’onore di contribuire oggi a presentare a tutti voi.

Massimo Calanca

Sono aperte le iscrizioni al corso triennale per il conseguimento del diploma di art-counselor professionista riconosciuto dalla FAIP Counseling. Sono anche aperte le iscrizioni ai corsi brevi e agli stage, che danno crediti formativi cumulabili per la Scuola di Art-Counseling di CinemAvvenire.
 
L'associazione CinemAvvenire, fondata da Gillo Pontecorvo, ha attivato da 11 anni una scuola per la formazione di Art-Counselor, operatori sociali e culturali, esperti di linguaggi artistici, con competenze psicologiche, antropologiche e pedagogiche, che utilizzano l’arte e il cinema in particolare per l’intervento nel disagio sociale, la relazione d'aiuto, la crescita della persona, la realizzazione delle sue potenzialità creative e il miglioramento della qualità della vita.
La musica, il teatro, la letteratura, la danza, le arti visive, e soprattutto il cinema, che è l'arte del nostro tempo, possono essere - attraverso sia la fruizione consapevole e guidata delle opere, sia l'uso attivo, creativo ed espressivo dei linguaggi - strumenti di crescita, di trasformazione individuale e di intervento sociale che migliorano la qualità della vita delle persone e dei gruppi.
Chi è interessato deve inviare una mail al direttore didattico, Massimo Calanca: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., allegando il proprio curriculum. Sarà contattato per un colloquio.

Il futuro è nelle nostre mani.

Siamo certi che siano solo i valori acquisiti quelli sui cui basarci per realizzare il nostro futuro? O si può pensare che, sempre nel rispetto della vita e dell’amore, siano percorribili anche altre strade, più personali, per la realizzazione di Sé?

Il padre d’Italia

Regia: Fabio Mollo

Con Isabella Ragonese, Luca Marinelli, Federica de Cola, Anna Ferruzzo, Miriam Karlkvist

Sceneggiatura: Fabio Mollo, Josella Porto

Fotografia: Daria D'Antonio

Montaggio: Filippo Montemurro

Musiche: Giorgio Giampà

Produzione: Bianca e Rai Cinema.

Distribuzione: Good Films

Italia, 2017

 

 “… con Il Padre d'Italia cerco di riflettere su uno dei temi centrali della nostra società e in particolare della mia generazione: il futuro. Un futuro che è rappresentato principalmente dal momento in cui si smette di essere figli e si comincia a diventare genitori”. Fabio Mollo

Il padre d’Italia è un film d’autore. Un film impegnato, attento alle tematiche personali e sociali. Un film militante, ma di certo non dogmatico. Con il pregio di usare un punto di vista intimo, il regista riesce ad affrontare in profondità e nelle sue diverse sfaccettature un argomento complesso come quello della genitorialità, che sta animando da tempo, purtroppo con scarsi risultati, il dibattito politico e culturale. E’ un racconto emozionante e coinvolgente di consapevolezza, di libertà e di trasformazione che - sembra dirci l'autore - non può avvenire se non sciogliendo i nodi della nostra storia personale. Un  film “on the road”, dal nord al sud dell’Italia, alla ricerca del futuro. 

Tante sono le riflessioni che scaturiscono dalla sua visione, stimolate anche dal fatto che il regista non impone le sue soluzioni, anzi, affida allo spettatore la libertà di trovare liberamente la propria risposta. Essere genitore fa parte della natura dell'essere umano: la semplice continuazione della specie, un patto d’amore, il bisogno di proiettarsi oltre di sé. E non esserlo? Cosa è naturale e cosa contro natura? Una donna che non vuole figli? Un omosessuale che vorrebbe essere padre? Esiste una natura diversa per gli eterosessuali e gli omosessuali? Cos'è l'istinto materno? Ed esiste un istinto paterno? 

Paolo e Mia

Due trentenni giunti al fatidico appuntamento con la decisione su quale futuro darsi. Hanno vissuti completamente diversi. Paolo conduce una vita solitaria, quasi a volersi nascondere dal mondo. Il suo passato è segnato da un dolore che non riesce a superare. E’ un uomo concreto e razionale, anche troppo. Accetta la sua omosessualità, ma non tutto ciò che questa comporta. Mia invece è una ragazza esuberante ed eccentrica. Un’eterna adolescente che non vuole appartenere a nessuno e a nessun luogo. È incapace di dire la verità, perfino a se stessa. Un’inaspettata gravidanza  le rivoluziona profondamente la vita. 

Per la prima volta ho visto un futuro

Ma uno ha bisogno dell’altro. Si incontrano casualmente in un locale, dove erano entrati per stordirsi. Si trovano perché simili nella solitudine e complementari nel carattere. Paolo cede alle ripetute richieste di Mia di accompagnarla alla ricerca dell'uomo che l’ha messa incinta. Da Torino fino all’estremo sud della Calabria, il viaggio diventa l’occasione per riflettere sul loro personale desiderio e capacità di essere genitori. Alla fine le loro vite prenderanno direzioni opposte, ma Paolo e Mia resteranno per sempre legati dal gesto estremo e coraggioso di lei.

E’ proprio l’eccezionalità di questa dimensione, lontani dalla quotidianità, a mettere in luce le rispettive figure. Ben presto risulta chiaro che l’Eroe è lui, Paolo. E’ lui infatti a cercare continuamente, a cadere e a rialzarsi, a tornare indietro e ad avanzare. E’ evidente invece che Mia, personalità faticosa e spesso fastidiosa per la sua esagerata eccentricità, per il suo modo di aggrapparsi all’altro, è continuamente in fuga. A lei Paolo confessa il suo passato in orfanatrofio; il ricordo sbiadito, di schiena, di una madre che se ne va; la recente fine di una grande storia d’amore, per la paura di andare fino in fondo... Paolo è disposto a mettersi in discussione e riesce a pensare a sé e alla vita in modo nuovo. “Per la prima volta ho visto un futuro”, dice confidandosi con Mia, mentre sfiora teneramente il suo ventre gravido. E li amiamo entrambi questi ragazzi, l'eroe e la bambina, perché siamo tutti, nella vita, un po' Paolo e un po' Mia.

Il miracolo è per definizione contro natura

Le ricerche del “padre d’Italia” – questo è il nome che Mia ha deciso di dare alla figlia che porta in grembo – falliscono. In Calabria i due giovani incontrano la famiglia di lei e qui, delusi e incerti su cosa fare, tentano una sorta di normalizzazione delle loro vite: diventare una coppia, crescere insieme la piccola che sta per nascere, vivere dentro il nucleo familiare di lei, approfittando delle opportunità che la sistemazione comporterebbe. Ma il progetto è debole, non è il loro, e dura poco. Rientrata in famiglia Mia è tornata la Mimma di una volta, con l’antica insofferenza alla vita dalla quale era sempre fuggita. L’incomprensione con la madre e la conferma del totale rifiuto che il padre ha ancora nei suoi confronti, la portano a scomparire nel nulla.

Paolo torna lentamente alla sua vita, aiutato con amore dall’ex compagno. Poco tempo dopo riceve una chiamata da un ospedale in Sicilia, dove Mia si è recata per partorire. La ragazza non ha riconosciuto la bambina. E’ un suo diritto, la legge glielo consente. Ma, insieme alla rinuncia a prendersi  le sue responsabilità di madre, con una bugia Mia compie anche un grande gesto coraggioso: il dono alla figlia di un padre, affermando  che è Paolo il padre d’Italia. Libero finalmente dai suoi fantasmi, Paolo può ora accettare le responsabilità e le paure proprie del genitore, e provare anche il piacere, il desiderio di riconoscere la piccola. Prende in mano il proprio futuro e ripara contemporaneamente anche la ferita del passato in orfanatrofio. Ma soprattutto rispetta, come ha fatto Mia con la decisione di fargli questo dono, la cosa più importante: la Vita. Questo vuole dirci il 

film. La vita è un miracolo e va accolta, sempre. Chiedersi cosa sia giusto e cosa no, ha poco senso.  Ancora meno cosa sia naturale e cosa invece contro natura. La vita come miracolo dunque.  E il miracolo, con queste parole si chiude il film, è per definizione contro natura.

Francesco Cantalupo 

E’ il terzo documentario che ho visto di Cesare Israel Moscati dopo “I figli della Shoah”, “Suona ancora” e ogni volta ho provato forti emozioni. Ma con questo “Alle radici del male”, secondo me, c’è un salto di qualità e di profondità riguardo alla tematica dei sopravvissuti. Se nei due precedenti, infatti, ci si accostava con rispetto ed empatia alle drammatiche testimonianze dei figli, dei nipoti o dei vari parenti delle vittime, questa volta abbiamo assistito allo sgomento, all’indignazione e al dolore dei figli o dei nipoti dei carnefici nazisti accanto alle testimonianze delle persone della Comunità ebraica e, in alcuni casi, all’incontro di alcuni di loro per cercare di comprenderne in qualche modo le ragioni e per iniziare un dialogo. Perciò da questo confronto è emersa non solo la tragica situazione dei figli o dei parenti delle vittime dei crimini dei nazifascisti, ma è risultato ancora più potente l’impatto e la ricaduta del senso di colpa su chi è venuto a conoscere, il più delle volte a distanza di anni, la colpa dei propri padri o parenti e non crede che sarà mai possibile un perdono o una riparazione a tanto male. Ed alcuni, comunque, nonostante tutto, ci provano con dignità e rispetto. Ciò ha raddoppiato l’intensità delle emozioni. Questo è il nucleo più profondo del documentario: un viaggio a ritroso per risanare le radici del male e per trasformare il peso dell’odio o dei sensi di colpa nell’assunzione della responsabilità e nella trasformazione del dolore in qualcosa di creativo e di nuovo. L’immagine, tenera e dolce della bambina appena nata, tra le braccia di Pietro Terracina, icona dei sopravvissuti all’Olocausto, rappresenta questa fiducia e questa speranza in un futuro migliore. Allora assume un senso anche più ampio l’idea di far vedere questo filmato ai tanti giovani studenti che hanno poi elaborato le tematiche del documentario attraverso le loro produzioni creative, scritti, disegni, video, ecc., e che hanno partecipato con sensibilità ed entusiasmo a questo progetto. Mi auguro che altre iniziative così significative, che toccano il cuore ed i sentimenti, possano coinvolgere i giovani ed educarli al rispetto dell’altro, al dialogo ed alla pace. Giuliana Montesanto

Richiedi informazioni sulla scuola