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Il futuro è nelle nostre mani.

Siamo certi che siano solo i valori acquisiti quelli sui cui basarci per realizzare il nostro futuro? O si può pensare che, sempre nel rispetto della vita e dell’amore, siano percorribili anche altre strade, più personali, per la realizzazione di Sé?

Il padre d’Italia

Regia: Fabio Mollo

Con Isabella Ragonese, Luca Marinelli, Federica de Cola, Anna Ferruzzo, Miriam Karlkvist

Sceneggiatura: Fabio Mollo, Josella Porto

Fotografia: Daria D'Antonio

Montaggio: Filippo Montemurro

Musiche: Giorgio Giampà

Produzione: Bianca e Rai Cinema.

Distribuzione: Good Films

Italia, 2017

 

 “… con Il Padre d'Italia cerco di riflettere su uno dei temi centrali della nostra società e in particolare della mia generazione: il futuro. Un futuro che è rappresentato principalmente dal momento in cui si smette di essere figli e si comincia a diventare genitori”. Fabio Mollo

Il padre d’Italia è un film d’autore. Un film impegnato, attento alle tematiche personali e sociali. Un film militante, ma di certo non dogmatico. Con il pregio di usare un punto di vista intimo, il regista riesce ad affrontare in profondità e nelle sue diverse sfaccettature un argomento complesso come quello della genitorialità, che sta animando da tempo, purtroppo con scarsi risultati, il dibattito politico e culturale. E’ un racconto emozionante e coinvolgente di consapevolezza, di libertà e di trasformazione che - sembra dirci l'autore - non può avvenire se non sciogliendo i nodi della nostra storia personale. Un  film “on the road”, dal nord al sud dell’Italia, alla ricerca del futuro. 

Tante sono le riflessioni che scaturiscono dalla sua visione, stimolate anche dal fatto che il regista non impone le sue soluzioni, anzi, affida allo spettatore la libertà di trovare liberamente la propria risposta. Essere genitore fa parte della natura dell'essere umano: la semplice continuazione della specie, un patto d’amore, il bisogno di proiettarsi oltre di sé. E non esserlo? Cosa è naturale e cosa contro natura? Una donna che non vuole figli? Un omosessuale che vorrebbe essere padre? Esiste una natura diversa per gli eterosessuali e gli omosessuali? Cos'è l'istinto materno? Ed esiste un istinto paterno? 

Paolo e Mia

Due trentenni giunti al fatidico appuntamento con la decisione su quale futuro darsi. Hanno vissuti completamente diversi. Paolo conduce una vita solitaria, quasi a volersi nascondere dal mondo. Il suo passato è segnato da un dolore che non riesce a superare. E’ un uomo concreto e razionale, anche troppo. Accetta la sua omosessualità, ma non tutto ciò che questa comporta. Mia invece è una ragazza esuberante ed eccentrica. Un’eterna adolescente che non vuole appartenere a nessuno e a nessun luogo. È incapace di dire la verità, perfino a se stessa. Un’inaspettata gravidanza  le rivoluziona profondamente la vita. 

Per la prima volta ho visto un futuro

Ma uno ha bisogno dell’altro. Si incontrano casualmente in un locale, dove erano entrati per stordirsi. Si trovano perché simili nella solitudine e complementari nel carattere. Paolo cede alle ripetute richieste di Mia di accompagnarla alla ricerca dell'uomo che l’ha messa incinta. Da Torino fino all’estremo sud della Calabria, il viaggio diventa l’occasione per riflettere sul loro personale desiderio e capacità di essere genitori. Alla fine le loro vite prenderanno direzioni opposte, ma Paolo e Mia resteranno per sempre legati dal gesto estremo e coraggioso di lei.

E’ proprio l’eccezionalità di questa dimensione, lontani dalla quotidianità, a mettere in luce le rispettive figure. Ben presto risulta chiaro che l’Eroe è lui, Paolo. E’ lui infatti a cercare continuamente, a cadere e a rialzarsi, a tornare indietro e ad avanzare. E’ evidente invece che Mia, personalità faticosa e spesso fastidiosa per la sua esagerata eccentricità, per il suo modo di aggrapparsi all’altro, è continuamente in fuga. A lei Paolo confessa il suo passato in orfanatrofio; il ricordo sbiadito, di schiena, di una madre che se ne va; la recente fine di una grande storia d’amore, per la paura di andare fino in fondo... Paolo è disposto a mettersi in discussione e riesce a pensare a sé e alla vita in modo nuovo. “Per la prima volta ho visto un futuro”, dice confidandosi con Mia, mentre sfiora teneramente il suo ventre gravido. E li amiamo entrambi questi ragazzi, l'eroe e la bambina, perché siamo tutti, nella vita, un po' Paolo e un po' Mia.

Il miracolo è per definizione contro natura

Le ricerche del “padre d’Italia” – questo è il nome che Mia ha deciso di dare alla figlia che porta in grembo – falliscono. In Calabria i due giovani incontrano la famiglia di lei e qui, delusi e incerti su cosa fare, tentano una sorta di normalizzazione delle loro vite: diventare una coppia, crescere insieme la piccola che sta per nascere, vivere dentro il nucleo familiare di lei, approfittando delle opportunità che la sistemazione comporterebbe. Ma il progetto è debole, non è il loro, e dura poco. Rientrata in famiglia Mia è tornata la Mimma di una volta, con l’antica insofferenza alla vita dalla quale era sempre fuggita. L’incomprensione con la madre e la conferma del totale rifiuto che il padre ha ancora nei suoi confronti, la portano a scomparire nel nulla.

Paolo torna lentamente alla sua vita, aiutato con amore dall’ex compagno. Poco tempo dopo riceve una chiamata da un ospedale in Sicilia, dove Mia si è recata per partorire. La ragazza non ha riconosciuto la bambina. E’ un suo diritto, la legge glielo consente. Ma, insieme alla rinuncia a prendersi  le sue responsabilità di madre, con una bugia Mia compie anche un grande gesto coraggioso: il dono alla figlia di un padre, affermando  che è Paolo il padre d’Italia. Libero finalmente dai suoi fantasmi, Paolo può ora accettare le responsabilità e le paure proprie del genitore, e provare anche il piacere, il desiderio di riconoscere la piccola. Prende in mano il proprio futuro e ripara contemporaneamente anche la ferita del passato in orfanatrofio. Ma soprattutto rispetta, come ha fatto Mia con la decisione di fargli questo dono, la cosa più importante: la Vita. Questo vuole dirci il 

film. La vita è un miracolo e va accolta, sempre. Chiedersi cosa sia giusto e cosa no, ha poco senso.  Ancora meno cosa sia naturale e cosa invece contro natura. La vita come miracolo dunque.  E il miracolo, con queste parole si chiude il film, è per definizione contro natura.

Francesco Cantalupo 

E’ il terzo documentario che ho visto di Cesare Israel Moscati dopo “I figli della Shoah”, “Suona ancora” e ogni volta ho provato forti emozioni. Ma con questo “Alle radici del male”, secondo me, c’è un salto di qualità e di profondità riguardo alla tematica dei sopravvissuti. Se nei due precedenti, infatti, ci si accostava con rispetto ed empatia alle drammatiche testimonianze dei figli, dei nipoti o dei vari parenti delle vittime, questa volta abbiamo assistito allo sgomento, all’indignazione e al dolore dei figli o dei nipoti dei carnefici nazisti accanto alle testimonianze delle persone della Comunità ebraica e, in alcuni casi, all’incontro di alcuni di loro per cercare di comprenderne in qualche modo le ragioni e per iniziare un dialogo. Perciò da questo confronto è emersa non solo la tragica situazione dei figli o dei parenti delle vittime dei crimini dei nazifascisti, ma è risultato ancora più potente l’impatto e la ricaduta del senso di colpa su chi è venuto a conoscere, il più delle volte a distanza di anni, la colpa dei propri padri o parenti e non crede che sarà mai possibile un perdono o una riparazione a tanto male. Ed alcuni, comunque, nonostante tutto, ci provano con dignità e rispetto. Ciò ha raddoppiato l’intensità delle emozioni. Questo è il nucleo più profondo del documentario: un viaggio a ritroso per risanare le radici del male e per trasformare il peso dell’odio o dei sensi di colpa nell’assunzione della responsabilità e nella trasformazione del dolore in qualcosa di creativo e di nuovo. L’immagine, tenera e dolce della bambina appena nata, tra le braccia di Pietro Terracina, icona dei sopravvissuti all’Olocausto, rappresenta questa fiducia e questa speranza in un futuro migliore. Allora assume un senso anche più ampio l’idea di far vedere questo filmato ai tanti giovani studenti che hanno poi elaborato le tematiche del documentario attraverso le loro produzioni creative, scritti, disegni, video, ecc., e che hanno partecipato con sensibilità ed entusiasmo a questo progetto. Mi auguro che altre iniziative così significative, che toccano il cuore ed i sentimenti, possano coinvolgere i giovani ed educarli al rispetto dell’altro, al dialogo ed alla pace. Giuliana Montesanto

Julieta (Silencio) è un film del 2016 diretto da Pedro Almodóvar, con Emma Suarèz, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta, Darío Grandinetti. La pellicola ha partecipato al Festival di Cannes 2016.

Chiave di lettura:  L'unico modo per liberarsi dai sensi di colpa, non è rifuggire il dolore, ma attraversarlo fino in fondo.  "Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato" - Haruki Murakami ".

Il film comincia con un trasloco, quello di Julieta, che si prepara a partire per il Portogallo con Lorenzo, il suo compagno. Tutto sembra andare bene, sin quando Julieta incontra casualmente Beatriz, una vecchia amica di sua figlia Antia, che le dice di aver incontrato quest'ultima poco tempo prima. Avere, dopo tanto tempo, notizie della figlia sparita tredici anni prima, fa ripiombare Julieta in quel dolore che aveva cercato di cancellare, eliminando ogni traccia della presenza della figlia dalla sua vita: un trasloco emotivo compiuto anni prima. Annulla la partenza, abbandona Lorenzo e decide di restare a Madrid, nella speranza di poter essere in qualche modo contattata dalla figlia.  Nell'attesa, come una moderna Penelope, intesse la sua tela, iniziando a scrivere su un quaderno tutto ciò che non è mai riuscita a raccontare a sua figlia Antia. Inizia così un viaggio interiore della protagonista, che risale nei ricordi fino all'avvenimento che ha determinato la vita di sua figlia.  Pian piano che emergono i ricordi, prende forma la storia della vita delle due donne, una madre ed una figlia, legate da un dolore che le accomuna, ma troppo a lungo taciuto.Il finale aperto vede una nuova possibilità di incontro: ora che la tempesta sembra finita, Lorenzo può accompagnare Julieta ad incontrare nuovamente sua figlia; dopo che la vita le ha unite nello stesso lacerante dolore, ognuna può comprendere il suo dolore attraverso l'altra.

Il film si apre con un dettaglio del vestito rosso fuoco di Julieta, ma dopo i primi minuti, ci si accorge che quel drappo rosso ricorda un sipario: la vita messa in scena da Julieta non è quella reale, la sua è una costruzione scenica, un ruolo che si è data per rifugiarsi dal dolore. Man mano che va avanti la narrazione, i colori tanto cari ad Almodovar (primo fra tutti il rosso) si sbiadiscono sempre più. Allo stesso modo si perdono temi cari al regista, quali la gioia di vivere, la spensieratezza e la libertà di spirito. Questa volta, il regista non si concede nessuna provocazione o ironia: Julieta è un film asciutto, che racconta il dolore, la morte ed i sensi di colpa che ognuno porta dentro di sé. Ma è anche un film sul perdono di sé, sulla speranza e sulla fiducia nella generosità della vita.

Basandosi sui racconti "In fuga" di Alice Munro, Almodóvar indaga il tragico rapporto tra una madre e una figlia, con il peso insopportabile dei sensi di colpa che entrambe si portano dietro e che unisce e separa Julieta e Antía, impedendo loro, in particolare a Julieta, di approfittare dei doni della vita (ad esempio Lorenzo). Julieta non ha colpe reali eppure non può fare a meno di sentirsi responsabile per il suicidio di uno sconosciuto che aveva rifiutato di ascoltare in treno. Il treno (metafora della vita che va avanti) su cui nasce la passione ed il grande amore per il compagno e il padre di sua figlia. Ma anche questo sentimento sarà sconfitto da un nuovo e questa volta apparentemente inconsolabile, senso di colpa. Ancora una volta Almodovar, affronta il tema dell'intreccio tra amore e morte, (già presente in molti suoi film, da Matador, a Tutto su mia madre, fino a Volver)  ribadendo che l'unica possibilità per scongiurare la morte è amare, se stessi innanzi tutto.

Carmen Rossi

 

 

 

Regia: Samuel Benchetrit
Con: Isabelle Huppert, Valeria Bruni Tedeschi, Tassadit Mandi, Michael Pitt,Gustave de Kervern, Jules Benchetrit
Sceneggiatura: Samuel Benchetrit
Fotografia: Pierre Aïm
Montaggio: Thomas Fernandez
Produzione: La Caméra Deluxe, Maje Productions, Single Man Productions - Francia, 2016

 

La vita è un viaggio che può arenarsi nella solitudine e nel dolore. E talvolta è necessario un evento traumatico per farci decidere di riprendere la strada della solidarietà, dell’amicizia e dell’amore. E scoprire che dai contrasti, addirittura dagli opposti, possono nascere storie meravigliose.

 

Solitudine, caduta, condivisione, solidarietà, riparazione … sono le parole che racchiudono il senso di questo film lieve e discreto, che riaffiora vivo nella sua profondità solo dopo qualche giorno dall’averlo visto, e di cui fa piacere condividerele impressioni con gli amici. “Asphalte”, malamente tradotto nella versione italiana in “Il condominio dei cuori infranti”, getta uno sguardo nuovo sulle periferie e i suoi abitanti. Dice infatti Samuel Benchetrit, regista del film: “Ho vissuto la mia giovinezza in un quartiere popolare e posso affermare di non avere mai conosciuto un senso di solidarietà così forte come in periferia. Quando si parla di periferie vengono in bocca sempre le stesse parole: punizione, religione, scontro... E non si parla mai di amore. Eppure mi sembra evidente che la mancanza di amore sia la causa dei numerosi mali che oggi affliggono quei quartieri".

 

Siamo in una periferia qualunque di un qualunque paese dell’Europa del nord. Il palazzo è di quelli sbrecciati, a parallelepipedo anni ’80. Ogni appartamento contiene una storia e, tra queste, molte sono storie di solitudine. L’attenzione del regista si sofferma in particolare su quattro: un uomo schivo, testardo nella sua misantropia al punto di rifiutarsi di versare la sua quota per il nuovo ascensore solo per il fatto di abitare al primo piano;  un adolescente con una madresempre fuori casa,di cui ci accorgiamo solo per i soldi che ogni mattina, prima di uscire, lascia al figlio; un’attrice matura, sicuramente famosa in gioventù, che si trasferisce in questo palazzo popolarea seguito di sfortune amorose e professionali; una signora di origini algerine che sogna il ritorno dal carcere del figlio per poterlo nuovamente coccolare con il suo squisito couscous.

 

E ci sono altre due solitudini, fuori dal condominio in questione, che andranno ad unirsi e a interagire con le altre: un’infermiera del vicino ospedale, che ha scelto il turno di notte perché più consono al suo carattere introverso, e un astronauta … sì, un astronauta americano che per errore atterrerà con la sua navicella proprio sul tetto delpalazzo.Una galleria eterogenea di ritratti che condividono il sentimento forte di un vuoto da colmare, o il desiderio di lasciarsi alle spalle ricordi dolorosi.

 

Samuel Benchetrit, che ha scritto anche la sceneggiatura del film,fa incontrare a due a due questi sei personaggi in cerca d’amore: l’uomo schivo, che per uno stupido infortunio è finito su una sedia a rotelle, stringe una timida intesa notturna con l’infermiera solitaria; l’astronauta dallo sguardo sognante, ancora scosso per la sua esperienza ai confini tra scienza e spiritualità, è accolto e nutrito - in attesa che la Nasa lo venga a riprendere - dalladolce e materna donna algerina; l’attrice, che non accetta la perdita della giovinezza e dell’amore, si imbatte nei modi diretti e provocatori, ma sempre sinceri, dell’adolescente Charly, abbandonato a se stesso da una madre assente… Ed è interessante che il regista abbia fatto giocare - come dicono bene i francesi - questo ruolo al figlio Jules, avuto dal matrimonio conl’attrice Marie Trintignant, morta nel 2003 dopo le percosse subìte dalsuo nuovo compagno, il cantante Bertrand Cantat.

 

Da questi incontri nascono tre storie in cui è spesso presente l’elemento della caduta, reale o metaforica: chi è caduto dal cielo, chi da una sedia a rotelle, chi dal proprio piedistallo d’artista. Saràproprio nell'incontro con l’altro che i protagonisti del film troveranno un aiuto e una ragione per rialzarsi: come l’astronauta McKenzie, che ritroverà dolcemente la via di casa a colpi di affetto e di buon nutrimento;o l’introverso condomino Sternkowtiz, che scoprirà la forza di ripartiregrazie all’interesse che su di lui nutre la timidainfermiera; o ancora l’attrice Jeanne, che comprenderà la bellezza della maturità attraverso lo sguardo del giovane Charly,che a sua volta riparerà il vuoto della madre grazie all’incontro con la donna.

 

Ognuna di queste cadute porterà a una trasformazione,ma per arrivare a mettere in atto questa decisione,il regista sembra dirci che a volte è necessario venire in qualche modo “messi al muro” da un fatto esterno, da salutare in tal senso come provvidenziale: così John McKenzie è costretto a restare nascosto nell’appartamento della signora Hamida perché la Nasa non può rivelare di aver perso il suo astronauta; l’attrice è costretta a contattare il giovane dirimpettaio perché si è chiusa fuori casa; lo scontroso Sternkowitz incontra l’infermiera perché costretto a nutrirsi di notte ai distributori automatici del vicino ospedale in quantonon puòfarsi vedere usare l’ascensore dai vicini di casa.

 

Non serve addentrarsi oltre, nei dettagli di una sceneggiatura molto ben scritta e da apprezzare direttamente in sala. Quel che è importante sottolineare è come questofilm sia in grado di mettere lo spettatore nelle condizioni di prevedere la possibilità di trasformazioni e di immaginare soluzioni; tra destino, caso, decisione personale e apertura al cambiamento, l’autore ci suggerisce un mondo che riserva sempre un ampio ventaglio di occasioni: sta a noi scoprirle e farle nostre.

Tre storie diverse tra loro, insomma, macon un comune denominatore: il contatto umano e l’amore sono l’unica risposta possibile a una solitudine che, in forme e maniere diverse, caratterizza l'esistenza di ciascuno dei personaggi; l'amorevinceil mal di vivere dello schivo Sternkowtize dell’infermiera; il contatto umano scioglie il groppo alla gola dell’attrice e i nodi del giovane (con un momento di profonda autenticità nella meravigliosa scena in cui Isabelle Huppert recita di fronte alla camera digitale azionata dal ragazzo); la sinceritàdella madre algerina e la semplicità dei suoi gesti rendono dolce il ritorno alla realtà dell’astronauta, il cui atterraggio di fortunaviene accolto dalla donna come un dono venuto “dal cielo” per colmare il suo vuoto affettivo.

 

Ed è proprio la partenza dell'astronautasu un elicottero della Nasa, che si alza rumorosamente in volo tra i palazzi del quartiere, a spingeretutti i protagonisti ad affacciarsi,stupiti, alle rispettive finestre. Come a indicare che, forse, esiste un mondo anche al di là delle pareti di quel gigante di cemento; un mondo di cui ci si può fidare, per coglierne i momenti di poesia e di bellezza.

 

 

 

 

Ma non è finita: l’ultima scena del film ci vuole dire ancora una cosa, svelandoci finalmente l’origine del suono misterioso che si è spesso sentito nel film,e al quale ognuno dei personaggi ha voluto assegnare il suo significato personale, dando corpo ai propri fantasmi. No, quel suono non è niente di spaventoso o di minaccioso, ma il semplice sbattere del portellone di un container di detriti. La realtà è una cosa semplice, basta saperla leggere per quello che è, e non interpretarla facendoci condizionare dalle nostre paure.

 

Francesco Cantalupo

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