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Sono aperte le iscrizioni al corso triennale per il conseguimento del diploma di art-counselor professionista riconosciuto dalla FAIP Counseling. Sono anche aperte le iscrizioni ai corsi brevi e agli stage, che danno crediti formativi cumulabili per la Scuola di Art-Counseling di CinemAvvenire.
 
L'associazione CinemAvvenire, fondata da Gillo Pontecorvo, ha attivato da 11 anni una scuola per la formazione di Art-Counselor, operatori sociali e culturali, esperti di linguaggi artistici, con competenze psicologiche, antropologiche e pedagogiche, che utilizzano l’arte e il cinema in particolare per l’intervento nel disagio sociale, la relazione d'aiuto, la crescita della persona, la realizzazione delle sue potenzialità creative e il miglioramento della qualità della vita.
La musica, il teatro, la letteratura, la danza, le arti visive, e soprattutto il cinema, che è l'arte del nostro tempo, possono essere - attraverso sia la fruizione consapevole e guidata delle opere, sia l'uso attivo, creativo ed espressivo dei linguaggi - strumenti di crescita, di trasformazione individuale e di intervento sociale che migliorano la qualità della vita delle persone e dei gruppi.
Chi è interessato deve inviare una mail al direttore didattico, Massimo Calanca: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., allegando il proprio curriculum. Sarà contattato per un colloquio.

Il futuro è nelle nostre mani.

Siamo certi che siano solo i valori acquisiti quelli sui cui basarci per realizzare il nostro futuro? O si può pensare che, sempre nel rispetto della vita e dell’amore, siano percorribili anche altre strade, più personali, per la realizzazione di Sé?

Il padre d’Italia

Regia: Fabio Mollo

Con Isabella Ragonese, Luca Marinelli, Federica de Cola, Anna Ferruzzo, Miriam Karlkvist

Sceneggiatura: Fabio Mollo, Josella Porto

Fotografia: Daria D'Antonio

Montaggio: Filippo Montemurro

Musiche: Giorgio Giampà

Produzione: Bianca e Rai Cinema.

Distribuzione: Good Films

Italia, 2017

 

 “… con Il Padre d'Italia cerco di riflettere su uno dei temi centrali della nostra società e in particolare della mia generazione: il futuro. Un futuro che è rappresentato principalmente dal momento in cui si smette di essere figli e si comincia a diventare genitori”. Fabio Mollo

Il padre d’Italia è un film d’autore. Un film impegnato, attento alle tematiche personali e sociali. Un film militante, ma di certo non dogmatico. Con il pregio di usare un punto di vista intimo, il regista riesce ad affrontare in profondità e nelle sue diverse sfaccettature un argomento complesso come quello della genitorialità, che sta animando da tempo, purtroppo con scarsi risultati, il dibattito politico e culturale. E’ un racconto emozionante e coinvolgente di consapevolezza, di libertà e di trasformazione che - sembra dirci l'autore - non può avvenire se non sciogliendo i nodi della nostra storia personale. Un  film “on the road”, dal nord al sud dell’Italia, alla ricerca del futuro. 

Tante sono le riflessioni che scaturiscono dalla sua visione, stimolate anche dal fatto che il regista non impone le sue soluzioni, anzi, affida allo spettatore la libertà di trovare liberamente la propria risposta. Essere genitore fa parte della natura dell'essere umano: la semplice continuazione della specie, un patto d’amore, il bisogno di proiettarsi oltre di sé. E non esserlo? Cosa è naturale e cosa contro natura? Una donna che non vuole figli? Un omosessuale che vorrebbe essere padre? Esiste una natura diversa per gli eterosessuali e gli omosessuali? Cos'è l'istinto materno? Ed esiste un istinto paterno? 

Paolo e Mia

Due trentenni giunti al fatidico appuntamento con la decisione su quale futuro darsi. Hanno vissuti completamente diversi. Paolo conduce una vita solitaria, quasi a volersi nascondere dal mondo. Il suo passato è segnato da un dolore che non riesce a superare. E’ un uomo concreto e razionale, anche troppo. Accetta la sua omosessualità, ma non tutto ciò che questa comporta. Mia invece è una ragazza esuberante ed eccentrica. Un’eterna adolescente che non vuole appartenere a nessuno e a nessun luogo. È incapace di dire la verità, perfino a se stessa. Un’inaspettata gravidanza  le rivoluziona profondamente la vita. 

Per la prima volta ho visto un futuro

Ma uno ha bisogno dell’altro. Si incontrano casualmente in un locale, dove erano entrati per stordirsi. Si trovano perché simili nella solitudine e complementari nel carattere. Paolo cede alle ripetute richieste di Mia di accompagnarla alla ricerca dell'uomo che l’ha messa incinta. Da Torino fino all’estremo sud della Calabria, il viaggio diventa l’occasione per riflettere sul loro personale desiderio e capacità di essere genitori. Alla fine le loro vite prenderanno direzioni opposte, ma Paolo e Mia resteranno per sempre legati dal gesto estremo e coraggioso di lei.

E’ proprio l’eccezionalità di questa dimensione, lontani dalla quotidianità, a mettere in luce le rispettive figure. Ben presto risulta chiaro che l’Eroe è lui, Paolo. E’ lui infatti a cercare continuamente, a cadere e a rialzarsi, a tornare indietro e ad avanzare. E’ evidente invece che Mia, personalità faticosa e spesso fastidiosa per la sua esagerata eccentricità, per il suo modo di aggrapparsi all’altro, è continuamente in fuga. A lei Paolo confessa il suo passato in orfanatrofio; il ricordo sbiadito, di schiena, di una madre che se ne va; la recente fine di una grande storia d’amore, per la paura di andare fino in fondo... Paolo è disposto a mettersi in discussione e riesce a pensare a sé e alla vita in modo nuovo. “Per la prima volta ho visto un futuro”, dice confidandosi con Mia, mentre sfiora teneramente il suo ventre gravido. E li amiamo entrambi questi ragazzi, l'eroe e la bambina, perché siamo tutti, nella vita, un po' Paolo e un po' Mia.

Il miracolo è per definizione contro natura

Le ricerche del “padre d’Italia” – questo è il nome che Mia ha deciso di dare alla figlia che porta in grembo – falliscono. In Calabria i due giovani incontrano la famiglia di lei e qui, delusi e incerti su cosa fare, tentano una sorta di normalizzazione delle loro vite: diventare una coppia, crescere insieme la piccola che sta per nascere, vivere dentro il nucleo familiare di lei, approfittando delle opportunità che la sistemazione comporterebbe. Ma il progetto è debole, non è il loro, e dura poco. Rientrata in famiglia Mia è tornata la Mimma di una volta, con l’antica insofferenza alla vita dalla quale era sempre fuggita. L’incomprensione con la madre e la conferma del totale rifiuto che il padre ha ancora nei suoi confronti, la portano a scomparire nel nulla.

Paolo torna lentamente alla sua vita, aiutato con amore dall’ex compagno. Poco tempo dopo riceve una chiamata da un ospedale in Sicilia, dove Mia si è recata per partorire. La ragazza non ha riconosciuto la bambina. E’ un suo diritto, la legge glielo consente. Ma, insieme alla rinuncia a prendersi  le sue responsabilità di madre, con una bugia Mia compie anche un grande gesto coraggioso: il dono alla figlia di un padre, affermando  che è Paolo il padre d’Italia. Libero finalmente dai suoi fantasmi, Paolo può ora accettare le responsabilità e le paure proprie del genitore, e provare anche il piacere, il desiderio di riconoscere la piccola. Prende in mano il proprio futuro e ripara contemporaneamente anche la ferita del passato in orfanatrofio. Ma soprattutto rispetta, come ha fatto Mia con la decisione di fargli questo dono, la cosa più importante: la Vita. Questo vuole dirci il 

film. La vita è un miracolo e va accolta, sempre. Chiedersi cosa sia giusto e cosa no, ha poco senso.  Ancora meno cosa sia naturale e cosa invece contro natura. La vita come miracolo dunque.  E il miracolo, con queste parole si chiude il film, è per definizione contro natura.

Francesco Cantalupo 

E’ il terzo documentario che ho visto di Cesare Israel Moscati dopo “I figli della Shoah”, “Suona ancora” e ogni volta ho provato forti emozioni. Ma con questo “Alle radici del male”, secondo me, c’è un salto di qualità e di profondità riguardo alla tematica dei sopravvissuti. Se nei due precedenti, infatti, ci si accostava con rispetto ed empatia alle drammatiche testimonianze dei figli, dei nipoti o dei vari parenti delle vittime, questa volta abbiamo assistito allo sgomento, all’indignazione e al dolore dei figli o dei nipoti dei carnefici nazisti accanto alle testimonianze delle persone della Comunità ebraica e, in alcuni casi, all’incontro di alcuni di loro per cercare di comprenderne in qualche modo le ragioni e per iniziare un dialogo. Perciò da questo confronto è emersa non solo la tragica situazione dei figli o dei parenti delle vittime dei crimini dei nazifascisti, ma è risultato ancora più potente l’impatto e la ricaduta del senso di colpa su chi è venuto a conoscere, il più delle volte a distanza di anni, la colpa dei propri padri o parenti e non crede che sarà mai possibile un perdono o una riparazione a tanto male. Ed alcuni, comunque, nonostante tutto, ci provano con dignità e rispetto. Ciò ha raddoppiato l’intensità delle emozioni. Questo è il nucleo più profondo del documentario: un viaggio a ritroso per risanare le radici del male e per trasformare il peso dell’odio o dei sensi di colpa nell’assunzione della responsabilità e nella trasformazione del dolore in qualcosa di creativo e di nuovo. L’immagine, tenera e dolce della bambina appena nata, tra le braccia di Pietro Terracina, icona dei sopravvissuti all’Olocausto, rappresenta questa fiducia e questa speranza in un futuro migliore. Allora assume un senso anche più ampio l’idea di far vedere questo filmato ai tanti giovani studenti che hanno poi elaborato le tematiche del documentario attraverso le loro produzioni creative, scritti, disegni, video, ecc., e che hanno partecipato con sensibilità ed entusiasmo a questo progetto. Mi auguro che altre iniziative così significative, che toccano il cuore ed i sentimenti, possano coinvolgere i giovani ed educarli al rispetto dell’altro, al dialogo ed alla pace. Giuliana Montesanto

Julieta (Silencio) è un film del 2016 diretto da Pedro Almodóvar, con Emma Suarèz, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta, Darío Grandinetti. La pellicola ha partecipato al Festival di Cannes 2016.

Chiave di lettura:  L'unico modo per liberarsi dai sensi di colpa, non è rifuggire il dolore, ma attraversarlo fino in fondo.  "Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato" - Haruki Murakami ".

Il film comincia con un trasloco, quello di Julieta, che si prepara a partire per il Portogallo con Lorenzo, il suo compagno. Tutto sembra andare bene, sin quando Julieta incontra casualmente Beatriz, una vecchia amica di sua figlia Antia, che le dice di aver incontrato quest'ultima poco tempo prima. Avere, dopo tanto tempo, notizie della figlia sparita tredici anni prima, fa ripiombare Julieta in quel dolore che aveva cercato di cancellare, eliminando ogni traccia della presenza della figlia dalla sua vita: un trasloco emotivo compiuto anni prima. Annulla la partenza, abbandona Lorenzo e decide di restare a Madrid, nella speranza di poter essere in qualche modo contattata dalla figlia.  Nell'attesa, come una moderna Penelope, intesse la sua tela, iniziando a scrivere su un quaderno tutto ciò che non è mai riuscita a raccontare a sua figlia Antia. Inizia così un viaggio interiore della protagonista, che risale nei ricordi fino all'avvenimento che ha determinato la vita di sua figlia.  Pian piano che emergono i ricordi, prende forma la storia della vita delle due donne, una madre ed una figlia, legate da un dolore che le accomuna, ma troppo a lungo taciuto.Il finale aperto vede una nuova possibilità di incontro: ora che la tempesta sembra finita, Lorenzo può accompagnare Julieta ad incontrare nuovamente sua figlia; dopo che la vita le ha unite nello stesso lacerante dolore, ognuna può comprendere il suo dolore attraverso l'altra.

Il film si apre con un dettaglio del vestito rosso fuoco di Julieta, ma dopo i primi minuti, ci si accorge che quel drappo rosso ricorda un sipario: la vita messa in scena da Julieta non è quella reale, la sua è una costruzione scenica, un ruolo che si è data per rifugiarsi dal dolore. Man mano che va avanti la narrazione, i colori tanto cari ad Almodovar (primo fra tutti il rosso) si sbiadiscono sempre più. Allo stesso modo si perdono temi cari al regista, quali la gioia di vivere, la spensieratezza e la libertà di spirito. Questa volta, il regista non si concede nessuna provocazione o ironia: Julieta è un film asciutto, che racconta il dolore, la morte ed i sensi di colpa che ognuno porta dentro di sé. Ma è anche un film sul perdono di sé, sulla speranza e sulla fiducia nella generosità della vita.

Basandosi sui racconti "In fuga" di Alice Munro, Almodóvar indaga il tragico rapporto tra una madre e una figlia, con il peso insopportabile dei sensi di colpa che entrambe si portano dietro e che unisce e separa Julieta e Antía, impedendo loro, in particolare a Julieta, di approfittare dei doni della vita (ad esempio Lorenzo). Julieta non ha colpe reali eppure non può fare a meno di sentirsi responsabile per il suicidio di uno sconosciuto che aveva rifiutato di ascoltare in treno. Il treno (metafora della vita che va avanti) su cui nasce la passione ed il grande amore per il compagno e il padre di sua figlia. Ma anche questo sentimento sarà sconfitto da un nuovo e questa volta apparentemente inconsolabile, senso di colpa. Ancora una volta Almodovar, affronta il tema dell'intreccio tra amore e morte, (già presente in molti suoi film, da Matador, a Tutto su mia madre, fino a Volver)  ribadendo che l'unica possibilità per scongiurare la morte è amare, se stessi innanzi tutto.

Carmen Rossi

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